Andrea Scanzi: «Fedez l’ho conosciuto quando era davvero ribelle, oggi non lo riconosco accanto a Santanchè e Gasparri. Ma su Marracash che cavalca la protesta la sua critica è intelligente»
Premiato al Tenco come operatore culturale, il giornalista rivendica una vita cominciata sul Mucchio Selvaggio
e una laurea sui cantautori quando erano considerati poeti di serie B.
A 52 anni, dice, è tempo di tagliare qualche ramo prima che secchi
Di Andrea Zedda
Amarlo o odiarlo. Di fronte ad Andrea Scanzi pare che il bivio sia sempre questo. Il motivo sembra facilmente comprensibile: non le ha mai mandate a dire e non ha intenzione di smettere, o forse sì. Dopo aver ricevuto il Premio Tenco pare abbia accarezzato l’idea di allentare un po’ la presa, specie con il lavoro, che l’ha portato sempre più lontano dalla sua vera passione: la musica. Una passione che in realtà non ha mai davvero abbandonato. Scanzi continua a portarla nei teatri, negli spettacoli in cui racconta i cantautori: «Ho sempre pensato che non ci potesse essere premio più bello del Premio Tenco come operatore culturale».
Perché?
«Vengo dal giornalismo musicale, ho cominciato a Il Mucchio Selvaggio. Mi sono laureato sui cantautori quando avevo 25 anni, in Lettere, in un momento storico in cui era molto azzardato farlo, perché i cantautori erano considerati dei poeti venuti male, dei poeti di serie B».
E poi?
«Poi la vita, che per ora mi è andata molto bene, mi ha portato in una direzione parzialmente diversa da quella che immaginavo. Mi ha fatto diventare soprattutto un personaggio televisivo legato alla politica: Otto e mezzo, È sempre Cartabianca. Tutte cose meravigliose, ma mi hanno portato un po’ fuori asse rispetto a quella che sento essere la mia natura».
La politica è un ripiego.
«Diciamo che se fossimo amici a cena parlerei sempre di musica e probabilmente mai di politica. Ogni tanto soffro il fatto di essermi allontanato un po’ da quella strada. La cosa che mi diverte di più lavorativamente è raccontare la musica. Amo i cantautori, la canzone d’autore e il Tenco».
Forse è stata una frase frutto dell’entusiasmo, ma quando l’hanno annunciata tra i premiati ha detto che vorrebbe allentare con il lavoro.
«Sì. Questa cosa è stata notata molto e qualcuno ci ha anche fatto ironia, ma non aveva un senso tragico. Era semplicemente il pensiero: ho 52 anni, che sono tanti ma neanche troppi, perché puoi ancora fare tantissime cose. Però nel mezzo succedono fatti della vita che ti spostano».
Per esempio?
«La malattia che ha colpito Alessandro Di Battista. Mi ha profondamente turbato. Alessandro si sta curando e ce la farà, ma io, come tutti i suoi amici, ci sono rimasto molto male. Ha quattro anni meno di me. E allora cominci a chiederti: ne vale la pena di stare sempre dentro una ruota che gira come un criceto?».
Ha ottenuto tutto ciò che sognava?
«Anche molto di più. I libri vendono, gli spettacoli li riempio, in televisione mi chiamano, scrivo sui giornali che mi somigliano. Faccio quello che mi piace ed economicamente sto bene. Quando ho ricevuto questo premio mi sono detto: non devi smettere, ma puoi rallentare un po’. Puoi tagliare qualche ramo che magari oggi non è ancora secco, ma potrebbe diventarlo».
Nel concreto, cosa sarebbe la prima cosa che taglierebbe? La politica?
«In parte sì. Però voglio essere chiaro: quando parlo di politica sono molto contento, perché ho la fortuna di poter dire quello che penso e di farlo in contesti televisivi che considero ottimi: Otto e mezzo, È sempre Cartabianca, Accordi & Disaccordi. Sono tutte cose che mi piace fare».
Allora se la politica in parte si salva, a cosa si riferisce?
«Pensavo a utilizzare molto meno i social, perché sono diventati pesanti e ti rubano un sacco di tempo. Infatti sto già usando molto meno Facebook. Oppure, invece di andare in televisione tre volte alla settimana, puoi andarci due. Se una sera hai una cena, rinunci al gettone e all’ospitata televisiva. E poi viaggiare meno».
Viaggiare le pesa?
«Mi muovo quasi soltanto per gli spettacoli teatrali. Ho cominciato a fare programmi televisivi da casa. Faccio una vita da privilegiato, ma andare continuamente a Roma o a Milano mi appesantisce molto».
In che stato di salute si trova la cultura in Italia?
«Abbastanza balordo. “Cultura” è un concetto molto largo: significa musica, cinema, letteratura. Per me significa anche informazione. L’informazione è messa molto male, in Italia spesso invece di difendere la Costituzione si difende il potere, e questo è un disastro».
Sul resto?
