Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
marzo: 2017
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Articoli marcati con tag ‘Pink Floyd’

I migliori di noi (un’autopresentazione)

gioiaIl settimanale Gioia mi ha chiesto di presentare il mio libro “I migliori di noi”, che grazie a voi sta continuando a fiammeggiare e che presenterò qua e là fino a settembre (tutte le date qui). L’ho fatto con queste parole, che mi piace pubblicare anche qui.

“Una delle cose che più mi affascina, da sempre, è l’amicizia. Non solo l’amicizia in sé: anche la sua narrazione. Pensate a True Detective: cos’è, quella serie, se non una maniera straordinaria di raccontare un’amicizia? Ripenso anche a Bruce Springsteen e a una sua vecchia canzone tratta da Nebraska, Highway Patrolman, che ha ispirato il primo film da regista di Sean Penn. Non l’ho capito subito, ma mi sono presto reso conto che alla base del mio nuovo libro ci fosse la voglia di raccontare un’amicizia decennale, parzialmente inspiegabile come spesso sono le amicizie, tra due persone assai diverse. Cos’è che, negli anni, ci tiene legati a persone che spesso non sopportiamo, e i cui comportamenti reputiamo talora inaccettabili, ma che ciò nonostante – o forse proprio per questo – reputiamo irrinunciabili? Pensate alla vostra migliore amica, al vostro migliore amico. Una persona per voi fondamentale. Di colpo quella persona – quel punto cardinale – scompare. Vi lascia soli. Così, di punto in bianco. Per poi riapparire, venticinque anni dopo, quando nel frattempo non fai più l’università, ma ti sei sposato. Hai avuto un figlio. Sei invecchiato. E certo cambiato, non saprei dirvi se in meglio o in peggio. Come reagiremmo? E come reagireste, se questo nuovo incontro arrivasse nel momento più difficile della vostra vita, proprio quando state aspettando l’esito di un esame decisivo? E’ questa la scintilla da cui sono partito: due anime perse, forse salve e certo diversissime, che si ritrovano. Cercano di riprendersi le misure. E scoprono che un’amicizia vera non muore mai. “I migliori di noi” è nato così. Un elogio dell’amicizia, tra bicchieri di vino, ironia (tanta), disillusione (un po’), vino e buona musica. Tutto questo, però, non sarebbe bastato. Serviva altro. Anzitutto due cani. Sarà che li amo, e sarà che i miei libri del cuore contemplano sempre almeno un cane (pensate a Saramago, per esempio). Non conosco il motivo, ma non riesco davvero a concepire un libro senza cani. Che volete farci, sono fatto così. I cani sono fumetti perfetti: i migliori attori non protagonisti del mondo. Sono decisivi senza chiedertelo, fanno sorridere e sono così naturalmente incredibili da apparire credibili in ogni cosa che fanno. Così, in questa storia blues di amore e amicizia, con uomini fragili e donne prodigiose, ci sono due cani. Uno molto saggio e uno molto bischero. Un po’ come i loro padroni, forse. L’altra componente era il contesto. Quando scrivi un romanzo può capitare di scervellarti per anni cercando il luogo giusto, salvo poi trovarlo nella realtà che vivi tutti i giorni. Izzo non poteva avere che Marsiglia, Vazquez Montalban non poteva avere che Barcellona. Ognuno ha la sua Macondo. La mia, nel mio infinito piccolo, è Arezzo. Una città in sé letteraria, anche se spesso se ne dimentica, con quel centro storico che pare disegnato da un pittore tanto talentuoso quanto sbadato. Così sbadato da non accorgersi neanche di quanto sia bravo. Buona lettura.”

(Gioia, 12 gennaio 2017)

Lo scrigno magico dei Pink Floyd

pink-floydCosta uno sproposito, ma è francamente difficile immaginare un cofanetto più bello di questo. I Pink Floyd, negli ultimi anni, non hanno certo lesinato celebrazioni: le rimasterizzazioni “Discovery”, le versioni arricchite “Experience” e i box “Immersion” – oltremodo irresistibili – dedicati a Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here e The Wall. Mancava giusto qualcosa che eternasse la prima fase. Ed ecco, appunto, The Early Years 1965-72. Nota dolente: il prezzo (462 euro su Amazon). Per quanto però possa apparire eretico, li vale tutti. Dieci Cd, 9 Dvd e 8 Blu-ray. Demo e unreleased, apparizioni tv, 7 ore di registrazioni di concerti, 15 ore di video, interviste, 3 lungometraggi. Venti brani mai pubblicati, una nuova versione della colonna sonora di Zabriskie Point. Eccetera . La parte audio comprende 130 tracce, tra cui 12 ore e trenta di canzoni non pubblicate, BBC sessions e outtakes. Due brani mai pubblicati prima, Vegetable Man e In the Beechwoods, sono stati nuovamente mixati. Tutto, in questo cofanetto, è definitivo e maestoso. Uno scrigno dei desideri, con tanto di vinili e singoli riproposti come se fosse possibile tornare ancora indietro a quegli anni. Molte di queste rarità erano note ai floydiani di stretta osservanza, ora grazie a bootleg e ora tramite lo spaccio sotterraneo di capolavori tra fan, ma nulla era mai stato ascoltato con questa ricchezza. Con questa qualità. Con questa mesmerizzante bellezza. Gli anni dal 1965 al 1972 sono quelli in cui i Pink Floyd nascono, crescono e diventano pienamente i Pink Floyd. Il cofanetto si ferma un attimo prima che tutto cambi, quando il successo di Dark Side Of The Moon sarà per loro tanto enorme quanto devastante. Secondo una teoria che piace assai ai feticisti della nicchia, i Pink Floyd muoiono quando il loro fondatore Syd Barrett impazzisce, (anzitutto) per la schizofrenia e (poi) per gli acidi. E’ una delle più grandi sciocchezze nella storia della musica. Come ha più volte riassunto la divinità Roger Waters, Syd scoprì le galline dalle uova d’oro e senza di lui nulla ci sarebbe probabilmente stato. I suoi meriti sono immensi, come immenso è il rimpianto per un talento (potenzialmente illimitato) troppo presto evaporato. Al tempo stesso, Barrett ha realizzato “soltanto” The Piper At The Gates of Dawn, il primo album effettivo della band. Già dalla fine del 1967 non era più lui, al punto che Roger, Richard Wright e Nick Mason dovettero chiamare David Gilmour. Tutto quello che resterà nella storia – ed è una mole sconfinata di epifanie e intuizioni – è stato creato senza Syd. Questo cofanetto lo conferma. Il materiale di musica e filmati ammalia, commuove e quasi sconcerta. Com’è stato possibile generare così tanta perfezione? L’incanto è continuo. Nel primo volume (1965-67) c’è ancora Bob “Rado” Klose, chitarrista della band prim’ancora che si chiamasse Pink Floyd e poi andatosene per dissidi con Syd Barrett: di fatto il Pete Best del gruppo. In una traccia spunta perfino Frank Zappa alla chitarra. Le BBC Sessions sono pazzesche, qualche live è inaudito. Ci si perde ascoltando le varie versioni della suite Atom Heart Mother (con o senza orchestra), ci si inebria di fronte alle stazioni della creazione – “Nothings”, “The Son Of Notihing”, “The Return Of The Son Of Nothing” – che portarono alla nascita di “Echoes”. Ogni cosa è illuminata e non ancora travolta dalla fama. I Pink Floyd non sono mai stati granché amici: fu sin dall’inizio un rapporto di lavoro. C’è sempre stata una sorta di lotta intestina continua tra la coppia Gilmour-Wright e quella Waters-Mason. Eppure, e questo cofanetto lo conferma, per un certo periodo anche a loro parve possibile essere – addirittura – amici. Una cosa sola. Accadde tra Atom Heart Mother Dark Side Of The Moon. Gli anni 1971-72: quelli di Meddle, di Zabriskie Point, del Live at Pompeii e del sottovalutato Obscured by cloudsThe Early Years costa tantissimo, sì: ma è bellezza pura. A tratti quasi insostenibile.
(Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2016)

