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Kyrgios, il tennista che ama la gente ma non il tennis

Schermata 2017-08-22 alle 12.18.00Ammoniva Oscar Wilde: “Distruggi ciò che ami, prima che ciò che ami distrugga te”. Non è certo un problema che affligge Nick Kyrgios, talento greco-australiano 22enne che tutto pare amare tranne il tennis. All’orizzonte si affacciano molte nuove leve. Il dittatore del futuro sarà Alexander Zverev, 20enne lungagnone sovietico-ariano tanto solido quanto diversamente travolgente. Attorno a lui, non poche belle speranze: la più spettacolare, e al tempo stesso la più pazza e incosciente, è proprio Kyrgios. Quando sta bene e c’è di testa (non accade spesso), è in grado di battere chiunque. Infatti, tranne Murray, ha già sconfitto tutti i top ten. La sua facilità di gioco è sconcertante. Gli riescono cose inaudite, non è mai banale e ha una componente circense che – se controllata – lo rende ancora più travolgente. Domenica ha raggiunto la prima finale in un Masters 1000, i tornei più importanti dopo gli Slam. A Cincinnati ha poi perso, contro l’altro dissipatore Dimitrov, a conferma di come non ce la faccia proprio (per ora?) a essere vincente sino in fondo. Per lui è comunque il segnale di una ripartenza dopo mesi bui: è stato 13 al mondo ed è appena rientrato tra i primi 20. Ogni anno va allo stesso modo. Comincia in sordina, dà il meglio di sé tra febbraio e marzo. Pare maturato. E lì si eclissa. Anche in questo 2017. A Indian Wells ha battuto Djokovic, a Miami ha perso in semifinale con Federer dopo tre tie-break di inumana beltà. Ha contributo a portare l’Australia in semifinale di Davis. Poi, sul più bello, l’implosione. L’ennesima. Ha saltato molti tornei, più volte si è ritirato. La stagione sull’erba l’ha buttata via. Un tale letargo è dipeso da infortuni, lutti (ha perso i nonni) e guai sentimentali: la fidanzata lo ha lasciato dopo che lui si era fatto pizzicare di notte, a Wimbledon, in compagnia di due tenniste. Le beghine del politicamente corretto lo detestano perché, in campo, è spesso maleducato e nichilista. Vorrebbero che il tennis fosse un presepe soporifero: sai che noia. Kyrgios, che anche al suo peggio fa male solo a se stesso, si è fatto multare perché ha “sciolto” durante le partite per mancanza di voglia. Ha detto a Wawrinka che la sua compagna gli aveva messo le corna. Nelle interviste dice che il tennis non gli piace e in campo scrolla spesso la testa come a dire “Che ci faccio qui?” (spesso lo dice proprio). Caratterialmente è un mix tra McEnroe, Safin e Fognini: auguri. Fuori dal campo è invece una delle persone più garbate del circuito. Inquieto e tormentato, umorale e predestinato. Fragilissimo, al punto da dare il meglio di sé quando sugli spalti c’è la madre a dargli forza. Tre anni fa Ferrer, emblema del tennista volitivo, gli disse: “Devi imparare a soffrire”. Kyrgios aveva 19 anni, mangiava pollo fritto ed era sovrappeso. Rispose così: “Tu devi essere matto”. Sabato, dopo avere vinto la semifinale proprio contro Ferrer, poteva esprimere gioia. Invece ha filosofeggiato: “Io futuro numero 1 al mondo? Ci sono altre cose più importanti rispetto al tennis. Nel mondo accadono cose peggiori di me che perdo una partita di tennis ed è per questo che non posso prendere il tennis molto seriamente. Ho avuto parenti che sono morti e non li ho visti abbastanza per via del tennis, e penso che questo possa essere un motivo per cui non posso realmente impegnarmi a pieno nel gioco. Voglio dire, se sono numero 1 o 500, alla fine sono solo un tennista”. Poi: “Essere popolari è dura? Ci sono cose peggiori che essere popolare. Noi siamo dei privilegiati. La nostra vita non è dura. Vai in Africa dove non hanno da bere e poi dimmi”. Quindi: Non voglio essere ricordato come un tennista straordinario, bensì come un giocatore gentile verso la gente”. Kyrgios è così. E tra i “nuovi”, assieme a Shapovalov e pochi altri, è un generatore sicuro di spettacolo puro nel tennis del futuro. Piaccia o non piaccia. (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 22 agosto 2017)

