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Full Metal Mappazzone (Masterchef parte II)

C’è un momento, in apparenza irrilevante e sempre sfuggente, in cui la tipicità diventa parodia. E la stranezza sconfina nella caricatura. La seconda edizione di Masterchef Italia è finita giovedì sera. Ascolti buoni, 3.05% di share. Tormentoni in Rete, liveblogging (instancabile quello di Dissapore.it). Uomini e donne che cinguettano giulivi su rapanelli mistici e “aquiloni di tiramisù rivisitato” (peccato che non abbiano visitato, e bene, anche chi gli ha dato quel nome). La cifra di Masterchef è l’esagerazione. Di tutto: dei tre ducetti, compiaciuti in una recita reiterata che rende l’imitazione di Maurizio Crozza (“Vuoi che muoro?”) perfino benevola per quanto riuscita. Dei concorrenti sull’orlo di una crisi di nervi, in grado di esultare per una quiche lorraine come neanche Tardelli-Munch nell’82. E di un format sempre più esasperato ma dalle uova d’oro, tanto che si pensa a un format per concorrenti junior (all’estero c’è già).
Se l’ingrediente è la ridondanza, non poteva esistere vincitrice più indicata di Tiziana Stefanelli. Avvocato romano, 41 anni. Respingente, supponente, disposta a tutto pur di dominare. Nessuno tifava per lei, quindi era perfetta per un reality – o talent, o “Full Metal Mappazzone” – che accarezza il finto politicamente scorretto con la lascivia di un vecchio satiro in astinenza da anni. “Maurizio mi ha rubato la cernia”; “Non le permetto di definirmi avvocato delle cause perse” (rivolta a Cracco); “A mia figlia racconto che l’importante è partecipare. Ma noi adulti lo sappiamo che l’importante è vincere”: sono solo alcune delle perle di saggezza dispensate dalla avvocatessa totemica, per nulla scalfita da prurigini di gradevolezza ma piuttosto crivellata da chiacchiericci e sfottò. Twitter (su tutti Johnny Palomba) le ha cucito addosso l’hashtag “#oilgate” perché una volta ha aggiunto olio a un piatto quando il tempo era scaduto. E dopo l’ufficializzazione della sua vittoria (avvenuta qualche settimana fa: il programma è registrato) si è appreso che suo marito è Paolo Girasole. Numero uno di Finmeccanica in India dal 2009 a marzo 2012, citato nell’inchiesta sulle presunte tangenti (così Guido Haschke: “A Girasole ho corrisposto la somma complessiva di 200 o 220mila euro. Non ha avuto alcun ruolo nella vicenda, ma era al corrente di quel che accadeva”).
La puntata finale ha ricalcato le precedenti. Il “carramba” stantio dei concorrenti eliminati. Mystery Box, Invention Race. I piatti a base di foie gras e agnello, con rispetto profondo per chi è vegetariano o anche solo ha letto Se niente importa di Jonathan Safran Foer. Carlo Cracco, con quell’italiano parlato come un turista straniero che si esprime in stampatello per chiedere informazioni. Le braccia giunte, l’occhio teoricamente torvo e la bi-espressione alla primo Eastwood: il Clint di Sergio Leone aveva solo le pose “con cappello” e “senza cappello”, Cracco “con grembiule” e senza. Dal poncho alla parannanza. Bruno Barbieri, tra una tshirt militare à la Chuck Norris e la riga in mezzo ai capelli tipo Gian Burrasca punito al collegio, si è distinto per il feticismo da “impiattamento”. Potevi cucinargli anche il fango, l’importante era che fosse figo; potevi dargli il piatto della vita, ma se non appariva accattivante veniva bollato senza misericordia alcuna (“Mappazzone”). E poi Joe Bastianich: “Questo fois gras è come una macchina d’epoca, spande olio dappertutto”; “E’ molto Duran Duran questo piatto”; “E quest’altro è un piatto bisessuale”.
Abbattuto a colpi di bazooka il buon senso, Masterchef ha elevato l’improbabile a intrattenimento. Bandito il minimalismo, elevata a monolite l’iperbole impanata. A partire dai nomi delle pietanze: “Emozionanti sorprese in crema di risotto”, “Passione di castagne, elisir di lamponi, violette di Parma e lamponi” (Nanni Moretti, dove sei?). Se i sommeliers sbeffeggiati da Antonio Albanese abbondavano di sentori improbabili (anice stellato, glicine rappreso, goudron del Tennessee), i cuochi di Masterchef parlano come mangiano. Ovvero con la bocca piena e gli ingredienti (le parole) impastati bulimicamente, come un arcobaleno di sintassi daltonica. Un panino alla mortadella, a Masterchef, diverrebbe – si presume – “sinergia astrale di glutine evoluto che si abbraccia in cerca di affinità elettive tra cereale monococco e suino allo stato brado, eroicamente sacrificatosi per appagare i nostri umanissimi sensi”. Nella dittatura efferatamente tragicomica del Triumvirato Barbieri-Bastianich-Cracco, l’ergastolo non è per chi sbaglia ma per chi abiura l’anelito alla cucina estrosa. Nutrirsi di surgelati è ripugnante, i bastoncini non esistono (se non nei freezer degli infedeli) e “i piatti vanno mangiati in verticale”, dunque sfidando la prosaica legge di gravità e le intuizioni superate di Newton.
Masterchef funziona perché è come una macedonia d’estate. O come la scatola di cioccolatini di Forrest Gump: non sai mai quello che ti capita (anzi lo sai: per quello la compri, la mangi, la guardi). C’è il trash, c’è il piacione. C’è il debole da zimbellare, c’è il cattivo da riverire. C’è l’immedesimazione, c’è l’effetto pavloviano. Ci sono le ricette, che hanno ormai sostituito i discorsi sul tempo che fa quando non si sa cosa dire. E c’è quel disimpegno cafonal – spolverato di zucchero a velo – che è il dolce di cui la tivù italiana va più ghiotta. Più che un talent, Masterchef è un quattro salti in padella. Solo che la padella siamo noi. Gnam.

