Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Poveri cantautori, ieri “profeti” e oggi marginali

faberE’ inesatto sostenere che la canzone d’autore italiana sia morta, ma è altrettanto errato negarne l’attuale marginalità. I motivi della crisi sono sostanzialmente tre. Il primo è l’implosione della discografia, che ha travolto anzitutto quegli artisti che richiedono un ascolto più attento. Nell’era della musica liquida, il cantautorato “classico” appare oltremodo anacronistico: poco accattivante, troppo impegnativo. Ivano Fossati, che ha abbandonato dischi e concerti ma che continua a scrivere, si diverte oggi anche per questo a donare canzoni inedite non agli epigoni dei De André ma a chi è dichiaratamente pop quando non  “poppissimo” (Pausini, Mengoni, Ferro, Giorgia, Canzian). Il secondo motivo ha a che fare con la fatale irripetibilità di alcuni talenti. Congiunzioni astrali e congiunture sociali hanno permesso che, tra i Trenta e i Quaranta, fiorissero figure che nulla hanno da invidiare ai giganti francesi e americani: Gaber, De André, Tenco, Guccini, Jannacci, Conte, Ciampi, Endrigo, Paoli. Eccetera. Anche la seconda metà dei Quaranta e tutti i Cinquanta hanno regalato cantautori rari, da De Gregori allo stesso Fossati. Alla fine degli Anni Settanta la casa discografica Rca pullulava di genietti e geniacci: la meglio gioventù del cantautorato. Un tempo che oggi pare sideralmente lontano, anche perché nel frattempo la discografia non può più permettersi di aspettare l’esplosione commerciale di un talento in nuce (Lucio Dalla conobbe il successo vero al settimo album; oggi uno come lui sarebbe stato buttato via dopo il primo flop). Gli ultimi cantautori più o meno canonici sono nati a fine Sessanta e nei Settanta: Bersani, Silvestri, Fabi, Gazzé, Casale, Cristicchi. Sintomatico il percorso di Caparezza, che per trovare la strada del pieno riscontro commerciale ha dovuto abbracciare un ibrido tutto suo: l’apparente cazzeggio, che cela messaggi spesso incendiari. Una sorta di Rino Gaetano 2.0. Il caso ispirato e anomalo di Caparezza aiuta a introdurre il terzo motivo della crisi dei cantautori: non hanno più un ruolo centrale nella società. Non sono più né fari né guru. Non generano quasi mai dipendenza e appartenenza. Edoardo Bennato, che nei Settanta ha toccato vette inaudite, ironizzava giustamente sul cantautore che non sbaglia mai perché è “onesto e senza macchia”. Sapeva bene come da un cantautore, in quel decennio, non si cercasse intrattenimento bensì risposte: istruzioni, indicazioni. Il cantautore caparezzaera il profeta, era il fratello maggiore che dettava la linea. Se osava andare laddove nessuno aveva immaginato, veniva contestato: lo sapeva bene Gaber, massacrato in Polli di allevamento perché osava gridare di non essere più “compagno né femministaiolo militante”; e lo ricorda nitidamente De Gregori, addirittura processato sul palco da un manipolo di duropuristi incazzosi. Oggi, se un cantautore “tradisce”, non interessa praticamente a nessuno. Sia perché il cantautorepost-contemporaneo suole spesso preferire il privato all’invettiva, e dunque si disinnesca da sé, sia perché la sua figura è prossima all’irrilevanza. Se è troppo nuovo viene comunque stracciato in successo dai rapper, per certi versi i nuovi cantautori; se è troppo vecchio, cioè vicinissimo alle ricette del cantastorie, annoia mortalmente. L’Italia è piena di giovani musicisti di qualità e molti di loro firmano testi e musiche. Dunque sono a tutti gli effetti cantautori. Il Pan Del Diavolo, Filippo Graziani, eccetera. Nel frattempo però è cambiato tutto. A una velocità tale che, spesso, se n’è andato anche il pubblico. (Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2014)

10 Commenti a “Poveri cantautori, ieri “profeti” e oggi marginali”

  • valentina gagliano:

    E se non fosse un bene ? Una salutare marginalità? Ho come la sensazione che i cantautori di oggi ( alcuni in particolare ) non ci tengano affatto ad essere guru in questo tempo. E Credo che fu proprio Gaber a voler annientare quella che era diventata un’ipocrisia, proprio con Polli d’allevamento. Come se ci avesse detto :” Ora basta con ‘sta farsa, contiamoci, vediamo quanti siamo in realtà a pensarla diversamente e ad agire di conseguenza”. Apriti cielo, traditore !
    Un certo tipo di cantautore, oggi, intercetta soprattutto un dolore, sordo, diffuso tra persone non necessariamente appartenenti a una specifica categoria sociale, che, sebbene si oppongano, restano in disparte, in solitudine, ripiegati in se stessi, in una sorta di sopravvivenza che rifiuta anche la battaglia, perchè, rispetto a tanti che si fanno sentire questi non hanno, tanto meno vogliono attivare, quei ‘codici’ d’accesso al quel circo, in cui devi entrarci per farti sentire, sebbene come voce contraria.
    Mi sembra che tu ‘frequenti’ una persona, un amico, con cui condividi il palcoscenico da qualche tempo, che è quanto di più rappresentativo di quanto scrivo, con la sua enorme espressione artistica, che va ad intercettare proprio questo pubblico, in un rapporto artistico molto intimo e comprensivo con l’uditorio, che rifiuta certi riflettori, e non come presa di posizione ideologia, ma perchè è nella sua natura profonda, e ne paga un prezzo.
    Oggi ci sono cose bellissime, le più belle di tutte, avvolte nel silenzio, quasi a proteggerle.
    C’è un bellissimo film d’animazione, l’Arte della felicità, nato a Napoli: autore, regia, produzione, colonna sonora, tutto in città. Dopo un anno sta spopolando nel mondo fino ad ambire a candidature eccellenti. Partito nel silenzio, da una città complessa, che racconta proprio quel mondo ripiegato e solo.
    Oggi la Bellezza si circonda di silenzio, dolcissimo.
    Buon lavoro.
    V.

  • Purtroppo anche chi scrive sui giornali, sui blog, va in televisione ha fatto del disimpegno una bandiera. Si preferisce scrivere un articolo nostalgico come questo piuttosto che “sporcarsi le mani” ed usare il proprio “potere mediatico” e lo scrivo fra virgolette solo per sottolineare che non intendo un potere economico, ma di un potere di informazione e, come si diceva un tempo, controinformazione. Come tutti anche l’autore di questo articolo preferisce fermarsi alla superficie e prende ad esempio ciò che i cascami di un’industria discografica residuale promuove, non è un giudizio di valore, non è un questione di gusti. Ma ha provato, l’autore, ad andare nei piccoli club, nei ritrovi? Ha mai provato a cercare quella strana fauna chiamata “cantautore” in quei posti, dove affannosamente cerca uno spazio ed un pubblico cui “parlare”. Potrebbe essere sorpreso che esistano ancora quelli che al privato uniscono il sociale, quelli che continuano a parlare delle persone e non della “gente”, a raccontare storie in musica. Senza alcuna presunzione di insegnare, di indicare, di fare i fratelli maggiori. La perdita di memoria della nostra società è il primo dei malesseri cui seguono non riuscire più ad individuare valori condivisibili. Siamo individualisti senza essere individui, perché così ci preferiscono, così riescono a dominarci. La grande sconfitta di una stagione, forse irripetibile, sta in questo. Non nell’indiscusso valore dei protagonisti dell’epoca, ma nel fatto che oggi si racconti alle persone che non c’è più quello spirito, non c’è più un terreno culturale comune, non ci sono più i cantautori (per restare allo specifico) che possono interpretare emozioni, sensazioni e idee che sentiamo fluttuare nell’aria e troppo spesso scivolano via nell’indifferenza o nella repressione di chi odia i cambiamenti, di chi ha paura delle evoluzioni. Forse, se anche i “nomi”, le “penne”, le “voci” che oggi hanno un potere di informazione, di creare consenso si decidessero a parlare del vero ch esiste, ma vive nascosto da queste tenebre (non per sua scelta, ma perché privato di canali di comunicazione, dell’accesso al pubblico, delle risorse necessarie a raggiungere le persone e farsi conoscere ed apprezzare), forse, se chi ha raggiunto una “visibilità” ne spendesse un po’ per illuminare questi luoghi nascosti e lasciti alle marginalità, ne potremmo giovare tutti ed invece di scrivere un articolo come questo, cui è facile dare il proprio assenso, ma che nulla aggiunge e nessun cambiamento porta alla situazione, si scrivesse delle persone che quotidianamente s’impegnano (e resto nel mondo del cantautorato, ma vale per tanti settori dell’arte e dello spettacolo) per proporre qualità e sincerità, per raccontare quelle piccole storie che sono e restano la nostra vita. Forse, le cose potrebbero cambiare. Ma è una pia speranza, visto che è molto più semplice dire: è tutto finito, non è più come prima, si guardi attorno è vedrà che c’è di più e forse finiranno queste analisi, che si, allontanano il pubblico convincendolo che non ci sia nulla da “vedere”.

