Questa è una delle cose più difficili che abbia mai scritto. C’è una parte di me che si sente quasi imbarazzata nel farlo, o addirittura non autorizzata. Conoscevo bene Emiliano Liuzzi, ma non bene – non continuativamente – come altri. Non lavorando fisso in redazione, non lo vedevo e frequentavo con l’assiduità di Marco, di Alessandro, di Peter, di Ferruccio, di Stefano. Neanche ho mai cantato con lui al karaoke, in quelli che soprattutto negli ultimi mesi erano diventati veri e propri happening del giovedì.
La verità è che mi girano i coglioni. Mi girano profondamente i coglioni. E’ così da mercoledì mattina. Non si può morire a 46 anni. Non è giusto, non si fa. Non si può. E poi, io come tutti, non avevamo mai associato la morte a Emiliano. Mai. Troppo solare, troppo vitale, troppo cazzone. La notizia l’ho saputa tardi, a Ginevra, dopo una data teatrale. Avevamo fatto tardi e mi ero alzato dopo le 11. Mi scrive un messaggio Silvia Truzzi mercoledì mattina, e per una volta non è un messaggio allegro: “Quando puoi chiama, devo dirti una cosa“. Ho subito pensato a qualcosa di brutto, ma mai di così brutto. Non era possibile: non è possibile. Non riesco a farmene una ragione. E se non ci riesco io, figuriamoci chi lo vedeva ogni giorno.
Quando un amico se ne va, per giunta così presto, accadono due cose. La prima è che si è travolti da un senso di solitudine, perché nulla riempie e svuota come l’amicizia. Non oso pensare a chi, a Roma, dovrà lentamente abituarsi a quell’assenza. A quella figura così lunga e dinoccolata, fumettistica, la sigaretta sulle labbra tipo Jigen e gli occhi azzurrissimi. Il Fatto è una famiglia, che litiga e si vuole bene come tutte le famiglie, e in tanti – Travaglio, Gomez, Caselli, Lilllo, Sansa, eccetera – lo hanno raccontato benissimo. Io non posso aggiungere nulla. E neanche voglio. Ma c’è – appunto – la seconda cosa che accade quando un amico se ne va. Ed è l’affiorare di tutti i ricordi. Ricordi che fanno anche ridere.
All’inizio, quando Emiliano aveva cominciato ad andare in tivù assiduamente e io pure, intendo più o meno nel 2012/13, in redazione ci prendevano in giro – anzi: per il culo – perché eravamo interscambiabili. Fungevamo nei talkshow da “grillologi”. Eravamo quelli che nei dibattiti dovevano “spiegare i 5 Stelle” senza per forza sostenere che Grillo fosse Goebbels e Casaleggio Himmler. Ovviamente i detrattori, e ne avevamo tanti, ci chiamavano “grillini”. In redazione la presa per il culo derivava dal fatto che, se Emiliano andava in tivù, gli dicevano che lo avevano chiamato perché io avevo detto no: come sostituto, come riserva. E a me dicevano lo stesso. Ne ridevamo spesso.
Ricordo che una volta, una sola, lo chiamai incazzato perché mi aveva aggiunto di sana pianta quattro righe per un pezzo sul Fatto del lunedì. Gli dissi: “Emiliano, che cazzo hai fatto? Io neanche le penso quelle così lì, porca puttana“. Lui mi smontò subito, con quella sua parlata buona e strascicata, con quel suo modo di ammettere subito l’errore e quella maniera – tutta sua, rara e splendida – di farti capire immediatamente che in fondo stavamo parlando solo di un “pezzetto”. Cioè di cazzate. Così, dopo neanche trenta secondi, mi disinnescai e passammo subito a cazzeggiare di donne, politici improponibili e musica. Una delle tante passioni che avevamo in comune. Eravamo interscambiabili anche in questo: “Chi lo fa il ricordo di Jannacci, Liuzzi o Scanzi?“; “E Lou Reed? E David Bowie? Senti Emil o Andreuccio” (è Marco che mi chiama ogni tanto “Andreuccio”: quel maledetto).
I ricordi affiorano, e prima o poi arriva l’ultimo. Giovedì scorso. Giovedì 31 marzo. Alla sera sarei stato a Otto e mezzo. Vado in redazione, mi metto nel mio anfratto a scrivere e poi vado a prendere un tè alla macchinetta. Ovviamente lo trovo. Nei miei ricordi Emiliano vive sempre davanti alla macchinetta del caffè. Non so quando diavolo scrivesse (e lo faceva di continuo, e bene): era sempre lì, davanti alla macchinetta, a telefonare a chissà chi. Gran parlatore, attaccava e non finiva più. Almeno mezzora. Anche quel giovedì. Ho una ritrosia atavica per chi parla tanto, ma Emiliano non mi annoiava mai. Passava con naturalezza dai suoi aneddoti prodigiosi su Mediaset (“Non ci andare dalla D’Urso, dai“, “Ma sì, ora vediamo“: e ci andava ancora) alla politica: sferzante anzitutto coi renziani, ma benvoluto pure dai renziani. Mi raccontò di nuovo le telefonate chilometriche che gli faceva Berlusconi ogni tanto, distrutto dal non contare più niente (“Umanamente non riesci a volergli male, con me e mio padre è stato sempre affettuosissimo“). Mi chiese se avessi finalmente telefonato al “Freddo”, che aveva intervistato da poco (intervista pazzesca: una delle tante, come quella a Ellade Bandini) e che gli aveva confidato di stimarmi (sì, la vita sa stupirti). Mi invitò ai suoi karaoke del giovedì, raccontandomi quanto fossero bravi gli ospiti famosi che ogni tanto comparivano, da Panariello alla Parietti, dai parlamentari insospettabili alla redazione stessa del Fatto, con Travaglio che si esaltava (ovviamente) con Renato Zero. A un certo punto comparve Alessandro Ferrucci. Anche Ferrucci, nei miei ricordi, è un altro che vive davanti alla macchinetta. Amico fraterno di Emiliano e persona di bellezza totale. “Maestro” (il bischero mi chiama così), “questo qua riesce a innamorarsi sempre ogni volta“. “Questo qua” era Emiliano. Ed era vero: mai cinico, sempre sinceramente appassionato e curioso. Un viveur sui generis e autoironico, o così (anche così) l’ho sempre visto. Un cronista vero, un padre buono e un uomo divertito. Emiliano ha vissuto la vita senza sprecare neanche un attimo, cavalcandola con passione e piacere, e chissà come faceva a essere astemio. “Ah, quindi sei come Dylan Dog allora, che si innamora ogni mese“. Credo sia stata l’ultima cosa che gli ho detto, ed è una delle cose che ti fanno male di ciò che è “ultimo”: non sapere che lo sia. O forse no, forse non è stata l’ultima. Forse mi ha fatto una battuta delle sue sui politici che avremmo affrontato nelle ore e giorni successivi: “Li distruggiamo“.
Sì, Emiliano. Li distruggiamo. Ma tu di più, e tu col sorriso.

Che splendide parole, del tutto prive di retorica, per ricordare qualcuno.
Grazie Scanzi per questo bel modo di scrivere, con rispetto sincerità e coraggio, della vita e dell’improvvisa scomparsa di un bravo collega.
ciao Emiliano. r.i.p.
Andrea, non ho nulla da scrivere ma sento di doverti dire grazie. Grazie per esserti sfogato, grazie per aver trasmesso un’emozione, grazie per come scrivi. Tutto qua.
Ciao Emiliano,grande giornalista dal sorriso buono.