(Il Fatto Quotidiano, 23 febbraio 2013)

 

 

 

 

MasterChef, il Full Metal Jacket alla vaccinara

Mi sento morta: devo fare la besciamella a Barbieri”. Daiana, casalinga 53enne di Follonica, è colma d’angoscia. Si avvicina al banco degli chef come un vitello al patibolo. Si fa il segno della croce, ha gli occhi lucidi e va incontro al martirio. I 18 finalisti della seconda edizione di Master Chef Italia sono tutti così. Terrorizzati dai tre semidei, molto più degli aspiranti manager di fronte al “boss” Flavio Briatore in The Apprentice.
MasterChef ha esordito alla BBC nel 1990. In Italia è arrivato un anno fa, prima a Cielo e ora su SkyUno. La prima puntata raccolse poco più di 100mila spettatori, l’ultima 702mila (2.6% di share). Il programma, furbo e ben fatto, funziona. Stasera la terza puntata (anteprime a parte). A decidere i destini del mondo sono due chef, Bruno Barbieri e Carlo Cracco, e un ristoratore, Joe Bastianich. Dopo di loro, definitivamente, lo chef è assurto a star. Con tanto di groupies, magari da sparare – con buona pace delle femministe – sulla copertina di GQ. Donne nude che tentano (con esiti scarsi) il bel tenebroso Cracco, appena meno espressivo dell’orata che (non) cela le parti intime della modella maliarda.
MasterChef Italia è uno specchio strepitoso del paese. Enfasi a badilate, assenza totale del senso della misura, frasi a caso. Regolamento più astruso di una primaria di centrosinistra (Mystery Box, Invention Test, Pressure Test, all’occorrenza anche uno Scappellamento a destra come tapioca prematurata). E crisi di nervi. Tante. Più pianti che piatti. I partecipanti hanno quasi tutti la tenuta psichica della Sandra Milo che urlava “Cirooo”. Per loro la cucina è tutto. E i tre Chef non paiono meno temibili di Giove Pluvio: “Ci tengo più della mia vita, Cracco ha quegli occhi che ti gelano il sangue”.
Il plot è di tipo militaresco: da una parte i generali, dall’altra le reclute su cui esercitare un nonnismo ostentato. Barbieri è il più didascalico nell’interpretare il Sergente Maggiore Hartman. A volte indossa persino camicie mimetiche, come un Chuck Norris dei fornelli. Il Sergente Bruno cammina dietro i sottoposti e poi, a bruciapelo, grida: “Veloci! Pensate di essere in vacanza? Forzaaaa!”. C’è pure il corrispettivo di “Palla di Lardo”, Ivan, umile e incolpevole commesso siciliano di 35 anni. Lo irridono tutti. Anzitutto Cracco, che non esce mai dal personaggio: tiene le braccia conserte e sfoggia lo sguardo pseudo-duro di un Christopher Lambert dopo una lieve colica renale: “Quanti anni hai? 20? Si vede da come cucini”; “Te l’hanno detto che esiste il sale?”; “Lei non sa nulla del fagiolo zolfino. Vada ad informarsi”. A MasterChef vita e morte sono concetti relativi: la trascendenza – il terzo occhio – è saper tagliare le cipolle alla giuliana. L’unica certezza è che la besciamella non deve avere grumi. Se sbagli roux sei fottuto. Sei fuori. Addio grembiule e sogni di gloria.
