Andrea Scanzi, il Premio Tenco
e quella passione per la cultura
Intervista ad Andrea Scanzi:
«Francesco Guccini mi manca come amico,
perché il cantautore resta, ma l’uomo non c’è più»
Di Carmela De Rose
Ci sono premi che arrivano alla fine di un percorso e altri che, più semplicemente, illuminano tutto quello che quel percorso ha significato. Per Andrea Scanzi, il Premio Tenco 2026 come operatore culturale appartiene a entrambe le categorie: è un riconoscimento prestigioso, ma anche una dichiarazione d’amore ricambiata. L’amore per la canzone d’autore, per le parole che diventano memoria collettiva, per quegli artisti capaci di accompagnare le nostre vite e, qualche volta, di salvarci dalla mediocrità del presente. Il 49° Premio Tenco, dedicato alla memoria di Sergio Secondiano Sacchi, ha riconosciuto in Scanzi una figura che da anni attraversa il mondo della musica italiana non soltanto da giornalista, ma da appassionato studioso, autore e interprete. Il riconoscimento è stato assegnato dal Club Tenco nell’edizione che si è svolta al Teatro Ariston di Sanremo dal 22 al 24 ottobre. La sua reazione è stata quella di chi, dietro la sicurezza di una carriera lunga e articolata, custodisce ancora lo stupore dei sogni più grandi: «È per distacco il premio che ho sempre sognato di ricevere». Una confessione che restituisce il senso più autentico di questo traguardo. Perché non tutti i riconoscimenti hanno lo stesso peso. Alcuni misurano il successo, altri toccano un luogo più intimo, quello in cui una passione giovanile si trasforma, lentamente, in una vocazione. Scanzi ha raccontato di aver considerato questo premio quasi un approdo impossibile, qualcosa che desiderava talmente tanto da avere paura persino di immaginarlo. Eppure, a volte, la vita sorprende proprio quando il desiderio sembra troppo grande per essere pronunciato ad alta voce.
Dalla laurea sui cantautori alla passione diventata mestiere
Nato ad Arezzo il 6 maggio 1974, Andrea Scanzi si laurea in Lettere all’Università di Siena, nella sede di Arezzo, nel 2000, con una tesi dedicata ai cantautori della prima generazione, intitolata Amici fragili. Quel titolo, ispirato all’universo poetico di Fabrizio De André, contiene già una dichiarazione d’intenti: per Scanzi, la canzone non è un semplice accompagnamento della vita, ma uno strumento per comprenderla, attraversarla e, talvolta, sopportarla. La scelta di studiare i cantautori in ambito universitario, in un periodo in cui la canzone d’autore non godeva ancora ovunque del pieno riconoscimento accademico, rivela una convinzione che avrebbe accompagnato tutta la sua carriera: le parole di un grande autore possono avere la stessa dignità culturale della letteratura, della poesia e del teatro. Il giornalismo arriva già nel 1997, con la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Da lì prende forma un percorso che si allarga progressivamente, senza mai abbandonare la curiosità originaria. Scanzi scrive per testate come il manifesto, Il Riformista, L’Espresso e MicroMega. Dal 2005 al 2011 collabora con La Stampa, occupandosi soprattutto di cultura e spettacoli, ma anche di sport, fino a seguire il Motomondiale come inviato. Nel settembre 2011 approda stabilmente a Il Fatto Quotidiano, dove consolida la propria identità di giornalista e commentatore. La sua scrittura attraversa politica, costume, società, sport, musica ed enogastronomia. È una penna riconoscibile, spesso graffiante, che non cerca necessariamente il consenso e che fa della presa di posizione una parte essenziale del proprio mestiere. Il suo percorso, tuttavia, non si esaurisce nell’attualità: accanto al giornalista c’è sempre lo scrittore, e accanto allo scrittore l’uomo che torna ostinatamente ai suoi maestri musicali.