Federer, la rinascita e il crepuscolo

FullSizeRender (6)Viene da sorridere, guardando al raggiungimento della finale degli Australian Open da parte di Roger Federer (36 anni ad agosto). E viene da sorridere non solo perché è una bella notizia per il tennis, ma anche per i tanti che lo avevano dato insensatamente per finito. E già che c’erano avevano dato per finito pure Nadal, che magari lo affronterà in finale (Dimitrov permettendo). Neanche troppo dispiaciuti per disturbare la grancassa della retorica, scriviamo qui che la finale di Federer non è una sorpresa. Prima di tutto perché se sta bene è ancora il più forte, e poi perché – saltati Murray e Djokovic – tutto è diventato discesa. Ha strapazzato Berdych, che ha battuto 17 volte su 23. Wawrinka è un ottimo tennista, ma è anche un bullo mediamente odioso e troppo urlante con tutti tranne che con lui: non appena lo incrocia, torna l’eterno secondo elvetico. Infatti, con Roger, ha perso 19 volte su 22. Nishikori poteva sgambettarlo, ma è arrivato scarico al quinto set, forse intimorito dall’aria di favola che già aleggiava. La stessa che spinse Sampras a vincere gli US Open nel 2002 quando nessuno se lo aspettava più: solo che Pete aveva 31 anni, mica 35 e mezzo. Il capolavoro di Federer risiede nella sua voglia inesausta di migliorarsi, nel suo essersi allenato lontano da tutti dopo l’operazione di metà 2016. E’ un campione sublime, appesantito da due soli “difetti”: l’essere troppo superiore agli altri, al punto da avere a lungo trasformato il tennis in un soliloquio algido-narciso; e alcuni suoi petulanti tifosi (anzi ultrà), convinti che il tennis non esistesse prima di lui né esisterà dopo di lui. Figurarsi: è uno sport sopravvissuto al ritiro di McEnroe e alle badilate esteticamente empie di Courier, quindi nulla deve temere. Federer non raggiungeva una finale Slam dagli Us Open 2015 e non vince uno Slam dal 2012. Ha conquistato 17 Slam e 6 Atp Finals. La sua carriera può dividersi in tre fasi. Quella iniziale, divertente e addirittura iconoclasta, quando spaccava racchette e si pettinava come Malgioglio col codino. Adorabile genio scapigliato. A tale fase è subentrata l’era della perfezione inseguita e ostentata, ovvero la Dittatura Buonista di Re Frigidaire, in cui (soprattutto dal 2004 al 2007) giocava e vinceva da solo. I suoi erano più vassalli che rivali: Roddick, Hewitt, Gonzalez, Ferrer, Baghdatis, Ljubicic. I tornei erano una rottura di palle sovrumana, non per colpa sua ma perché il tennis pareva una Champions League in cui il Barcellona giocava contro il Ciggiano o il Bitritto (con tutto il rispetto, s’intende). L’avvento di Nadal, e chi scrive non è esattamente un fan smodato del suo gioco podistico-randellatorio, è stata in questo senso una benedizione: Rafa è stato la kryptonite di Federer, che stava pericolosamente divenendo un cyborg. Nel 2009, proprio in finale a Melbourne, Roger arrivò addirittura a frignare dopo la sconfitta: scena puerile e bambinesca, tipica di chi ormai non concepiva neanche più l’idea di perdere. Nadal lo ha battuto 23 volte su 34, dimostrando a tutti (cioè ai vassalli: alla plebe, ai servi, ai liberti) che anche Federer era umano. Tale agnizione ci conduce alla terza fase: quella attuale del Federer Re Lear, prossimo ad abdicare ma alfine vivo. Anzi vivissimo. Nel 2013 percorre le stazioni del calvario alla schiena, nel 2014 ritorna bellissimo – lo allena il divino Edberg – e vince la Davis. Nel 2015 sfiora Wimbledon e Us Open, nel 2016 il fisico pare cedere. Poi torna ed è più bello che mai: proprio perché più umano. Se trova Nadal domenica parte col 51% di chance, se becca Dimitrov (definito da sempre “il Federer bulgaro” per lo stile, non certo per la costanza e le vittorie) parte da un eloquente 5-0 negli scontri diretti. Le rinascite di Federer e Nadal, unite alla finale tutta Williams nel torneo femminile, dicono che non è ancora tempo per il ricambio: e questa non è una bella notizia. Lo è invece questa dimostrazione crepuscolare di abnegazione e bellezza: il mix che ha reso Federer prossimo all’immortalità agonistica. (Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2017)