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Non è colpa mia se la musica di “ieri” è molto meglio di quella di oggi

pink-floydI social network hanno creato, tra le altre e non sempre negative cose, disastri inauditi. Uno di questi è che ti tocca leggere commenti di persone con cui non hai niente in comune. Tra queste persone ci sono coloro che, se lodi i Rolling Stones o i Pink Floyd, replicano queruli: “Che palle questa musica vecchia, perché non parli di artisti nuovi?”. A tale domanda, di per sé involontariamente idiota, si potrebbe rispondere nella maniera più facile: “Perché parlo di quello che mi pare”. Lapalissiano. Facciamo però finta, adesso, di essere persone educate e timorate di Facebook. Prendiamo in esame la critica nascosta tra le pieghe di tali post piccati: “Parlare sempre della musica di ieri vuol dire implicitamente negare che oggi ci sia musica di qualità”. E’ vero? Sì e no. No, perché ci sono artisti – più o meno nuovi – molto bravi. E magari non li conoscete. Qualche nome: Il Pan del Diavolo, Sergio Marazzi, Luigi Mariano, Filippo Graziani, Alberto Bertoli. Eccetera (sì, eccetera). Dire che il cantautorato è morto, o che nulla c’è più da ascoltare, è una gran sciocchezza. Al tempo stesso, pensate all’ultimo gruppo che secondo voi resterà nella memoria. Non stiamo qui alludendo a chi ha appena indovinato un buon disco: alludiamo a chi durerà davvero nel tempo. I nomi, fatalmente, si assottiglieranno: Radiohead, Wilco, Sigur Ros. Tutta gente nuova, ma non nuovissima. Certo, potreste qui sparare Eddie Vedder, che anche solo per il duetto con Roger Waters in Comfortably Numb o per la colonna sonora di Into The Wild, meriterebbe dodici Nobel, ma mica parliamo di uno nuovo: Vedder e i Pearl Jam c’erano già quando per Kurt Cobain citare Neil Young non era l’anticamera del suicidio ma un approccio artistico. Vale lo stesso in Italia. Nulla di personale contro Motta, ma negli anni Settanta se ne sarebbero probabilmente accorti in pochi. Invece adesso si grida al miracolo, perché lo dice il Club Tenco e forse perché non pare esserci nulla di meglio. Idem per Calcutta, col rischio che tra pochi anni di loro non resterà poi molto più di quel che è rimasto di Vasco Brondi (bravo, ma oggi lo ascoltate ancora?). C’è, in giro e nella critica di settore, un gran bisogno di fare le nozze coi fichi (e coi talenti) secchi. Non è passatismo: è la mera realtà dei rolling-stonesfatti. Diceva Goethe: “La vita è troppo breve per bere vini mediocri”. Nulla di più vero, e vale anche per la musica. Come pure per la letteratura. Non si capisce perché io debba perdere tempo a farmi piacere per forza un cantante “giovane”, se posso godere come un riccio con Darkness On The Edge Of Town di Springsteen, Alchemy dei Dire Straits, Graceland di Paul Simon o Sodi Peter Gabriel. Si è qui volutamente citato opere tra Settanta e Ottanta, perché se avessimo preso l’interregno tra Sessanta e Settanta sarebbe stato troppo facile: basta la tetralogia dei Led Zeppelin, o uno Sticky Fingers degli Stones, per uccidere qualsiasi teorico paragone col presente. C’è più talento in una nota qualsiasi di Obscured By Clouds, disco “minore” per antonomasia dei Pink Floyd, che in tutta la discografia di qualsiasi artista di oggi. Ci sono contemporaneità che alimentano talenti e altri no, così come ci sono tempi in cui Pelè ha una “elle” sola e altri che ne hanno due. Per questo e per mille altri motivi, se a fine 2016 un assolo di Jimi Hendrix, Duane Allman, Eric Clapton, Jeff Beck, Ry Cooder o Stevie Ray Vaughan ci emoziona più di qualsiasi gorgheggio odierno, non rompete troppo le scatole: ognuno ha la contemporaneità che si merita, ma nella musica – per fortuna – le fughe all’indietro sono consentite. Più ancora: caldamente consigliate. (Il Fatto Quotidiano, 7 novembre 2016)

Ode breve dei Radiohead (vi amo, vi ho sempre amato)

radioheadVi amo: vi ho sempre amato, sin da quando vi intercettai con Creep e poi con The Bends. Ok Computer è il disco perfetto, il Dark Side Of The Moon degli Anni Novanta e non posso ascoltarvi ogni giorno perché mi strappate l’anima e mi fate male come solo i Pink Floyd o certe cose dei Sigur Ros. Siete come C’era una volta in America o L’età dell’innocenza: dovete essere maneggiati con cautela, perché avete sempre avuto questa maledetta attitudine a devastare il cuore. Vi ho sempre seguito, anche quando avete esagerato con le rivoluzioni, anche quando avete inciso canzoni che piacciono solo a voi (anzi: a volte neanche a voi). Vi ho seguito con Kid A, con Amnesiac, con Hail to the Thief, con In Rainbows, con The King of Limbs. Ogni vostro disco ha almeno 3-4 brani che, da soli, valgono tutto. Quando ho voglia di credere nell’esistenza non tanto di Dio, che Roger Waters lo conosco già, ma dell’Uomo, mi stordisco di Fake Plastic Trees, Exit (Music for a film), The National Anthem, Like Spinning Plates, There There e altri venti brani almeno. Street Spirit (fade out) è inaccettabile per dolcezza e Paranoid Android è la suite che avrebbero composto i Pink Floyd se avessero scritto Ummagumma nel 1997. Mi trovo ora ad ascoltare A Moon Shaped Pool, più o meno per la cinquantesima volta in tre giorni. E vi ritrovo come sempre, uguali e diversissimi, malati e contorti, intrisi di un genio quasi osceno tanto è cristallino, con quei cazzo di suoni e quella cazzo di voce. Thom Yorke non è neanche un cantante: è Leopardi che si è messo a radiohead 2cantare le Operette Morali dopo qualche secolo di letargo. Anche in questo disco avete messo le solite o tre quattro masturbazioni a uso e consumo dei vostri demoni, ma chi se ne frega. Vi perdono, vi ho sempre perdonato. E anche delle vostre paturnie sui social e sulla discografia non me n’è mai fregato nulla. Anzi meno. Burn The Witch crea dipendenza ed è meglio di un trip scritto da Burroughs. Decks Dark e Desert Island Disk hanno una delicatezza che non esiste. Glass Eyes fa piangere a dirotto, The Numbers è drammaticamente perfetta e True Love Waits è l’unico finale possibile. Diranno ancora che siete cerebrali, che siete freddi, che siete autoreferenziali. Lasciateli dire: il cicaleccio degli ignoranti, e peggio ancora degli insensibili, non ha mai fatto la Storia. Voi sì. E’ davvero rassicurante essere coevi: siete la musica migliore per questa nostra contemporaneità quasi sempre asincrona. Per non dire stonata.

(Sì, vi amo. Vi ho sempre amato).

