Archive del 12 aprile 2010

Champagne Jérome Prévost

Sono in Qatar, e in Qatar non c’è niente. Voi direte: sì, ma allora che ci stai a fare? Per lavoro, men. Moto, inviato, giornale. Articoli scritti in dieci minuti, interviste rubate, quotidianità in sala stampa. Cose così. Cose da scribi.
In Qatar non c’è nulla di alcolico, se non in qualche hotel. In questi giorni ho corso venti chilometri in tre giorni, mangiato quasi niente, perso tre chili e sognato Champagne.
Ecco, oggi parlo di uno di loro. Uno dei miei preferiti.
Non sono allegro, anzi mi girano. Molto. Ho perso un amico, che conoscevate anche voi. Si chiamava Edmondo Berselli ed eravamo amici. Gli devo tanto. Lo cito anche ne Il vino degli altri, proprio nel Backstage finale. Un’idea che gli avevo rubato: il dietro le quinte di un libro. Certe idee venivano solo a lui. Gli era piaciuto Elogio e gli sarebbe piaciuto anche questo. Ma non l’ha letto. E mi fa male, anche questo.
Eddy amava il vino, ma da autodidatta e senza mai eccellere in entusiasmo. Spesso mi chiedeva consigli. Riceveva decine di bottiglie pazzesche in regalo, qualcuna la apriva subito, altre aspettava.
Lo Champagne non lo amava, ma solo perché gli dava fastidio l’aria sborona dei francesi (certi francesi). E allora, con lui e Beppe Cottafavi, le due persone che più quattro anni fa si mossero per mettermi in contatto con Mondadori, a Modena bevevamo Lambrusco di lusso. Il Lambrusco Metodo Classico, cioè champagnato, tipo Bellei o la fascia sontuosa di Chiarli e Cavicchioli. Dovevamo anche fare una sfida, chiarlisti contro cavicchiolisti. Poi non si è fatta. Tante cose, poi, non si fanno.
Qualche giorno fa, a casa con Linda, ho bevuto uno Champagne. L’abbiamo amato. Era La Closerie Les Beguines di Jérome Prévost. Prevost è l’allievo di Anselme Selosse, il più famoso dei vinoveristi. Selosse è così famoso che ormai costa un mutuo. Fa soprattutto Champagne da Chardonnay.
Prevost, no. Lui vinifica il più sfigato dei tre vitigni dello Champagne: il Petit Meunier. Di solito si usa più che altro come agente matrimoniale tra Chardonnay e Pinot Noir. Quasi mai in purezza. Qualcuno sì, nel libro faccio i nomi (non posso dirvi tutto qui, altrimenti poi chi mi compra?).
Ecco: La Closerie è un gioiello. Pinot Meunier in purezza. Di esso ha corpo e vinosità, ma non quella latente grezzaggine. Elegante, anzi, e dritto. Quasi come uno Chardonnay. Lungo, complesso, fresco. Di gran mineralità. Versatile nell’abbinamento. Non esito a ritenerlo superiore all’Initiale di Selosse (il base di Selosse, che però costa 100 euro: base una mazza).
Pure La Closerie non costa poco, io l’ho preso a 60 euro alla Casa del Parmigiano di Erasmo Gastaldello (e scrivo il prezzo sperando che un editorialista del Giornale o un pasionario stinto del Mucchio si increspi schifito, scrivendo – con quella solita prosa insopportabilmente verbosa e pallosa – che “Scanzi predica bene ma razzola male”: a me queste cose mi caricano, cit). Non costa poco, lo so, ma l’arte si paga e questa è arte.
Oggi, qua in Qatar, con sei chilometri appena sudati e un nulla attorno, mi manca La Closerie. Mi manca quella drittezza.
Mi manca che, probabilmente, Eddy mi avrebbe pure smonato, con ‘sta storia degli Champagne. E avrebbe anche fatto bene.