Gaber, De André e il teatro come incontro con le coscienze
Il passaggio dalla pagina al palcoscenico rappresenta uno dei capitoli più significativi della sua storia professionale. Dal 2011 Scanzi porta nei teatri italiani spettacoli dedicati ai protagonisti della canzone d’autore. Non si limita a raccontarli: cerca di restituirne la voce, il pensiero, le contraddizioni, la capacità di mettere il pubblico davanti a domande scomode. Con Gaber se fosse Gaber, in tournée dal 2011 al 2013, affronta l’eredità del Signor G, artista capace di trasformare la canzone e il teatro in uno specchio impietoso della società. Lo spettacolo ottiene importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Lunezia. Con Giulio Casale firma poi Le cattive strade, dedicato a Fabrizio De André, un viaggio nell’opera di un autore che ha saputo dare dignità agli ultimi, raccontare le fragilità umane e mettere in discussione le certezze dei benpensanti. Seguono altri progetti teatrali, da Fuochi sulla collina a Il sogno di un’Italia, fino agli spettacoli dedicati a Ivan Graziani, Lucio Dalla, Franco Battiato, ai Pink Floyd e a Edmondo Berselli. Nel suo teatro convivono musica, narrazione, memoria e riflessione civile. Il palco diventa il luogo in cui un repertorio musicale si trasforma in una storia collettiva, capace di parlare anche a chi quegli artisti non li ha mai visti dal vivo. La stessa passione anima La Gaberiana, la rassegna da lui ideata a Firenze e dedicata all’eredità artistica e intellettuale di Giorgio Gaber. Un progetto che testimonia come il rapporto con i propri maestri, per Scanzi, non sia un esercizio nostalgico, ma un lavoro culturale da rinnovare e trasmettere.
I libri, la politica e il bisogno di raccontare il presente
La carriera di Scanzi è anche una lunga storia di libri, esperimenti narrativi e incursioni nei territori più diversi della cultura contemporanea. Tra i primi lavori figura la cura dei testi dell’autobiografia di Roberto Baggio, Una porta nel cielo, scritta con Enrico Mattesini. Seguono pubblicazioni dedicate allo sport, al vino, alla politica e alla società, insieme a romanzi come La vita è un ballo fuori tempo e I migliori di noi. Nel corso degli anni la sua bibliografia si arricchisce di titoli che raccontano, con la sua consueta impronta personale, le trasformazioni della politica italiana: da Renzusconi a Salvimaio, da Il cazzaro verde a I cazzari del virus, fino a Demolition Man e La sciagura. Accanto a questi lavori, però, continua a esserci la musica, vissuta non come una parentesi sentimentale, ma come una delle chiavi per leggere il mondo. È proprio in questa dimensione che si collocano alcuni dei suoi libri più significativi per gli appassionati di canzone d’autore: E ti vengo a cercare, dedicato a Franco Battiato, E pensare che c’era Giorgio Gaber e Il genio invisibile, dedicato a Lucio Battisti. Sono opere che restituiscono centralità ad artisti la cui grandezza non si esaurisce nelle classifiche o nella popolarità, ma vive nella capacità di lasciare domande, immagini e intuizioni destinate a durare. Anche la televisione ha contribuito a rendere Scanzi un volto familiare al pubblico italiano. Dalla conduzione di Futbol su La7 alla partecipazione a programmi di approfondimento, fino a Accordi & Disaccordi sul Nove, condotto insieme a Luca Sommi, il suo percorso si è sviluppato tra giornalismo, commento politico e divulgazione. Ha inoltre realizzato progetti radiofonici, podcast, incontri pubblici e iniziative digitali, continuando a muoversi tra linguaggi diversi. Una carriera, insomma, difficile da racchiudere in un’unica definizione. Giornalista, scrittore, autore teatrale, divulgatore: ogni etichetta racconta una parte di lui, ma nessuna basta da sola a spiegare il rapporto viscerale che lo lega alla cultura.
Francesco Guccini, l’amico oltre il mito
È proprio questo legame a emergere con particolare intensità nell’intervista realizzata in occasione del Premio Tenco. Quando il discorso si sposta su Francesco Guccini e Giorgio Gaber, il tono cambia. Le parole si fanno più intime, la memoria prende il posto dell’analisi e il racconto professionale lascia affiorare l’affetto personale. Di Gaber, Scanzi ricorda il maestro, il mito conosciuto quando era ancora giovane, le cene insieme e la promessa di affiancarlo come correlatore della tesi universitaria. Con Guccini, invece, il rapporto si è trasformato nel tempo in un’amicizia profonda. I due si erano conosciuti nel 2000, in occasione dell’album Stagioni, e negli anni successivi avevano continuato a frequentarsi, fino a incontrarsi con grande regolarità. Nel ricordarlo, Scanzi non si sofferma soltanto sulle canzoni o sui dischi straordinari. Racconta le cene, le visite a Pavana, le battute, il bicchiere di rum, il Gewürztraminer e le discussioni politiche. Ricorda persino le prese in giro rivolte all’amico per il suo modo di seguire le vicende politiche in televisione. È qui che il racconto acquista una forza particolare. Perché la morte di un grande artista significa perdere un patrimonio culturale, ma la morte di un amico significa anche perdere una voce familiare, un’abitudine, un appuntamento, una risata.
«Quello che mi manca adesso non è il cantautore, perché il cantautore resta», dice Scanzi. «Mi manca l’uomo, mi manca l’amico».