Un disco con cui deliziarsi in eterno: Meddle dei Pink Floyd

12499428_10209501084793673_492135036_oPur assai distante per clima e toni, Meddle ha sempre sofferto di una sfortuna analoga a quella caduta su Animals: essere incastrato nel bel mezzo di due album molto più noti. Atom Heart Mother e Dark Side Of The Moon, nello specifico (e tralasciando la colonna sonora di Obscured By Clouds). E’ il sesto album dei Pink Floyd, quando già non erano più “solo” psichedelici e quando non erano ancora universalmente famosi. Anche per questo è un disco affascinante e ancor più decisivo, perché fotografa una band prodigiosa poco prima che il successo planetario la travolga per sempre. Di lì a poco ci sarebbe stato il Live At Pompeii, che non avrebbe visto la luce senza Meddle. Non fu un album facile e richiese otto mesi di registrazione, da gennaio ad agosto 1971. La band era tornata da una tournée in Inghilterra e Stati Uniti per promuovere Atom Heart Mother, che oggi la band odia (stupidamente) come nessun’altra cosa al mondo. Gli studi dovevano essere quelli di Abbey Road, ma non erano abbastanza moderni per le ambizioni della band, che optò quindi successivamente per spazi più artigianali ed evoluti: l’Associated Independent Recording meddle(AIR) e il Morgan di West Hampstead. Il tecnico del suono era John Leckie, lo stesso del memorabile All Things Must Pass di George Harrison. Leckie fu scelto anche perché amava lavorare al mattino, quando il gruppo dormiva, senza troppe rotture di palle attorno. Il taglio rispetto alle opere precedenti è sancito anche dalla scelta della copertina, l’unica a cui lavorarono autonomamente i Pink Floyd. I quattro rimasero colpiti dallo scatto dell’orecchio umano in primo piano sott’acqua. Storm Thorgerson, che avrebbe inventato le epocali copertine successive e che aveva già avuto l’anno prima l’idea della mucca frisona atomica, fu coinvolto solo in un secondo momento e non rimase soddisfatto del risultato finale. Giustamente: la copertina è orrenda e se la gioca in bruttezza con The Final Cut. Ma chi se ne frega: Meddle è sempre stato uno dei miei album preferiti. Un po’ perché da ragazzo non lo citava mai nessuno, e quindi faceva figo. Un po’, e soprattutto, perché One Of These Days ed Echoes signoreggiano e soverchiano. A ciò si aggiunga il fatto che ho sempre voluto un cane e, per colpa di questo album, per anni nella mia testa ogni cane si chiamava Seamus (uuuuuuuuuuuhhhhhh, wof, wof).
Essendo una band sostanzialmente psicopatica e impossibilitata a essere normale, di fronte alla crisi creativa durante le prime settimane di registrazione si cercò di ovviare nella maniera più contorta possibile: ognuno suonava quello che gli pareva, in solitudine totale, e poi si mettevano insieme le parti sperando che meddle 3“combaciassero” o comunque suonassero bene. Ovviamente lo stratagemma non funzionò, ma Echoes cominciò a nascere proprio così. Parto faticoso: prima fu chiamata Nothings (sempre allegri, i Pink Floyd). Poi Son Of Nothings, quindi Return Of The Son Of Nothings. E infine Echoes. Meddle uscì il 5 novembre 1971 e diede vita a un tour omonimo. Consta di sei tracce, anche se quasi tutti conoscono soprattutto la prima e l’ultima. Ebbe buon successo in Inghilterra mentre non andò granché bene negli Stati Uniti, anche perché l’etichetta discografica non ci puntò per niente. E’ l’album più ventoso dei Pink Floyd ed è spesso il preferito – non senza motivo – dai fans della coppia Gilmour-Wright, che qui troneggia nella magistrale Echoes. Per certi versi è anche l’album più elegante della band. Più femminile, più “dritto”: se fosse un vino, sarebbe uno Champagne fresco, sapido e soprattutto verticale. Per nulla opulento, ma sensualmente slanciato verso l’alto. Attenzione però a sottovalutare Waters, non solo perché è Waters e dunque Dio, ma anche per almeno due motivi. 1) Il riff di basso di One Of These Days. 2) Il testo di Echoes, che mette insieme Genesi e Apocalisse, Vita e Morte, Amore e Assoluto, in una onirica anticipazione di ciò sarebbe deflagrato con The Dark Side Of The Moon. A differenza di tutti gli album successivi, non è un concept album. Ricalca anzi, per certi versi, Atom Heart Mother: primo e ultimo brano lunghi (con suite che copre pure qui un lato intero del 33 giri). E poi quattro brani (tre in Atom) relativamente “minori” al centro. In Meddle si riscontra una chiara matrice comune: una sorta di tenerezza bucolica, di atmosfera sospesa, di grazia poco prima del disastro. Una quiete prima della tempesta, laddove la tempesta è Dark Side Of The Moon o – se preferite – la psiche del Mahatma Roger. Analizziamo i brani.
One Of These Days. Per motivi che attengono più al metafisico che al servizio pubblico radiotelevisivo italiano, molti sono ancora convinti che questa sia solo la sigla di Dribbling, vecchio programma sportivo del sabato pomeriggio su RaiDue. In realtà è un’altra esplosione di genio del Songiu Roger, che trovò per caso – il suo Caso, quindi qualcosa che ha direttamente a che fare con la Creazione – questo riff di basso. Poi lo filtrò attraverso una meddle 5macchina per l’eco e lo rese qualcosa di molto simile a una cavalcata nella notte. Una notte fatta di lampi, di demoni. E di vento. Tanto vento. La linea di basso troneggia grazie alle due chitarre basso di Roger e Gilmour, che ancora non si sputavano in faccia dalla mattina alla sera (o lo facevano un po’ meno). La divina pazzia di Waters fa sì che, nel pezzo sostanzialmente strumentale, ci sia una microcitazione (la sigla del telefilm inglese Doctor Who) e una frase. Una sola frase, però tremenda. La pronuncia Nick Mason. La sua voce è irriconoscibile, perché in falsetto e filtrata elettronicamente. A Mason toccavano sempre queste parti da pinolo: era sempre lui, per esempio, a leggere le parti “blasfeme” del (finto) Salmo 23 di Sheep durante i concerti del tour Animals. La frase, scritta ovviamente dall’Uomo di Cro Magnon Waters, è allegrissima: “Uno di questi giorni ti farò proprio a pezzettini“. Subito dopo il brano esplode, in una grandeur di strumenti e genio che ti fa venire voglia di invadere la Polonia: però con allegria. Con chi ce l’aveva Waters? Con un disc jockey della BBC, reo di non so cosa ma sicuramente colpevole a prescindere, perché se resti antipatico a Waters hai sicuramente torto. A prescindere. In una intervista Waters ha raccontato anche che, prima di registrare il brano, la band ascoltasse un collage di pezzi di trasmissione del bischero della BBC per caricarsi e arrabbiarsi di più. Non ho mai capito se Roger scherzasse nel dire tutto questo, ma essendo una procedura folle è sicuramente vero. O così mi piace pensare. Il brano, va da sé, è pazzesco e vale da solo 38 carriere intere del 99% degli artisti dell’Universo. Sia lode.
A Pillow Of Winds. In una gara tra i brani meno noti dei Pink Floyd, giocherebbe tranquillamente per il podio. Non la noti quasi mai e non è né bella né brutta. Anche dal vivo, di fatto, non è stata ripresa mai più. Ha però una specificità: è un brano d’amore. Chissà cosa diavolo avessero in testa quelli lì quando l’hanno scritta. E’ addirittura tenera e sognante, cosa quasi sacrilega per i Pink Floyd. Secondo Mason, che non sai mai se prendere sul serio oppure no ma che ha scritto comunque un’autobiografia imperdibile (Inside Out), il titolo deriva da una mano del Mejong, gioco molto amato dalla band durante il tour di Atom Heart Mother.
meddle 4Fearless. Canzone famosa principalmente per il coro finale “You’ll never walk alone” dei tifosi del Liverpool. C’è però di più: ha una struttura garbatamente epica che supporta un testo stranamente speranzoso: evidentemente i demoni di Waters, in quei mesi, erano in ferie o quasi. Il titolo, peraltro, mi ricorda un film di Peter Weir con Jeff Bridges che ho sempre amato. Anche per questo, a Fearless ho sempre voluto bene.
San Tropez. Brano marginale, al di là di una criticuccia ai “lussi vacanzieri”. E’ l’unica traccia in cui a cantare è Waters e non Gilmour (spesso con Wright). Per anni è andata avanti la vulgata secondo cui, nel testo, fosse citata Rita Pavone. Colpa di alcuni testi tradotti in Italia quando ancora non c’era Internet, per esempio i volume Arcana (che ovviamente comprai subito). La stessa Rita Pavone ci ha giocato per anni e nega ancora l’evidenza. E’ vero che Rita Pavone alloggiò nello stesso hotel della band nel ’73, proprio sulla Costa Azzurra. Appunto: era il ’73. Due anni dopo il brano e il disco. Quindi quell’aneddoto non dimostra niente. Molto più semplicemente, il verso erroneamente trascritto come «I hear your soft voice calling to me / Making a date for Rita Pavone» è in realtà «I hear your soft voice calling to me / Making a date later by phone». Rita se ne faccia una ragione.
meddle 2Seamus. Intermezzo durante il quale si racconta cosa faccia Seamus in cucina. In Live at Pompeii, fatto quasi inaudito, a suonare la Fender Stratocaster non è qui Gilmour ma Waters, mentre David è dirottato all’armonica a bocca (e soprattutto alla voce). Seamus era il cane di Steve Marriott, chitarrista di Humble Pie e Small Faces. Nel brano è proprio Seamus a ululare. E ulula benissimo. Quanto l’ho amato, ‘sto cane. Uuuuuuuuuuuuhhhhh.
Echoes. Attenzione alla durata: 23 minuti e 31 secondi. Abbastanza per occupare tutto il lato B, ma soprattutto lo stesso tempo del segmento finale (chiamato “Giove e oltre l’infinito”) di 2001 Odissea nello spazio. Non è un caso: Echoes deve molto a quel film. Il rapporto tra Pink Floyd e Kubrick è sempre stato conflittuale. Kubrick, per esempio, voleva usare parti di Atom Heart Mother per Arancia meccanica ma i Pink Floyd non vollero. Decenni dopo, Waters chiese la voce di Hal 9000 per Perfect Sense (contenuta nel magistrale Amused To Death), ma il regista disse no. E a quel punto, per vendicarsi, Waters lo sfanculò in un messaggio nascosto del brano e letto al contrario (ve l’avevo detto che Roger è pazzo). Echoes è la suite attorno a cui ruota tutto il disco, nata dopo mesi e mesi di lavoro spesso frustrante. Decisivo, ancora una volta, Richard Wright. Un giorno quest’uomo meraviglioso e anzitempo volato via trova una nota per caso e gli piace. A quel punto estende quel suono, ottenuto da un meddle 6pianoforte a coda, e lo amplifica con un altoparlante Leslie. E’ il suono iniziale che tutto genera: un po’ ricorda un sonar, un po’ una goccia d’acqua che cade. Tale suono trova simbiosi divina con la nota acuta prodotta dalla slide guitar di Gilmour. La suite cambia più volte, si avviluppa, si accartoccia: entra la batteria, si distende su atmosfere new age, avvolge il cantato e vira poi su un mood improvvisamente funk. Il tema centrale viene poi come spazzato via dal vento, riemergendo dalle ceneri grazie al solito Wright, che qui dà del tu agli dèi come farà in The Great Gig In The Sky e in Shine On You Crazy Diamond Part VI-IX. Echoes è forse la suite in cui la band è a tutti gli effetti una band. Esiste solo il collettivo. Tutti marciano dalla stessa parte e lo fanno in stato di grazia. Basta ascoltare il giro di basso poco prima del minuto quattro: momento di g-r-a-z-i-a rara. Tanto cervellotici quanto ambiziosi, i Pink Floyd a fine suite riproducono l’effetto della Scala Shepard, ovvero il “canone eternamente ascendente”. L’effetto inseguito è quello di una scala che sale di altezza in modo indefinito. Qualcosa che trovi in Bach, ad esempio nelle Offerte musicali, ma quasi mai nella musica “leggera”: c’è in Echoes, c’è in I Am The Warlus dei Beatles. Non molto altrove. Echoes è impreziosita da uno dei primi testi pienamente maturi del Divino Roger. Le sue parole sono enigmatiche e inquietanti (strano): da una parte c’è un uomo che parla a una donna, o più verosimilmente a Dio (conoscendo Roger, io qui voto Dio). Dall’altra c’è una sorta di bignami della Genesi (sempre poco ambizioso, Roger). Il tempo è congelato, Dio accetta di incontrare l’uomo (“Io sono te e quello che vedo sono io“) e l’uomo non riesce appieno a scorgere il Divino (“Nessuno ci fa abbassare lo sguardo ma nessuno vola intorno al Sole“). Dopo il lungo intermezzo vagamente new age, tra vento (ancora) e albatros cristallizati, esplode il riff di chitarra che sta(rebbe) ad indicare il Big Bang dopo la pioggia e la quiete. Per quanto la si ascolti e la si conosca ormai a memoria, Echoes impone un ascolto sempre integrale. Interromperla prima della fine dovrebbe comportare come minimo l’ergastolo: non si interrompe mai la perfezione.
Buon ascolto, buon vento, buona meraviglia.

