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Pietrobianco 2011 – Daniele Portinari

Chiedo scusa per l’assenza. Tra teatro (qui le date), giornale e tivù il tempo è quello che è. Questo blog, comunque e ovviamente, andrà avanti.
Ho accumulato una decina di recensioni, frutto delle bevute in queste settimane. Le posterò nei prossimi giorni.
Dedico il post di oggi a un vino naturale atipico. E’ un Igt Bianco del Veneto, ottenuto da uve Pinot Bianco e Tai Bianco.
Vigne di circa 30 anni, vinificato in acciaio per dieci mesi e imbottigliato senza filtrazione. In enoteca sui 10 euro o poco più.
Non mi ha esaltato, ma ve lo consiglio perché è molto personale. Il Tai Bianco è sostanzialmente il (Tocai) Friulano. Tipico dei Colli Berici e del Piave, esiste anche il T(oc)ai Rosso, di fatto il Cannonau sardo (quindi prossimo alla Grenache francese e all’Alicante spagnolo).
Spesso il Friulano ha una vena erbacea spiccata, non necessariamente gradevole. Tale nota di fieno esplode – letteralmente – nel Pietrobianco 2011. A colpire è proprio questo, molto più della struttura esile e di una acidità percettibile ma non indimenticabile. Discreta bevibilità.
Più che un vino da bere, il Pietrobianco sembra quasi un vino da brucare.
Classica bevuta didattica, per comprendere cosa si intende quando un vino “sa di fieno”.