Chi ha scelto i finalisti di questa edizione è stato bravo a creare una fauna variegata: c’è il veterinario uguale a Massimo Ciavarro, l’idraulico “stagnaro” che parla come Fassari nei Cesaroni. I sosia di Heidi e Filippo Nigro. L’alter ego di Jim Caviezel in The Passion. Il fratello gemello di Mauro Corona. E il doppelganger di Giorgia Meloni, che parla esattamente come lei e – quel che è peggio – la ricorda pure in simpatia e guittezza strategica. Le scene madri si susseguono, in un parossismo di drammi emotivi. “E’ impiattato male”, rampogna Barbieri (che con quelle camicie, di eleganza e bellezza, non dovrebbe parlare mai); “Aho’, è pasta e fagioli, che je devo fa’?”, piangiucchia l’idraulico (ma fuorionda: ce ne fosse uno che si ribella di persona). Bastianich, il più debole dei tre, per darsi un tono scaglia via il piatto che non ha gradito. Gli astanti, basiti, tremano come soldati al fronte. Cracco, con italiano lento e incerto, recita la parte del Dylan McCay problematico in Beverly Hills. Un pittore di Como, Maurizio, rivela che “questo piatto non l’ho cucinato io ma il mio me negativo”. Se Basaglia passasse di lì, avrebbe forse dei ripensamenti. E poi c’è Regina, studentessa dai poteri divinatori: “C’è chi sussurra ai cavalli. Io lascio che gli ingredienti mi parlino. La prima a farlo è stata la rana pescatrice: mi ha detto lei che dovevo cucinarla così”. Roba che neanche Maccio Capatonda nella parodia de Il sesto senso.
I piatti si susseguono. Il Full Metal Jacket alla vaccinara prosegue. Se la boria fosse una spezia, MasterChef Italia trasuderebbe cumino. Più gli chef infieriscono, più gli allievi si sottomettono, come Benigni e Troisi nella lettera al Santissimo Savonarola (“E noi lì, sotto i suoi piedi, zitti”). In una pausa pubblicitaria ricompare Cracco. Sponsorizza padelle magiche, le stesse che – a conferma della scarsa rivoluzionarietà del popolo italiano – nessuno usa per inseguirlo.
Il cibo è ovunque, alla faccia di crisi e carestie. I superstiti ci si avvicinano trasecolati, come tanti Alice in un paese senza meraviglie. Arrivano le eliminazioni, esondano i pianti. “Sei fuori, ma hai talento. Non abbandonare la cucina”, concede Barbieri. “No, chef, non lo farò. Non vi deluderò, lo prometto”, risponde la ragazzina esclusa, tipo Stallone in Rocky IV quando parlava di pace nel mondo al sosia di Gorbaciov. Singhiozza. I compagni la abbracciano. C’è commozione nell’aria. Vista da dentro sembra un’apocalisse, vista da fuori un’arena senza eroi né gladiatori. Al massimo troppi soffritti.

Il Fatto Quotidiano, 27 dicembre 2012