Può essere la musica che oggi forma anche i ragazzi che scendono in piazza?
«La musica è formativa e ti cresce. Però deve esserci una generazione che abbia voglia di farsi permeare dalla musica. Quando ero giovane io la musica era più importante e quando usciva un disco se ne discuteva. Noi abbiamo sfruttato anche la scia di una generazione iperdialogante e iperideologizzata come quella degli anni Settanta».

Oggi invece?
«Oggi il dibattito è diverso. Se mi chiedi cosa ascoltano i ragazzi che protestano, immagino che possano ascoltare Marracash, Salmo, Fabri Fibra. Sono anche artisti che hanno preso le difese dei ragazzi. Probabilmente i loro cantautori sono figure di questo tipo. E non sto neanche citando artisti giovanissimi: Marracash ha più di quarant’anni».

Prima si è definito un privilegiato. Quanto è difficile, stando nel privilegio, continuare a capire cosa succede fuori?
«È molto difficile, ma secondo me si può fare in due modi. Il primo è svegliarsi ogni mattina ricordandosi chi eri e da dove vieni. Il secondo è stare in mezzo alle persone. Uno dei difetti della categoria dei giornalisti, di cui nel bene e nel male faccio parte, è che spesso non vive minimamente la realtà. Ci sono persone, soprattutto tra quelli ancora più grandi di me ma anche della mia età, che non escono mai dalle redazioni. Ne La meglio gioventù c’è una scena bellissima: Luigi Lo Cascio fa un esame e il professore gli dice più o meno: «Se ne vada dall’Italia, questo è un Paese morto, bello e inutile». E quando lui gli chiede perché il professore rimanga, quello risponde: «Perché io sono un dinosauro. Lei deve abbattere anche me»».

Ha paura di diventare un dinosauro?
«Ho sempre avuto il terrore. Per questo ho sempre vissuto molto sulla strada. Lo cantava Gaber: “C’è solo la strada su cui puoi contare”. Non puoi chiuderti nella torre eburnea dell’intellettuale, perché a quel punto non vedi più niente».

In una delle discussioni dei giorni scorsi Fedez ha detto che «non esiste un noi», invitando a non fidarsi di chi dice di essere dalla parte dei ragazzi. Cosa pensa di quella posizione?
«Posso rispondere anche personalmente, perché l’ho conosciuto quando era veramente ribelle, quando era quasi l’opposto di quello che è oggi. Adesso non lo riconosco quando lo vedo accanto alla Santanchè, a Gasparri, a persone che un tempo detestava e combatteva. Secondo me oggi ha una grande confusione mentale e ideologica».

C’è un però.
«L’analisi non era stupida. Soprattutto quando critica il Marracash di turno dicendogli: tu stai cavalcando la protesta, però dentro le vetrine che i ragazzi rompono ci sei anche tu. Tra Fedez e Marracash sto tutta la vita con Marracash. Ma quell’aspetto della critica di Fedez è intelligente, ci sono artisti che oggettivamente sfruttano la protesta e poi vanno alle sfilate di moda, fanno parte del sistema che magari prima combattevano e che adesso, una volta diventati privilegiati, godono in tutti i suoi aspetti e addirittura ostentano».

Qual è uno degli ultimi album che ti ha fatto pensare: “Wow”?
«L’ultimo di Cremonini. Trovo che sia un ottimo disco. Me l’ha fatto ascoltare circa un mese prima dell’uscita e l’ho trovato molto coraggioso. Mi piace moltissimo anche Lucio Corsi, che è un’altra persona che stimo molto. Sono anche in una fase in cui ascolto molto cantautorato americano: Jesse Welles, per esempio, Ryan Bingham. Di italiani Murubutu, Paola Turci e Anastasio. Fermo restando che gli artisti che più ascolto oggi sono i Creedence Clearwater Revival, Stevie Ray Vaughan, Clapton, Neil Young, i Led Zeppelin e i Dire Straits».