 

Un disco da maneggiare con cautela: The Final Cut dei Pink Floyd (anzi di Roger Waters)

final cutPerché parlo di The Final Cut dopo Animals e Wish You Were? Ci sono dischi dei Pink Floyd più famosi e riusciti, certo, ma da una settimana l’agognato “taglio finale” del Mirabile Nevrastenico ha (ri)cominciato a stregarmi. Perché? Boh, che ne so.
The Final Cut è uno dei dischi più divisivi e sottovalutati della storia del rock. I gilmouriani, in questa lotta idiota tra “fan di David” e “adepti del Messia Livido Roger”, lo odiano perché ormai Waters aveva preso il sopravvento. E in generale lo si conosce poco. E’ un peccato: non è un album perfetto, ma è ricco di intuizioni, vanta non poche meraviglie e mostra tutti i demoni di Roger. E’ qui, persino più del solito, che un artista tanto geniale quanto ferito mette a nudo ogni suo incubo e cicatrice. Ascoltando questo disco – lasciatevelo dire da chi lo sta facendo ininterrottamente da giorni – è come se si toccassero con mano tutti i fantasmi di Waters: la sua follia, la sua paranoia, il suo dolore. E’ un ascolto claustrofobico, quello che vi (ri)attende. Ma è un ascolto necessario, vuoi perché il “peggior” Waters (ma peggiore de che, poi?) è comunque divino e vuoi perché c’è una qualità letteraria enorme. Ogni brano nasconde variazioni, cambi di registro, rivoli inattesi. E’ uthe final 4n calvario in musica: un bel calvario, giusto e coraggioso. Tanto politicamente (poche opere sono così infarcite di nomi e cognomi) quanto umanamente (a ogni canzone viene voglia di abbracciare Roger e dirgli: “Dai, ti voglio bene, non fare così).
I Pink Floyd non esistono più. Divisi durante Animals, esplosi durante The Wall. Cito a memoria Nick Mason, per farvi capire il clima: “Quando Roger se n’è andato, ci siamo sentiti come l’Unione Sovietica dopo la morte di Stalin“. Waters ha allontanato definitivamente Richard Wright, adducendo problemi matrimoniali e di cocaina (che il tastierista ha sempre negato). E’ l’unica cosa che non perdono a Roger: Richard non andava toccato. Lo scontro era già stato totale durante The Wall, al punto che Wright durante il tour fu relegato a “turnista” (curiosamente fu anche l’unico dei quattro a essere pagato, perché in quanto “turnista” doveva essere la band – che si svenò durante il tour di The Wall – a pagare i musicisti). Waters sostituisce Wright con Andy Brown e Michael Kamen. E sostituire un Pink è durissima. Negli anni immediatamente successivi, per sopperire alla mancanza di Gilmour, Waters dovrà infatti sparare altissimo e cercare prima Eric Clapton (The Pros And Cons of Hitch-Hiking) e poi Jeff Beck (Amused To Death: ascoltatevi la sua chitarra in What God Wants e godete selvaggiamente).final cut 2The Final Cut nasce ex novo, anche se qualche brano è in realtà uno “scarto” da The Wall. Il titolo iniziale era Spare Bricks, “Mattoni avanzati”. Waters aveva già scritto The Pros And Cons, che secondo Mason era superiore a The Wall (parliamone). Come ultimo capitolo dei Pink, Roger preferì però scrivere questo ennesimo concept album, stavolta dedicato al “requiem per il sogno del dopoguerra“. Un sogno, va da sé, ucciso anzitutto da “Maggie”. Cioè l’odiata Thatcher. E’ a tutti gli effetti, o quasi, il primo album solista di Waters e non l’ultimo dei Pink. Le atmosfere sono radicalmente cambiate, proseguendo lo stile di The Wall e anticipando quel capolavoro totale che sarà Amused To Death. Nel retrocopertina, non a caso, c’è scritto: “di Roger Waters, eseguito dai Pink Floyd“. Gilmour e Mason hanno un ruolo marginale, al di là di due o tre assoli celestiali di David di cui parlerò tra poco. La copertina è una delle più brutte nella storia dell’uomo e anche questo non ha aiutato. Il Divino Roger, che qui scopre l’olofono (microfono particolarissimo), esacerba quel suo cantato contronatura, fatto di parole scandite e/o sussurrate – che paiono giungere direttamente dall’Ade – e urla dilaniate non riproducibili da nessuno, se non dalla sua Ugola Folle.
roger 1Al disco non fece seguito alcun tour. Curiosamente gli unici che volevano intraprenderlo erano Gilmour e Mason: fu il Dux Waters a dire no, prima di andare in causa con la band (perse lui). L’album uscì il 21 marzo 1983. Dodici tracce, tredici nella edizione del 2004. Tanto per infondere ulteriore allegria, è pieno di suoni inquietanti, schegge fosche e bombe. Tante bombe. Waters, forse il pacifista più incazzato del mondo dopo Gandhi (che però l’incazzatura la celava benissimo), si scaglia contro l’assurdità della guerra delle Falkland, immagina di ricoverare i grandi (stronzi) della Terra in un ospizio che ha il nome del padre morto ad Aprilia e tocca apici celestiali quando pronuncia sadicamente “glitterati” (“gli-de-rad-di”). E’ qui che si nota, persino più del solito, quella sua maniera di pronunciare le parole sollevando il labbro superiore ai lati (“The Final Caaaaat“), che lo porta a esibire una smorfia giustamente luciferina. Più che cantare, sentenzia. Più che suonare, ci regala un de profundis allucinato eppure lucidissimo. Analizziamo i brani.
The Post War Dream. Si parte con una gran gioia di vivere. Un bell’organo da funerale, poi le prime parole: “Dimmi la verità, dimmi perché Gesù fu crocifisso?/ E’ per questo che papà è morto?/ Era per te, ero io?“. Torna il tema della morte del padre, che qui domina molto più che in The Wall. E torna quel senso di colpa per la sua morte, esplicitato da Roger in un passaggio esiziale del film Roger Waters – The Wall del 2015. Il momento in cui Waters scandisce “What have we done/ Maggie, what have we done“, e poi fa la pausa prima di sillabare “to En-gland“, è una delle cose più solenni che abbia mai ascoltato: io amo quest’uomo.
roger 2Your Possible Pasts. Alcune frasi del ritornello vengono lette nel film The Wall di Alan Parker da quel citrullo querulo di Bob Geldof. La canzone racconta una volta di più l’impossibilità dei soldati di rifarsi una vita, dopo i demoni della guerra. La voce di Waters saltella dagli Inferi alla Morte come un po’ in tutto l’album, dando l’abbrivio a un assolo notevole di Gilmour: uno dei pochi momenti in cui ci si accorge che, nel disco, c’è anche David.
One Of The Few. Scartato da The Wall, comincia con un ticchettio e vede protagonista l’insegnante odioso di The Happiest Days Of Our Lives, che qui però è meno carogna e appare come un reduce della Seconda Guerra Mondiale. Il titolo è una citazione da Winston Churchill. Per motivi ignoti, da ragazzo era una delle canzoni che amavo di più. E questo spiega forse molte cose.
When The Tigers Broke Free. Nella versione del 1983 non c’era, mentre compariva – diviso in due parti – nel film di Alan Parker. Interamente dedicato a Eric Fletcher Waters, padre di Roger morto ad Aprilia nel 1944 dopo lo sbarco ad Anzio. Talvolta è scritto con la “y” in “Tygers“. Il titolo fa riferimento a un carro armato tedesco usato nella Seconda Guerra Mondiale, il Tiger I. E’ l’unico brano in cui compare Wright, alle tastiere e pure come seconda voce. Si racconta come il padre di Roger morì in “un miserabile mattino nell’oscuro ’44” e nessuno si salvò dei Fucilieri Reali della Compagnia C. Nell’ennesimo parossismo autobiografico, Waters ricorda anche la lettera che Sua Maestà inviò alla madre per dirle che il marito era morto (“Era, ricordo, a forma di pergamena“). La chiusura è straziante: “La maggior parte di loro morti/ il resto morenti/ ed è così che l’Alto Comando/ portò via mio padre da me“. I demoni di Waters hanno raggiunto il grado 3000 della Scala Richter.
