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Porto Cervo Wine (report)

Da venerdì a domenica ho partecipato alla quarta edizione del Porto Cervo Wine Festival. E’ stata un’esperienza piacevole. Ho molte considerazioni da fare. Proviamoci.
Organizzazione. Raramente ne ho trovate di migliori. Gli ospiti sono viziati dall’inizio alla fine, l’ufficio stampa è impeccabile, pranzi e cene di pregio. Nulla che manca, tutto al punto giusto. Sotto questo punto di vista, applausi.
Il Festival. E’ l’unico festival enologico sardo, o così mi è stato detto. Gli va dato atto di essere stato il primo a muoversi, ma non è sufficiente per raccontare la realtà assai varia della Sardegna. Dove sono i Dettori, i Panevino e i Perda Rubia?
La location. La mitica (e da molti odiata) Costa Smeralda. “Quella della Santanché e di Zucchero che si incazza“. Tutto nasce nel 1962, quando il Principe Karim Aga Khan si innamora della zona – al tempo sconosciuta al turismo – e la rende mecca di ricchi. L’organizzazione del Festival è legata agli hotel Starwood – Cala di Volpe, Cervo, Pitrizza e Romazzino. Cinque stelle lussuosissimi, attivi solo d’estate (tranne il Cervo, l’unico aperto tutto l’anno). L’Hotel Pitrizzia, quello delle celebrities, è una delle cose più belle e lussuose che abbia mai visto. Le camere più economiche costano mille euro a notte, mezzo litro d’acqua in camera 10 euro o giù di lì. I sardi che vivono in Costa Smeralda soffrono all’idea di essere considerati la “Sardegna dei nababbi”, e li capisco, ma l’equazione – soprattutto per chi vive nel Continente – pare inevitabile.
Il programma. Di buon livello, almeno per gli incontri con il pubblico. Bruno Gambacorta (RaiDue) è un bravo padrone di casa, misurato e bipartisan. Ho apprezzato, in particolare, il dibattito sulla comunicazione enologica al tempo di Facebook (e più in generale al tempo del web). Sotto il profilo umano, a pranzo e cena, ho fatto begli incontri.
I vini. “Sembra quasi una sfilata“. L’ho sentito dire spesso, durante le degustazioni, da parte di chi avvertiva troppo glamour. Io stesso apparivo un po’ alieno, soprattutto quando ho parlato (anche) di vini biodinamici, Fatto Quotidiano e Giorgio Gaber. Un po’ come celebrare Beppe Grillo a un raduno del Pd (o Pdl). Della sessantina di cantine presenti, la stragrande maggioranza erano corazzate. Grandi numeri, vini troppo spesso uguali agli altri. Ho avvertito grande fatica a innamorarmi di qualche vino. Molti Vermentino erano deludenti, idem per Cannonau e Carignano. Quante bottiglie stancanti e opulente. Se volessi essere cattivo, direi che per certi versi sembrava la Vinitaly di Briatore. Avrei più coraggio nella scelta delle cantine e mi affrancherei dai soliti nomi. Li si vuole invitare? D’accordo, ma non solo loro (o quasi). Oltretutto, da toscano, mi veniva da ridere a vedere stand dedicati a Banfi o Rocca delle Macie, che bevevo giusto a 16 anni. Chiaramente è un parere personale, dettato da una “evoluzione del gusto” (o involuzione) che mi ha portato ad amare vini schietti e naturali, ma una rassegna ambiziosa e ottimamente organizzata non può affidarsi ai Lambrusco cicciuti (magari on the rocks) di Ceci o ai Franciacorta più industriali. Se si scelgono solo questi produttori, lo stereotipo della Costa Smeralda “luogo per ricchi” si alimenta fatalmente. Starei anche attento a chi presenta i vini: sentirsi dire “Non so cosa c’è dentro quel vino, sa, io solo un’amica” mette tristezza. Idem per le risposte di rito (“Qui sente profumi di cassis, qua facciamo uso di legno di rovere, bla bla“).
Cosa mi è piaciuto. Per prima cosa ho puntato alle bollicine. Nulla di rilevante sui Franciacorta (anche se apprezzo che i Pas Dosè stiano crescendo). Ferrari non lo bevo più da anni, ma il Perlè resta piacevole. Tra gli Champagne, non riesco ad amare Nicolas Feuillatte (e la signora che lo presentava era di rara antipatia). Perriet-Jouet non lo scopro io: adesso lo importa Antinori (che ha abbandonato Krug, “la Rolls Royce degli Champagne“). Il rosato, in particolare, è splendido. Ma costa un mutuo. Una garanzia la batteria deluxe di Pommery. Alla fine però consiglio un vigneron (seguito da italiani). Si chiama Encry e sta nel cuore della Cote de Blancs, a Mesnil-sur-Oger. Le migliori bollicine del Festival. Ho avuto modo di degustare la prima bottiglia di Pas Dosè aperta in Italia. Purtroppo è economicamente impegnativa (sui 70 euro).
Bianchi. Quanta fatica per trovare Vermentini emozionanti. Mi ha convinto di più la Lugana di Sansonina, piccola azienda veneta che cura anche Zenato (Amarone soprattutto). Ho degustato con attenzione i bianchi di Capichera (di cui in passato non ho parlato con particolare entusiasmo) e le bottiglie più ambiziose di Sella & Mosca (il Torbato in purezza, fuori dalla grande distribuzione organizzata). Sono fatti bene, senz’altro in grado di intercettare molti consensi. Ma la scintilla non è scattata e a quelle cifre, nel mio piccolo, scelgo altro. Alla fine dico Vigne Surrau, soprattutto le annate non recentissime (lo Sciala 2007 non era male).
Rossi. Ne dico tre. Il Tempranillo toscano di Beconcini a San Miniato, di cui parla Andrea Gori ne Il vino degli altri. Discreto anche il Chianti. Meglio i base dei vini più impegnativi (troppo legnosi). Un’azienda che d’ora in poi seguirò con attenzione, ho avverito passione e un qual certo coraggio eretico. Poi il Pinot Nero di Elisabetta Delzocchio: un ufo al Porto Cervo Wine Festival che plaudo non per il suo essere biodinamico – non basta essere “naturali” per piacermi – ma perché mi è piaciuto davvero. L’azienda è a Rovereto, la conoscerete già. Come vino sardo, a sorpresa, segnalo 6 Mura. Me lo ha fatto scoprire il gentilissimo Emanuele Ragnedda (Capichera), presentandomelo come un Carignano selvaggio e vero. Lo è, anche nelle spigolosità.
Questo è quanto. Grazie ancora per l’ospitalità.