Neanche due mesi fa. Casa sua, Pavana. E’ il suo 86esimo compleanno. Siamo in pochi. L’aria è dimessa. Francesco la mattina dopo dovrà ricoverarsi a Bologna. La malattia è tornata, in un quadro clinico già difficile. È l’unica volta in cui lo vedo quasi rassegnato. Pienamente consapevole della situazione. Quando ci salutiamo, mi abbraccia e dice: «Speriamo di rivederci». Cerco di fargli forza, non ci riesco. Aveva ragione lui.
Sembrerà strano, ma per me Francesco Guccini è prima amico e poi artista. Del resto, sulla sua carriera c’è paradossalmente pochissimo da dire: cantautore prodigioso, scrittore straordinario. Avrebbe meritato il Nobel per la letteratura, non meno di quanto lo abbia meritato Bob Dylan. Come autore puro di testi, e come burattinaio di parole, è stato il più grande in Italia assieme a Fabrizio De André. Lui ne era conscio, ma fino a un certo punto. Era consapevole di avere scritto canzoni riuscite, come Amerigo, mentre non si capacitava dell’eccessivo successo che aveva baciare brani per lui quasi minori, tipo L’avvelenata.
Scrivo questo ricordo perché me lo hanno chiesto Maddalena e Marco, ma non è facile. Per me Francesco è anzitutto abbracci, pranzi, cene, risate. Era un grande mangiatore. Gusti tradizionali e contadini, pochi sofismi e ancor meno abracadabra. Lui mi prendeva in giro perché sono vegetariano, io lo prendevo in giro perché di vino ne capiva poco. Chissà perché era fissato con il Gewürztraminer. Aveva le sue idiosincrasie: per esempio non sopportava il fatto che tutti lo associassero al fiasco di vino sul palco e al lambrusco. “Il lambrusco lo bevo poco e il fiasco sul palco non l’ho tenuto praticamente mai”.
Ha seguito l’attualità fino alla fine. Guardava Rete4 per detestarne smodatamente alcune facce. Mai stato comunista, sempre stato socialdemocratico garbatamente rivoluzionario. Soffriva non tanto il tempo che passa, ma il fatto che giorno dopo giorno perdesse tutti gli amici del cuore. Adorava la sua Pavana. Sarebbe stato ore e ore a raccontare la storia di quel paese, gli alberi genealogici, le parole perdute. Erano le cose che lo appassionavano di più. Pieno di aneddoti, dopo un po’ si annoiava a parlare di musica.
Non ha mai legato fino in fondo con Lucio Dalla. Era invece grande amico di Zucchero e Ligabue. Proprio con Ligabue dicevamo spesso due cose. La prima è che Francesco aveva sconfitto la morte un sacco di volte, perché se ne sarebbe dovuto andare (stando ai medici) molto tempo prima. La seconda è che quasi sempre i miti ti mettono in soggezione: Francesco no. Ti metteva subito a tuo agio. Era un orso borbottone: ma buono, buonissimo.
Per i suoi compleanni, qualche volta, cantava. A parte un mese fa, a quelle feste c’era la sua band storica: i Musici. Ellade Bandini, Vince Tempera, Flaco. Ho dei video in cui intoniamo insieme Bella ciao, e un altro in cui io e Michele Serra, con i Musici, cantiamo Il vecchio e il bambino. Francesco borbottava dicendo: «Questa parte non l’avete fatta mica tanto bene…».
Negli ultimi tempi aveva una voce esile, piccola piccola, ma dolce. Lucido fino alla fine. Buono fino alla fine. Battagliero fino alla fine. L’ultima volta che l’ho visto, mi domandò deluso perché De Gregori avesse detto quelle cose lì sugli artisti che non devono impegnarsi. Eviterò, per carità di patria, di scrivere qui cosa risposi io e cosa aggiunse lui, perché De Gregori non ne sarebbe granché felice.
Era un grande gattaro, mentre era imbranatissimo coi cani. Quando si trovava davanti la mia Labrador, l’accarezzava quasi con la paura di romperla e poi mi diceva: «Io non so cosa fare con questa canona…». In quei momenti esplodeva di una tenerezza disarmante. A volte si imbarazzava, per esempio quando la mia compagna Sara, nel salutarlo, gli domandava sempre: «Ti posso dare un bacino, Francesco?». E lui rispondeva: «Ma sì sì, certo». E tornava quella tenerezza disarmante.
C’è un ricordo che ora è più forte degli altri. Un anno fa. Dopo pranzo, Francesco mi disse: “Andrea, ti va di leggere un racconto che ho scritto?”. Io: “Certo”. Sarebbe confluito nel suo libro Così eravamo. Pensavo di doverlo leggere in privato. No: mi chiese di leggerlo a voce alta, lì, nella sua casa, davanti a lui. Penso di non essere mai stato così teso in vita mia. E il primo a sorriderne fu proprio Francesco. Resterà uno dei ricordi più belli della mia vita.
Sempre in quel periodo, lui e Raffaella – sua moglie, donna meravigliosa che gli è stata vicino fino alla fine – ci avevano fatto vedere alcuni luoghi a loro cari, in auto, sotto la pioggia. Francesco la sfotteva: “Chissà come saranno contenti di questo tour indimenticabile, un’esperienza davvero appassionante…”. Aveva un’ironia irresistibile. Poi ci trovammo a tavola. Più di un anno prima, aveva ricevuto una diagnosi per la quale sarebbe dovuto essere morto da un bel pezzo. D’un tratto disse: «Sapete, ero sereno perché sapevo che il tempo sarebbe scaduto a breve. Mi sentivo pronto, e invece adesso non so quasi cosa fare. Ho questo tempo in più che non era previsto. Ho vissuto una vita fortunata, ho fatto delle buone cose. Non ho paura della morte, sono sicuro che dopo non ci sarà nulla, ma va bene così». Credo che quel “tempo in più” siano stati mesi belli, anche se nelle ultime settimane il destino non gli ha risparmiato nulla.
Quando conosci i miti, è difficile che non compaia un po’ di disillusione. Con Francesco, neanche un po’. Era un uomo bellissimo. Era un maestrone meraviglioso.
il Fatto Quotidiano, 7 agosto 2026