roger 3The Hero’s Return. Tutti in piedi: è un brano pazzesco, nel testo (come tutto l’album) e nella costruzione musicale. Era il lato B di Not Now John, dove peraltro è presente una versione più lunga. Anche qui si comincia con una citazione cristologica (“Gesù Gesù, ma che cos’è tutto questo provare/ a far filare dritti questi poveri ingrati?“). Doveva far parte di The Wall col titolo di Teacher Teacher. L’eroe torna dalla guerra e ricorda le feste che lo accolsero, ma ora tutto è lontano e l’unica cosa che gli rimane sono le parole del’artigliere (gunner) morente. Voglio segnalarvi il cantato del Divino in questo passaggio: “Sweetheart sweetheart, are you fast asleep“. Qui Roger fa una pausa e, con tratto gutturale e anzi cavernicolo, aggiunge: “Good“. Ecco: qui scivoli nell’abisso e fai “ciao ciao” a Caronte, mentre Waters è chissà dove in giro con la sua ascia rubata a Eugene. E non sta per niente careful nell’usarla.
roger 4The Gunner’s Dream. Ci siamo: scopriamo le ultime parole dell’artigliere morente. E’ una delle canzoni più intense del disco e ogni tanto Waters l’ha ripresa dal vivo. Il brano è introdotto da una esplosione, poi a metà canzone suonano le campane a morto (alè, allegria). Prima di morire, l’artigliere si congeda dalla famiglia e dal mondo con un sogno. Che è poi il sogno di Waters. La prima parte, al piano, è particolarmente toccante. L’artigliere immagina un mondo “dove i vecchi eroi passeggiano tranquillamente“, dove si possono esprimere dubbi e paure “a voce alta” e dove – soprattutto – “nessuno uccide più i bambini”. Sontuoso il sassofono di Rafael Ravenscroft, encomiabile l’apporto della National Phylarmonic Orchestra. Se non vi commuovete, avete un problema grave al condotto lacrimale.
Paranoid Eyes. Canzone straordinaria. Waters tratteggia la condizione frustrante di chi torna dalla guerra ed è costretto a mascherarsi da uomo “normale”, trincerandosi dietro “occhi paranoici” e poi “pietrificati“. Il crescendo è poderoso, il pianoforte di Michael Kamen ti avvolge e c’è simbiosi rara tra voce, apertura centrale di chitarra (roba pazzesca) e i soliti rumori angosciati di fondo – bambini che schiamazzano, marce militari, musiche marziali. E cosa resta? Quasi nulla: “Ora sei perso nella nebbia/ d’una rammollita mezz’età alcolizzata/ Alla fine il miraggio si è rivelato esser lontano miglia/ E tu ti nascondi/ Dietro miti occhi castani“. Dategli subito il Nobel. Su-bi-to.
roger 5Get Your Filthy Hands Off My Desert. Si può raccontare quella idiozia totale chiamata Guerra delle Falkland in neanche un minuto? Sì, se ci si chiama Waters e si dà del tu al Genio da quando si è nati. E quindi (dopo un’altra bomba introduttiva): “Breznev s’è preso l’Afghanistan/ Begin s’è preso Beirut/ Galtieri ha preso la bandiera Inglese/ E Maggie un giorno durante il pranzo/ Ha preso un incrociatore con tutte e due le mani/ Per farsela restituire, a quanto pare“. (Per la cronaca: da ragazzo ero in fissa con la strofa “Galtieri took the Union Jack“, che ripetevo anche e soprattutto quando non c’entrava una mazza. E pure questo spiega tante cose).
The Fletcher Memorial Home. In uno dei suoi momenti più ispirati di pacifismo, Waters immagina che i potenti della Terra vengano ricoverati in una casa di riposo che ha il nome del padre, dove possano restare eterni bambini – bambini idioti, ovviamente – e giocare alla guerra. Sfilano tutti i mostri dell’epoca: da Reagan a Haig, dalla Thatcher a Begin. Fino al fantasma di McCarthy e ai ricordi di Nixon. E poi un gruppo stupido di “ricchi (“glitterati“) latinoamericani imballa-carni”. Qualcuno, sullo sfondo, chiede in italiano “scusi dov’è il bar?“. Così Waters: “Portate tutti i vostri infanti troppo cresciuti/ Via da qualche parte/ E costruitegli una casa/ Un posticino tutto per loro/ La Fletcher Memorial/ Casa per tiranni incurabili e re”. E lì fateli giocare alla guerra: “boom boom, bang bang“. Di pregio l’assolo di Gilmour, che ricorda quello (titanico) di Comfortably Numb.
Southampton Dock. Waters tiene molto a questo piccolo brano: l’ha ripreso anche nel live In The Flesh del 2000. La canzone precedente si è chiuso con la “soluzione finale da applicare“. Qui si racconta di una donna nel molo di Southampton, “nocche bianche” e “quieta disperazione“. Chitarra morbida e cambio di passo col piano, quindi – ancora – il “final cut”: “Nel fondo dei nostri cuori/ Sentimmo il taglio finale“.
roger 6The Final Cut. Sì, ma che cos’è esattamente questo “taglio finale“? Waters, tanto per cambiare, parla soprattutto con se stesso e col suo desiderio di tagliare radicalmente col passato. E per passato intende non tanto i Pink Floyd, quanto i sensi di colpa per la morte del padre: “Non ho mai avuto la forza di dare il taglio finale“. La canzone che dà il titolo al disco, impreziosita da un assolo totale di David, è un altro apice lunare. Sogni e realtà, paure e fantasie: uno dei migliori affreschi esistenziali di Waters. Idolo.
Not Now John. Se qualcuno aveva bisogno della prova che Waters e Gilmour non avevano più nulla in comune, eccola qua. Un brano incasinato e sguaiato, l’unico in cui canta (male) David. Fu usato come singolo e vendette pure: mah. Non c’entra niente col disco, è la brutta copia di Young Lust. E’ come una scoria poco ispirata di un passato non più ripetibile. Tutto ha una fine: perfino i Pink Floyd. Cazzo.
Two Suns In The Sunset. Non poteva esserci finale più efficace. E ovviamente è un finale apocalittico. Canzone incredibile, che Roger chiama spesso “Two suns” e basta. Ti stropiccia, ti stordisce, ti straccia. Soprattutto ti straccia. L’avrò ascoltata mille volte, e ogni volta quel sassofono tenore di Ravenscroft mi trafigge neanche fossi un San Sebastiano postmoderno. I due soli al tramonto evocano una nuova esplosione nucleare. Ormai è tutto rovesciato e “il sole è ad est“: “Nel mio retrovisore il sole tramonta/ Annegando dietro i ponti della strada/ E penso a tutte le belle cose/ Che abbiamo lasciato incompiute/ E avverto delle premonizioni/ Sospetti confermati/ Dell’olocausto in arrivo“. Un bambino grida “Papà! Papà“, i freni si bloccano e scivoli con Waters contro l’autotreno: “Anche se il giorno è ormai finito/ Due soli nel tramonto/ Forse la razza umana è alla fine“. Il sogno dell’artigliere è evaporato per sempre. E in fondo non siamo che polvere: “E mentre il parabrezza si scioglie/ Le mie lacrime evaporano/ Lasciando solo carbone da difendere/ Alla fine capisco/ Quello che in pochi sentono:/ Carbone e diamanti/ Nemico e amico/ Tutti siamo uguali/ Alla fine“.
Buon ascolto. E fate incubi belli, ché anche quelli servono.