«Sul cinema abbiamo grandi eccellenze. Penso a Martone, Sorrentino, anche a un regista più pop come Sibilia. Anche nella letteratura qualche buon scrittore c’è, pur non essendo una fase d’oro. Essendo qui al Tenco, però, se penso allo stato dell’arte della cultura mi viene subito in mente la musica. E lì stiamo un po’ barcollando, ma secondo me molto meno di quanto si dica. Quella tipica frase dei cinquantenni come me, “non c’è più niente”, è una grande sciocchezza».
Perché?
«Se ci si ferma al mainstream il livello spesso è basso. Ma posso garantire che era così anche trent’anni fa. Quando avevo vent’anni non ascoltavo De André continuamente alla radio: ascoltavo anche tanta musica pop che spesso mi faceva schifo. Devi avere curiosità intellettuale. Alcuni degli artisti più interessanti sono qui al Tenco».
Quanto è importante la musica nella formazione di una coscienza politica?
«Detesto quelli della mia generazione che pensano di capire perfettamente la nuova generazione. Non vorrei fare quello che pretende di sapere tutto dei giovani. Però posso dirti cosa ha formato me: i cantautori. Hanno sempre anticipato tutto».
Può essere la musica che oggi forma anche i ragazzi che scendono in piazza?
«La musica è formativa e ti cresce. Però deve esserci una generazione che abbia voglia di farsi permeare dalla musica. Quando ero giovane io la musica era più importante e quando usciva un disco se ne discuteva. Noi abbiamo sfruttato anche la scia di una generazione iperdialogante e iperideologizzata come quella degli anni Settanta».
Oggi invece?
«Oggi il dibattito è diverso. Se mi chiedi cosa ascoltano i ragazzi che protestano, immagino che possano ascoltare Marracash, Salmo, Fabri Fibra. Sono anche artisti che hanno preso le difese dei ragazzi. Probabilmente i loro cantautori sono figure di questo tipo. E non sto neanche citando artisti giovanissimi: Marracash ha più di quarant’anni».
Prima si è definito un privilegiato. Quanto è difficile, stando nel privilegio, continuare a capire cosa succede fuori?
«È molto difficile, ma secondo me si può fare in due modi. Il primo è svegliarsi ogni mattina ricordandosi chi eri e da dove vieni. Il secondo è stare in mezzo alle persone. Uno dei difetti della categoria dei giornalisti, di cui nel bene e nel male faccio parte, è che spesso non vive minimamente la realtà. Ci sono persone, soprattutto tra quelli ancora più grandi di me ma anche della mia età, che non escono mai dalle redazioni. Ne La meglio gioventù c’è una scena bellissima: Luigi Lo Cascio fa un esame e il professore gli dice più o meno: «Se ne vada dall’Italia, questo è un Paese morto, bello e inutile». E quando lui gli chiede perché il professore rimanga, quello risponde: «Perché io sono un dinosauro. Lei deve abbattere anche me»».
Ha paura di diventare un dinosauro?
«Ho sempre avuto il terrore. Per questo ho sempre vissuto molto sulla strada. Lo cantava Gaber: “C’è solo la strada su cui puoi contare”. Non puoi chiuderti nella torre eburnea dell’intellettuale, perché a quel punto non vedi più niente».
In una delle discussioni dei giorni scorsi Fedez ha detto che «non esiste un noi», invitando a non fidarsi di chi dice di essere dalla parte dei ragazzi. Cosa pensa di quella posizione?
«Posso rispondere anche personalmente, perché l’ho conosciuto quando era veramente ribelle, quando era quasi l’opposto di quello che è oggi. Adesso non lo riconosco quando lo vedo accanto alla Santanchè, a Gasparri, a persone che un tempo detestava e combatteva. Secondo me oggi ha una grande confusione mentale e ideologica».
C’è un però.
«L’analisi non era stupida. Soprattutto quando critica il Marracash di turno dicendogli: tu stai cavalcando la protesta, però dentro le vetrine che i ragazzi rompono ci sei anche tu. Tra Fedez e Marracash sto tutta la vita con Marracash. Ma quell’aspetto della critica di Fedez è intelligente, ci sono artisti che oggettivamente sfruttano la protesta e poi vanno alle sfilate di moda, fanno parte del sistema che magari prima combattevano e che adesso, una volta diventati privilegiati, godono in tutti i suoi aspetti e addirittura ostentano».
Qual è uno degli ultimi album che ti ha fatto pensare: “Wow”?
«L’ultimo di Cremonini. Trovo che sia un ottimo disco. Me l’ha fatto ascoltare circa un mese prima dell’uscita e l’ho trovato molto coraggioso. Mi piace moltissimo anche Lucio Corsi, che è un’altra persona che stimo molto. Sono anche in una fase in cui ascolto molto cantautorato americano: Jesse Welles, per esempio, Ryan Bingham. Di italiani Murubutu, Paola Turci e Anastasio. Fermo restando che gli artisti che più ascolto oggi sono i Creedence Clearwater Revival, Stevie Ray Vaughan, Clapton, Neil Young, i Led Zeppelin e i Dire Straits».
