Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
marzo: 2017
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Bono è forse invecchiato male, The Joshua Tree proprio no

Schermata 2017-02-19 alle 11.07.17Gli U2 saranno allo Stadio Olimpico di Roma il 15 e 16 luglio. Riproporranno uno dei dischi più belli di sempre: The Joshua Tree. Quell’album così perfetto compie 30 anni. Bono ha raccontato di avere riascoltato il disco e di averlo trovato incredibilmente attuale. Così, con i compagni, ha deciso di riproporlo interamente. Comprese quelle canzoni che, nei vari tour, non ha certo riproposto costantemente. Una di queste canzoni, per nulla “minori” anche se non proprio famosissime, è la struggente One Tree Hill. Non ha la notorietà delle definitive Where The Streets Have No Name o With Or Without You, eppure per certi versi è la più importante dell’opera. One Tree Hill è una collina che si trova in Nuova Zelanda, Auckland, Cornwall Park. Un luogo sacro per il popolo Maori. Un tempo era un vulcano. Bono la scoprì nel 1984. Era appena arrivato in Nuova Zelanda ed era la sua prima volta. Gli U2 erano nel vortice del tour di The Unforgettable Fire. Bono arrivò di notte e, per colpa del jet lag, non riuscì a dormire. Chiese così di visitare la zona. Uno di quelli che lo accompagnarono, quella notte, fu Greg Carroll. Un ragazzo maori di poco più di 20 anni. Un roadie, uno di quei tuttofare senza i quali molte band non sarebbero durate più di tre mesi. Il legame tra Bono (e in generale tutti gli U2) e Carroll fu tale che il ragazzo lì seguì in Irlanda e in tutto il mondo. E’ Carroll, per esempio, l’uomo che restituisce il microfono a Bono dopo che il cantante si è gettato tra la folla durante il Live Aid. Il 3 luglio 1986, a Dublino, Carroll fu investito e ucciso da un’auto. Era notte e stava piovendo. Carroll stava riportando una moto di Bono nella sua villa. Il cantante era appena atterrato a Dallas con Willie Nelson. Non appena seppe la notizia, tornò indietro a Dublino. Poi, con la moglie e la band, riportò il corpo di Carroll in Nuova Zelanda. Al funerale cantò Knockin’ on Heaven’s Door e Let It Be. A Carroll, Bono dedicò di getto One Tree Hill, che confluì in The Joshua Tree. E’ la nona traccia delle undici complessive. Ne fu tratto anche un singolo, pubblicato solo in Nuova Zelanda. Il disco uscì il 9 marzo 1987. Nel disco venne inserita la versione con il primo cantato, perché Bono non credeva di poter replicare una seconda volta quella emozione. Dal vivo l’ha sempre eseguita poco, reputandola una canzone troppo intima. A Carroll non è dedicata solo quella traccia, ma tutto The Joshua Tree. L’album ha venduto più di 25 milioni di copie. Inizialmente doveva intitolarsi The Two Americas, oppure The Desert Songs. Il “deserto” torna anche nella celebre foto di copertina, scattata da Anton Corbijn lungo la Route 190 in California: “La scelta del deserto mi sembrò naturale in un anno che ancora oggi ricordo come molto difficile per me. Ero in crisi con mia moglie e morì un carissimo amico”. L’amico era Greg Carroll. “Recentemente l’ho riascoltato dopo quasi 30 anni”, dice oggi Bono. “E’ come un’opera. Tante emozioni che sono stranamente attuali: l’amore, la perdita, i sogni spezzati, la ricerca dell’oblio, la polarizzazione”. Riproporre oggi The Joshua Tree può apparire nostalgico o tradire una mancanza di ispirazione. Oppure entrambe le cose. Lo stesso Bono è cambiato oltremodo, tra accuse di evasione fiscale, esondazioni mistiche, ecumenismi retorici e infatuazioni per i primi Renzi che passano. Pazienza: i miti invecchiano, e spesso invecchiano male, ma certi capolavori restano. (Il Fatto Quotidiano, 14 febbraio 2017, rubrica Identikit)