Un disco da amare ora e sempre: Wish You Were Here dei Pink Floyd

IMG_2202I Pink Floyd sono sul tetto del mondo, ma non sono felici. Anzi, non lo sono proprio perché sul tetto del mondo. Secondo una delle molte regole aureo-ferali del Divino Roger Waters, “Il successo non ti rende felice, ma ti allontana dalla società“. E il successo di Dark Side Of The Moon, l’album precedente, è stato enorme. E’ il 1975 e la band sta lavorando al nono album nello studio 3 di Abbey Road. L’album si chiamerà Wish You Were Here, ma è molto lontano dal nascere. I Pink Floyd ipotizzano anche di sciogliersi. Si sentono lontani dall’entusiasmo degli esordi e anche il tour del 1974, in cui hanno anticipato tre brani inediti, è stato faticosissimo. Waters avverte già quel totale distacco dal pubblico che esploderà con l’episodio dello sputo a Montreal ’77.
4_Pink-Floyd-Wish-You-Were-Here-1975_copertina-del-disco-dettaglioL’ingegnere del suono non è più Alan Parsons ma Brian Humpries, che ha già lavorato con i Pink Floyd per la colonna sonora di More e che li ha definitivamente conquistati quando, durante un concerto dell’agosto ’74, durante l’intervallo è andato dalla band e ha detto: “Il vostro suono è davvero orrendo”. I tre brani inediti eseguiti nel tour del 1974 sono Shine On You Crazy Diamond (inizialmente solo Shine On), Raving And Drooling (diventerà Sheep) e Gotta Be Crazy (versione embrionale di Dogs). Il secondo e terzo brano confluiranno
nel successivo Animals. Il tour ha responsi di critica contrastanti e raccoglie una stroncatura ferocissima da NME, firmata da due giornalisti nostalgici di Syd Barrett. I Pink Floyd ne soffriranno molto, perché quei giornalisti (Nick Kent e Pete Erskine) hanno ragione: la band è stanca.
Le prime sedute di registrazione sono disastrose e l’idea di continuare il tour tra una sessione e l’altra non aiuta. La band non crea nulla, Nick Mason si lamenta del suo matrimonio che va a rotoli, David Gilmour gioca a squash e Dio Roger, il più meticoloso e pazzo, soffre più di tutti perché “se io sto in studio sono lì per lavorare e non per perdere tempo“. L’empasse viene superata con l’ennesima intuizione mirabile del serial killer dei propri demoni, ovvero sempre Waters: dividere la suite di Shine On You Crazy Diamond in due parti e accantonare gli altri due brani. Tutti intuiscono che è la strada giusta, tranne Gilmour. Ne nascono scontri monumentali, che vedranno (ovviamente) vincente il bassista appena scappato da Cro Magnon (sempre Waters). Il Sommo Roger capisce che Shine non può essere usata come le suite Atom Heart Mother e Echoes, che coprivano da sole rispettivamente lato A e lato B dei precedenti lavori: devono essere spezzate in due. Nel mezzo, via i brani scritti nel ’74: servono tre nuove creazioni. Waters avverte che anche questo disco deve essere un concept. Se Dark Side parlava di vita e di morte, il nuovo lavoro parlerà anzitutto di Syd Barrett. Ma non solo di Syd Barrett: i temi saranno quelli dell’assenza e della voracità carnivora dell’industria discografica. Di fatto Waters, per superare la crisi di una band “assente” e stritolata dai discografici, scrive un concept su quegli stessi temi, in una sorta di – ennesima – catarsi artistica. Nascono così Welcome To The Machine, Have A Cigar e la title track.
wpid-fe82f09f0ffa54e6be936c70f42c3c70.1000x740x1Individuato il tema dell’assenza, il grafico Storm Thorgerson – lo stesso di Dark Side – può studiare copertina e packaging. Entra nella squadra pure Gerald Scarfe, scoperto da Mason con un’animazione in cui Mickey Mouse diventava un topo strafatto. La cosa (ovviamente) esalta Waters e Scarfe sarà il genio delle animazioni di The Wall, tipo i martelli che marciano o i fiori che si divorano tra loro. Secondo Gilmour, Thorgenson era bravissimo a trovare scenari lontanissimi per poi farci una vacanza con la scusa del lavoro (e coi soldi della band). Storm trova Lake Mono, che servirà come set per lo scatto del nuotatore che non increspa l’acqua. Nel retrocopertina c’è il “Floyd Salesman” che vende l’anima nel deserto (quello di Yuma). Per sottolineare il tema dell’assenza e dell'”esserci e non esserci”, il disco viene venduto dentro una busta nera asettica: scelta commercialmente suicida, infatti la Columbia si opporrà, ma vincerà la band. E sarà un successo enorme. L’unica eccezione è un adesivo attaccato alla busta nera: le due mani robotiche che si stringono. La celebre foto di copertina venne scattata negli studi Warner di Los Angeles. Furono scritturati due stuntman e a uno dei due fu dato (veramente) fuoco. Attorno alla scena c’erano molti uomini armati di estintore. L’uomo che prende (veramente) fuoco si chiama Ronnie Rondell. Il vento cominciò a soffiare in maniera inattesa e Rondell si sentì bruciare volto e baffi. Si gettò a terra e lo spensero, poi lui mandò tutti a quel paese. E scappò. Per fortuna lo scatto definitivo era già stato fatto.
81piRfL0j+L._SL1500_Il disco uscì il 15 settembre 1975. Nonostante l’esito commerciale del disco (inizialmente sottovalutato da parte della critica), i Pink Floyd non intrapresero alcun tour per promuoverlo: torneranno a suonare dal vivo solo nel 1977, dopo l’uscita di Animals. Secondo Gilmour e Richard Wright, qui in stato di grazia, Wish You Were Here è l’album perfetto dei Pink Floyd. Analizziamo i brani.
Shine On You Crazy Diamond (Parti I-V). I primi otto minuti e 40 secondi strumentali, azzardo enorme per l’epoca (ma i Pink Floyd ci erano abituati), sono una delle prove che Dio esiste e ogni tanto si diverte a illuminare persino una specie stupida come quella umana. Il brano è interamente dedicato a Syd Barrett, che di fatto fondò la band ma che già nel 1968 fu costretto a lasciare per un mix di sindromi sparse (morbo di Asperger? Schizofrenia? Epilessia?) e overdose da acidi che minarono un quadro clinico già borderline. Wright ricorda come, a fine 67, un venerdì Syd non si presentò per una intervista a Radio One della BBC. I produttori lo cercarono per giorni. Quando lo trovarono – domenica – non era più lui: “Era come se qualcuno gli avesse spento il cervello. Clac“. Seguendo come sempre una maniera di pensare tutta sua, Waters si convinse che le prime quattro note accennate da Gilmour nel 161740051-69432f88-5e0c-45e9-a7e9-51299a4557ef1974 durante un momento di prova, parlassero di Barrett. E da quelle quattro note alla chitarra – dan-dan-dan-daaaan – partì per scrivere uno dei suoi testi migliori. Lo stesso Gilmour, mai prodigo di complimenti nei confronti di Waters, ha detto: “Quei versi strabilianti lo descrivono in maniera straordinaria. Syd era davvero così“. Gilmour suonò la chitarra nello studio 1 di Abbey Road, solitamente adibito alla musica classica, per dare una dimensione più sinfonica alla suite. Nella suite compaiono anche due coriste americane di colore, già presenti nel tour di Dark Side. Le coriste sono Carlena Williams e Venetta Fields e creano un contrasto mirabile tra il suono “britannico” della band e le atmosfere Motown . Waters, in particolare, chiese di allungare l'”uuuuuuh” durante il brano. Il sassofono è di Dick Parry. L’introduzione deve molto a un vecchio progetto abortito dalla band, quello degli “oggetti della casa” (Household Objects). All’inizio viene infatti usato il cosiddetto “nastro dei bicchieri”: bicchieri da vino vennero riempiti con liquidi differenti e suonati dalla band con un dito bagnato sui bordi degli stessi.  Tale effetto verrà ripetuto negli anni a venire da Gilmour e Wright dal vivo, per esempio nel notevole Live in Gdansk (2006). A questo brano è legato uno dei momenti più commoventi della storia della musica. E’ il 5 giugno 1975 e la band sta terminando il missaggio proprio di Shine On. Entra in studio un personaggio strano, obeso e senza sopracciglia. syd_barrett_abbey_road_1975Ha in mano due buste della spesa e si aggira tra gli strumenti. Nessuno lo riconosce. Poi Gilmour guarda meglio e dice a Mason: “Non lo riconosci?”. “No”. David fa una pausa, abbasso lo sguardo e poi dice: “E’ Syd”. Non lo vedono da anni. Waters scoppia a piangere. Gli chiedono come abbia fatto a ingrassare così tanto. Syd: “Be’, in frigorifero ho molta carne di maiale e mangio tante costolette“. Barrett dirà anche: “Se volete, posso suonare la chitarra“. Allora gli fanno sentire il brano, che parla proprio di lui. Syd lo ascolta e dice solo: “Be’, suona un po’ vecchia“. Poi se ne va, dopo aver festeggiato al bar il matrimonio di David. Molti anni dopo, Waters lo incontrerà per caso ai magazzini Harrod’s. Syd morirà a 60 anni nella sua casa di Cambridge. La foto che vedete fu scattata proprio quel 5 giugno 1975 ad Abbey Road.
Welcome To The Machine. Dominano i sintetizzatori e non c’è batteria (Mason suona timpani e piatto). La “machine” è quella dell’industria discografica, ma più in generale è la “macchina” della società che ti disumanizza e riduce a mero numero. Più che cantare, Gilmour urla. Il deliberato uso e abuso dell’elettronica contribuisce a conferire al brano un surplus di cupezza. “Benvenuto figliolo/ benvenuto alla macchina/ Cos’hai sognare?/ D’accordo, te l’abbiamo detto noi cosa sognare“. La qualità testuale di Waters ha ormai raggiunto livelli enormi.
Have A Cigar. Se volete fare arrabbiare il Messia Roger, intendo più di quanto non lo sia già lui col mondo, ditegli che il vostro brano preferito è questo. Curiosamente molti non sanno che qui non cantano né lui né Gilmour, ma un membro esterno alla band: Roy Harper (nella foto con Gilmour). Perché? Per una serie di motivi. Perché Harper stava registrando nello studio adiacente di Abbey Road (il 2). Perché Roy conosceva bene la band. Perché Roy era bravo. Ma più che altro harperperché David e Roger non riuscirono a cantarla. La voce di David, che peraltro non condivideva appieno la satira sferzante del testo e quindi neanche voleva cantarla, era troppo morbida. Quanto a Waters, molto semplicemente, la canzone era troppo alta e il suo registro vocale non è certo illimitato: Roger ha una voce unica, ma non è un virtuoso. Oltretutto Mahatma Roger era reduce dalla seconda parte del tour in Nordamerica (e poi Inghilterra) del 75 che lo aveva sfiancato, e la sua voce era stata ulteriormente sfibrata dalla registrazione di Shine On. Così Waters non ce la fece. Roy, che aveva molto tempo libero e bighellonava tra uno studio e l’altro, a un certo punto se ne uscì così: “Se volete la canto io“. Così fu: venne bene alla prima e fu un singolo vendutissimo. Per Roy fu anche frustrante, perché tutti erano convinti che a cantare fosse Roger. Waters, ancora oggi, reputa quella interpretazione troppo eccessiva e “caricaturale”. Al tempo seguiva le registrazioni con la solita faccia da indio nevrastenico e un basco scozzese tipo Sean Connery ne Gli Intoccabili. Roger dice ancora che “Io l’avrei fatta meno cinica quella canzone, Roy la canta con un tono di parodia che non apprezzo. Se avessi insistito, avrei fatto un lavoro migliore“. Non è vero: Have a cigar è perfetta così. Il brano sancisce un rapido cambio di scena rispetto ai brani precedenti: è quasi un brano blues, che elenca tutti i luoghi comuni del mondo della discografia. Compresa la frase: “La band è proprio fantastica, è davvero ciò che penso/ Ehi, a proposito, chi di voi è Pink?“. Era davvero la domanda che molti ponevano alla band, convinti che Pink fosse il nome di uno dei quattro. Have A Cigar di fatto non finisce e lascia spazio alla title track.
DORSI16F5_1167745F1_-kYn--683x458@Gazzetta-Web_mediagallery-articleWish You Were Here. Tutto ha inizio con suoni confusi: si è dentro una stanza e qualcuno ascolta una radio. A un certo punto un uomo si siede, suona la chitarra e canta sopra la traccia ascoltata alla radio. La radio è l’autoradio (quella vera) di Gilmour, che smanetta fino a imbattersi nella quarta sinfonia di Čajkovskij e poi nella canzone “giusta”. Ovvero Wish You Were Here. Una delle tracce più famose della band. Si crede che anche questa sia dedicata a Syd Barrett, ma non è così. O non soltanto. Il brano, più che altro, parla della naturale dicotomia di Waters – e di noi tutti? -, stretti come siamo tra ribellione e conformismo, redenzione e castigo, salvezza e condanna: “Così pensi di distinguere/ il paradiso dall’inferno?“. Il colpo di tosse è sempre di Gilmour. Alla fine si avverte appena un violino. E’ quello di Stephane Grappelli, che poi non fu accreditato perché Waters si vergognava di menzionare un jazzista così autorevole per qualche secondo di musica che neanche si sentiva. Con la versione Immersion Box di Wish You Were Here è uscita la traccia con il violino di Grappelli in primo piano. La sto ascoltando. E sto godendo.