    • Stefania:

      Antonello Anzani mi hai tolto le parole di bocca, anzi dalla penna. Tutto verissimo. Dal parlare di musica siamo andati a finire a parlare di crisi. Ormai il mondo si divide tra i nostalgici del passato quando tutto andava bene (???) e non fanno altro che criticare l’ipermodernità e coloro che invece accettano il loro tempo non passivamente, cercando nel cambiamento stimoli nuovi. La prima opzione è più facile, indubbiamente; la seconda va affrontata con coraggio e una certa elasticità mentale.

  • Marco D:

    Tutto condivisibile. Manca però Capossela, forse l’eccezione che conferma la regola

  • Stefania:

    Stiamo attenti a non generalizzare. A me personalmente non piace la musica dei cantautori italiani( a parte alcune rare canzoni) ma non per questo sono una persona disattenta e senza convinzioni.La musica del passato, quella qualitativamente meritevole, non va sicuramente dimenticata, ma ascoltare soprattutto artisti scomparsi, mi sa di anacronistico. Ho superato i 45 anni e ascolto musica straniera. David Sylvian, Paolo Nutini, Norah Jones ecc. artisti contemporanei che non sono proprio da buttare via. D’altronde ognuno ha i propri gusti, anche in campo musicale. Ma la dicotomia che avvicina il cantautorato italiano (specie quello del passato) obbligatoriamente a un pubblico raffinato, colto e profondo, è proprio infondato. La marginalità dei profeti di cui si parla nell’articolo è dovuta a mio avviso principalmente al fatto che negli ultimi anni i musicisti e cantanti sulla scena sono aumentati a ritmo vertiginoso, una parte della musica è diventata “usa e getta”. Sarebbe più sensato distinguerla da quella parte che non lo è, piuttosto che perseverare nel ricordo di artisti che hanno fatto la loro storia ma che non vivono più oggi.

  • Damiano:

    Buongiorno, sono in linea con quanto scritto da Andrea Scanzi. Ai nomi fatti citerei anche Capossela e Sergio Caputo ma, a parte questo, volevo aggiungere una cosa che potrebbe incastrarsi trasversalmente. Gli ultimi lavori, di diversi cantautori, anche autorevoli non sono per nulla in linea con quelli precedenti (degli stessi artisti). Lo scrivo in quanto la musica cantautorale la conosco e la amo da sempre e con essa sono “cresciuto”. Gli ultimi lavori di Bennato, Guccini (faccio i nomi giusto per capirci) non hanno nulla o poco a ricordare. Non dico che si debbano sempre pubblicare “capo – lavori” ma nemmeno lavori così. Sento personalmente la mancanza una volta ogni 3 / 4 anni (e anche più) un nuovo lavoro di De Andrè..Qualche anno fa mi è proprio venuto dentro questo pensiero. Un saluto a tutti.

  • Roberta:

    ….e Vinicio Capossela?

  • Mario:

    Mah… Credo che sia tutto racchiuso nella conclusione dell’articolo stesso: è cambiato tutto e talmente velocemente che… Purtroppo (dico io) sotto questo punto di vista non si è riuscito a fermare i tempi che avanzano. Io, da ragazzo, ero capace di conoscere un intero album grazie alla radio, alle radio. Oggi girano solo quelli battezzati (ma dovrei dire creati) solo come singoli e che non durino più di tre minuti e mezzo.
    Citi Bennato che nell’80 “osò” andare contro il sistema commerciale discografico facendo uscire due dischi in meno di un mese, uno dei quali “Sono solo canzonette”. Immaginiamocela ora una situazione del genere. Impossibile. Impensabile.
    Nel’era post Napster, nell’era di iTunes e compagnia simile sono impensabili le produzioni artistiche Pink Floydiane che duravano venti minuti (una sola traccia), eppure erano quelli che i tempi li avevano preceduti e bruciati se è vero, come è vero, che The Dark Side of the Moon sembra inciso ieri mattina.
    Alla fine la tecnologia c’entra e non c’entra, più probabile che noi pubblico siamo cambiati per primi, come dici tu abbiamo più fretta e sempre meno tempo per fermarci ad ascoltare una storia raccontata davanti a un fuoco o durante un pranzo domenicale.

  • matteo:

    Condivido il pensiero su Caparezza che ormai si è affermato in un genere ibrido da lui inventato (con coraggio in Italia).
    Rimane però un pubblico raramente attento che spesso rispecchia la società che contribuisce a formare, appunto disattenta e senza convinzioni e strade ( cantautori ) da seguire e in cui credere.
    Personalmente sono contento di ascoltare quasi totalmente musica di artisti scomparsi o non più in attività e giovani pressoché sconosciuti e poco attraenti per le radio ( quasi sempre anche loro piene di una programmazione vuota).

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