Members of the psychedelic pop group Pink Floyd. From left to right, Roger Waters, Nick Mason, Syd Barrett and Rick Wright. (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Members of the psychedelic pop group Pink Floyd. From left to right, Roger Waters, Nick Mason, Syd Barrett and Rick Wright. (Photo by Keystone Features/Getty Images)

Shine On You Crazy Diamond (Parti VI-IV). Rischia di essere la parte meno considerata, ma in realtà per molti versi è la più commovente. E’ il trionfo di Richard Wright. Il suo capolavoro: forse addirittura più di Echoes, di The Great Gig In The Sky, di Summer ’68. Un tripudio di organo Hammond, pianoforte a coda e poi la milizia ispiratissima di sintetizzatori. Come ha detto l’ingegnere del suono Humphries, se Wright avesse suonato altri venti minuti avremmo oggi un’opera sinfonica di 40 minuti firmata Wright. E magari la metteremmo accanto a picchi inauditi tipo il The Koln Concert di Jarrett. Ci sono tanti modi per capire se una persona davanti a voi è sensibile o no: ecco, se quello davanti a voi non si commuove di fronte alla parte IX di Shine On, allora diffidate di lui. E’ qui che Wright, improvvisando, lascia che la suite si tramuti in una struggente  citazione finale di See Emily Play. E See Emily Play era stato il primo singolo della band. Scritto dall’ormai assente Syd. Quando Syd era già diamante, ma non ancora pazzo: “Hai raggiunto il segreto troppo presto, hai chiesto l’impossibile“.
Buona meraviglia.

Un disco da (ri)scoprire subito: Animals dei Pink Floyd

Animals-albumStretto tra due colossi come Wish You Were Here e The Wall, Animals è ancora oggi un disco parzialmente sottovalutato. Voi direte: perché ne parli adesso? Prima di tutto perché faccio quello che mi pare, ma – più che altro – perché non riesco ad ascoltare altro da un mese. E mi paiono motivi più che sufficienti.
Animals esce nel Regno Unito il 21 gennaio 1977. E’ il decimo album in studio dei Pink Floyd. La band è prossima all’implosione. Dopo il successo enorme di Dark Side, il Mirabile e Magnificamente Folle Roger Waters soffre sempre di più la popolarità, il rapporto con il pubblico e con l’industria discografica. Stargli accanto è quasi impossibile. Proprio durante il tour promozionale di Animals, Waters sputerà a un tontolone ubriaco che lo stava insultando. Da quel gesto germoglieranno The Wall e The Pros And Cons of Hitch Hiking (anche se i titoli non erano ancora questi), che Waters scriverà quasi di getto.
Animals venderà molto, ma non quanto altre opere del gruppo. Sono i mesi in cui esplode il punk, che peraltro se la prende anzitutto con i Pink Floyd, ritenuti emblema della “vecchia musica” e del “sistema”. Insomma: cazzate. Johnny Rotten, cantante dei Sex Pistols, indosserà la celebre maglietta “Io odio i Pink Floyd”. Ovviamente Animals è un disco che nulla c’entra con il “mercato”. E – altrettanto ovviamente – Animals è molto più rivoluzionario di tante (non tutte) baracconate punk. Animals è ancora un concept album watersiano. Se in Dark Side ci si interrogava sul senso della vita (e della morte), e se Wish You Were Here verteva sul tema dell’assenza e del cinismo dell’industria discografica (oltre che sul ricordo di Syd Barrett), Animals è una riflessione cupa e spietata non solo sull’Inghilterra di fine Settanta ma – più ampiamente – sulla natura dell’uomo. E dunque della società. E’ il disco più politico dei Pink Floyd, che deve molto alla Fattoria degli Animali di George Orwell.
animals 2Nick Mason ha definito il disco “operaio”. Allude a una certa schiettezza delle sonorità, senz’altro maggiore rispetto alla perfezione iper-studiata degli album precedenti, forse anche come risposta (inconsapevole?) alle critiche del punk. Il disco fu registrato in un edificio di sale parrocchiali a tre piani nella zona londinese di Islington. Waters, cioè Dio o un suo parente strettissimo, nel suo continuo delirio meraviglioso ebbe anche l’idea della copertina con il maiale volante. Il maiale, chiamato Algie, diventerà un must del tour successivo come pure di quello relativo a The Wall. Waters volle la creazione di un maiale gigante gonfiato a elio, che fu issato tra le ciminiere di una famosa centrale elettrica londinese. Il maiale fu ancorato alle ciminiere con grandi corde. Il primo giorno c’era molto vento, e il maiale non fu issato. Il secondo giorno il vento fu così forte che ruppe le corde e il maiale si librò in volo. Era stato pagato un cecchino – non è una battuta – per abbattere il maiale qualora le corde non avessero tenuto (come accadde). Solo che il cecchino – che si vede in una foto del booklet del disco – venne pagato per un solo giorno, quindi non c’era quando Algie volò via. E non poté sparargli (anzi spararle: Algie è una femmina, come vedremo). Le dimensioni enormi del maiale furono tali che venne dato l’allarme aereo. Algie volò a lungo, intralciando pure il corridoio di volo dell’aeroporto di Heathrow. Quando Waters lasciò i Pink Floyd nel 1985, disse che Algie era sua e poteva usarla solo lui. Allora i Pink Floyd restanti crearono un maiale dotato di testicoli, lo resero maschio e poterono usare una versione alternativa dell’Algie originale. (Anche questa, giuro, non è una battuta).
Animals è invecchiato meravigliosamente. Anzi non è invecchiato per niente. Anzi è migliorato. E’ un disco pazzesco, con assoli incredibili (Gilmour in Dogs, Wright in Sheep) e con testi watersiani oltremodo maturi. E’ lecito ritenerlo l’ultimo disco effettivo dei Pink Floyd, perché i successivi The Wall e ancor più The Final Cut sono già opere (enormi) pressoché totalmente attribuibili al Divino Pazzo Waters.
Il disco consta di cinque brani. Il primo e il quinto sono la stessa traccia, sorta di parentesi “privata” in un disco fortemente “pubblico”. La parentesi privata è Pigs On The Wing, che vede Waters in versione chitarra acustica come non accadeva dai tempi di If. Nella prima parte Waters, dialogando con la moglie, la ammonisce su quanto sarebbe pericoloso non prendersi cura l’uno dell’altra, unica maniera per salvarsi dalla pochezza venefica dei porci con le ali. E’, questa, la versione watersiana dello “shelter from the storm” di Bob Dylan. Nella seconda parte di Pigs On The Wing, che chiude Animals, Waters è felice di constatare come lui e la moglie siano davvero riusciti a creare un riparo privato dalle storture del mondo. La tecnica della parentesi, ovvero dello stesso brano che inizia e chiude il disco, era già stata usata nel precedente Wish You Were Here con la sensazionale Shine On You Crazy Diamond.
PinkFloydPigI brani effettivi di Animals sono tre: Dogs, Pigs (Three Different Ones) e Sheep. Sono tutti brani superiori ai dieci minuti. Il primo e il terzo, in versione embrionale, erano nati nel ’74 ed erano stati anche eseguiti dal vivo. Gotta Be Crazy sarebbe divenuta Dogs e Raving And Drooling sarebbe divenuta Sheep. Entrambe le canzoni dovevano far parte di Wish You Were Here. Poi il Magnifico Despota  Waters ebbe l’idea di spezzare Shine On You Crazy Diamond e creare un concept album sull’assenza, “scartando” i due brani e creandone di nuovi (Welcome To The Machine, Have A Cigar e la title track). Gilmour, come quasi sempre, non era d’accordo. Waters, come quasi sempre, aveva ragione e vinse lui con una votazione interna al gruppo (3 a 1). I “vecchi” brani furono poi aggiornati da Waters per adattarli alla concezione animalesco-orwelliana dell’album. Nacquero così Dogs e SheepAnimals è uno dei dischi preferiti da Waters, mentre Gilmour e Mason – a tale domanda – hanno più volte risposto: “Wish You Were Here“.
Analizziamo i tre brani centrali.
gilmourDogs contiene uno dei migliori assoli di Gilmour. Purtroppo una versione ancora più ispirata venne erroneamente cancellata da Waters, che fece casino con lo studio di registrazione a 32 piste (era la prima volta che lo usava). I cani del titolo sono i detentori della legge e, più in generale, gli arrivisti. Coloro che sono disposti a tutto pur di emergere. Waters le descrive come persone malate (“Devi essere pazzo” sono le prime parole del brano, oltre che il titolo originario) e condannate a morire del loro cancro interiore, trascinate giù dalla “pietra” delle colpe. Il brano supera i 17 minuti. Comincia la voce di David, termina quella di Roger, che qui accentua quella sua sublime attitudine “soffiata” e “sospirata” (“Gotta admiiiiiiit that i’m a little bit confuuuuuuused“). Waters ha ripreso il brano anche nel tour (e doppio cd) “In The Flesh” (2000), concerto pazzesco all’interno del quale compare anche Pigs On The Wing. Chi non l’ha mai ascoltato si vergogni e ponga subito rimedio a tale delitto.
roger-waters-bwPigs (Three Different Ones). Ecco: questo è un brano che crea dipendenza. Non se ne può fare a meno, soprattutto quando arriva l’intermezzo (dal minuto 4 al minuto 8) durante il quale Gilmour ricorre al talk box per fare emettere alla sua chitarra suoni assimilabili a quelli dei grugniti dei maiali. E’ una canzone perfetta, magnetica, irrinunciabile. (Avrete notato come, quando parli dei Pink Floyd, sia molto parco di complimenti. Lo so: amo l’essenzialità). Pochi testi sono coraggiosi ed espliciti come Pigs. Waters lascia qui esplodere tutto il suo essere stupendamente anti-sistema. I maiali sono i potenti e più specificamente i politici. Ne esistono “tre differenti tipi”, come recita il sottotitolo. Nella prima strofa probabilmente Waters allude all’allora Primo Ministro James Callaghan. Nella seconda strofa pensa a “Maggie” Thatcher, che ha sempre odiato (la citerà in The Final Cut) e che arriva a definire “sei al capolinea sacco di merda/ (..) vecchia strega sfatta“. Nella terza strofa Waters allude esplicitamente a Mary Whitehouse, sorta di Mario Adinolfi dell’epoca. Chi non conosceva la Whitehouse, che in quel periodo voleva vietare le canzoni dei Pink Floyd alla radio perché peccaminose e diseducative, credette al tempo (e qualcuno crede ancora) che con la parola “Whitehouse” Waters alludesse agli Stati Uniti. La struttura musicale ricorda vagamente quella di Have A Cigar. Semplicemente demoniaco lo “youuuuu” pronunciato verso la fine, dopo un inquietante ansimare e prima della strofa “You’re nearly a real treat“. Waters si impuntò per suonare la chitarra ritmica, dirottando eccezionalmente Gilmour (anche) al basso. Il brano, di poco superiore agli 11 minuti, dal vivo arrivava a 20. Waters, che è sempre stato devastato dai demoni ma che in quegli anni era a un passo dalla pazzia autentica, durante quel brano emetteva ogni tanto il suo classico urlo (tipo Careful With That Axe, Eugene) e scandiva ogni volta un numero diverso. Il numero, nella sua testa insondabile (che amo), serviva per contraddistinguere – e “rovinare” – i bootleg dei loro concerti. Fu proprio durante un’esecuzione live di Pigs – 6 luglio 1977, Montreal – che avvenne l’episodio dello sputo al citrullo ubriaco. Esiste anche un bootleg del concerto, intitolato ironicamente “Who was trained not to spit on the fan?” (uno dei versi conclusivi di Dogs).
wrightSheep vede un Richard Wright – mai lodato abbastanza: sta ai Pink Floyd come George Harrison ai Beatles – in stato di grazia. Waters descrive la mandria assuefatta e addomesticata delle pecore. Cioè il popolo. Cioè noi, sempre troppo docili e anzi contenti di obbedire a cani e maiali. Nella parte centrale Waters si inventa un ulteriore sberleffo alla religione, riscrivendo a modo suo il Salmo 23 (“Il Signore è il mio pastore”) in cui Dio tratta gli uomini come fa un macellaio con le pecore, avendo l’unico interesse a tramutare il suo gregge in tante costolette d’agnello. Nel disco questa parte è letta – con un vocoder – da un roadie. Nei concerti la parte toccava a Nick Mason, che a volte rischiava il linciaggio dalla parte di pubblico meno tollerante. Un tale sberleffo fu ipotizzato – e poi accantonato – anche per The Great Gig In The Sky. Waters attaccherà la religione molte altre volte, per esempio in What God Wants, primo singolo dell’esiziale Amused To Death (1992). Gilmour ama Sheep, ma non è mai riuscito a rifarla perché ha dovuto ammettere che la timbrica di Waters è (qui e non solo qui) inimitabile. Significativo il finale del brano, pure questo orwelliano. Le pecore si ribellano (“Belando e balbettando ci avventammo sul suo collo“). Uccidono i cani, ma non ottengono la libertà. Perché? Perché è nella natura delle pecore – del popolo – essere sottomessi. Così alcune pecore più furbe si sostituiscono masonprontamente ai cani, reiterando le ingiustizie di prima e intimando alle pecore servili di obbedire (“E’ meglio se resti a casa/ e rispetti gli ordini/ Togliti di mezzo se vuoi campare a lungo“). Il brano finisce, in un’atmosfera di festa irreale e fraintesa, lasciando spazio alla seconda parte di Pigs on the wing e al rifugio nel privato: “Ora che ho un posto sicuro/ per seppellire il mio osso/ E anche gli sciocchi sanno che un cane/ ha bisogno di una casa/ un riparo dai maiali in volo“.
Perché ho scritto tutto questo? Per riconoscenza. Perché mi andava. Ma più che altro per invidia: l’invidia che ho nei confronti di chi, addirittura, un disco così enorme non l’ha ancora mai ascoltato. Beati voi: non sapete cosa vi aspetta.

P.S. In Radiofreccia, Ligabue mette in mano al personaggio più odioso del film il vinile di Dark Side Of The Moon. Come a dire: “Questo non è rock, questa è musica fredda, questa è roba un po’ da stronzi”. Ecco: io amo il rock, amo i cantautori e amo miliardi di generi e artisti. Ma l’enormità del genio elargito dai Pink Floyd è qualcosa che non esiste al mondo. Qualcosa che va proprio fuori scala. Chi non lo capisce è un po’ come gli astemi secondo Baudelaire: ha qualcosa da nascondere.