Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
ottobre: 2017
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Cosa resterà di Ligabue?

Schermata 2017-02-07 alle 13.46.07Luciano Ligabue ha dovuto rinviare le cinque date previste a Roma. Ha un edema alle corde vocali. Gli auguriamo di rimettersi presto. Il 57enne cantante di Correggio sta comunque vivendo un bel periodo. Con gli amici ha pure ricostruito il vecchio bar della compagnia in una villa, dove trascorre i venerdì sera in campagna. E proprio il venerdì compare nel titolo del terzo singolo tratto dall’ultimo disco Made in Italy(l’undicesimo in studio): E’ venerdì, non mi rompete i coglioni. Nelle intenzioni, e forse nei fatti, Made in Italy è «una dichiarazione d’amore frustrata verso questo Paese raccontata attraverso la storia di un personaggio». Il personaggio si chiama Riko. Il disco è di fatto un concept album, come si usava soprattutto a cavallo tra Sessanta e Settanta. Per fortuna dei fan, ma anche di Ligabue, Made in Italy è molto meno brutto del primo singolo G come giungla, tra le cose meno ispirate di una carriera ormai trentennale. La canzone rientra nella galassia delle “quasi invettive” care (purtroppo) all’artista, un uomo che forse per esistenzialismo (?) e forse per calcolo dice spesso tutto e niente: anche nelle presunte “invettive”, terrorizzato verosimilmente di perdere fan mettendosi troppo in gioco. Sarà anche per questo che, quando ha insensatamente cercato di reinterpretare la totemica Qualcuno era comunista, è inciampato nella cover più terrificante degli ultimi 117 anni. Del resto, da un punto di vista di coraggio e iconoclastia (per non parlare poi del talento), Ligabue sta a Giorgio Gaber come Bianca Atzei a Janis Joplin. Ligabue ha significato molto per i quarantenni di oggi e significa tanto anche per i più giovani. Il suo successo dura da decenni, segno che ha saputo parlare a più generazioni: onore a lui. La critica lo accosta da sempre a Vasco Rossi, che una volta lo definì “una goccia di talento in un mare di presunzione”. Lui, ogni volta, ripete che giocano due sport diversi. Ha ragione. L’accostamento che preferisce è quello con Lucio Battisti, solo che i punti di contatto risiedono unicamente nella capacità di entrambi di incidere nell’immaginario collettivo. Per il resto, Battisti era un genio e Liga un mediano. Battisti inventava musica, creava nuovi mondi, generava canzoni oltremodo longeve. Già: la longevità. Lucio, Vasco, Liga. Se riascoltiamo oggi Innocenti evasioni, ci emozioniamo ancora. Se riascoltiamo oggi Ridere di te, ci emozioniamo ancora. Quanto di tutto questo accade con Ligabue? La sua produzione è andata artisticamente calando (crollando?) da Buon compleanno Elvis in poi, e parliamo ormai del 1995. Pure i primi dischi, riascoltati oggi, suonano però più vecchi che vintage. Paradossalmente uno di quelli che sta meglio è Sopravvissuti e sopravviventi, clamorosamente sottovalutato nel 1993. Parafrasando Raf: cosa resterà di questo Ligabue? Domanda lecita, che però non va fatta in presenza del diretto interessato, più permaloso di una mina (questa è di Daniele Luttazzi) e aduso a concedere interviste solo a chi lo ritiene l’erede di Mick Jagger. Cosa resterà, musicalmente, di Ligabue? Gli artisti (veri) possono invecchiare, ma la loro arte no. Chissà: magari, del Liga, resterà più che altro Radiofreccia. Il suo primo, splendido film. Ed è certo curioso che di un celebratissimo cantante torni anzitutto alla memoria un film. (Il Fatto Quotidiano, 7 febbraio, rubrica Identikit)

Eppure Bertoli canta ancora

schermata-2016-10-18-alle-08-49-21 De Gregori era troppo ermetico, Baglioni proprio non gli andava giù e Vecchioni pure. Di Battisti non sopportava i testi di Mogol, e poi Lucio esagerava con le tonalità in minore. Proprio come Pino Daniele. Persino Mozart, un po’ per scherzo e no, per lui era uno che “ha fatto due pezzi e poi si è limitato a copiare se stesso”. Era difficile piacere a Pierangelo Bertoli. Edmondo Berselli si divertiva a raccontare che gli piacessero solo Beatles, Sinatra e se stesso. Leo Turrini, che di Berselli era amico e di Bertoli conterraneo, non si è divertito di meno nel raccogliere i ricordi di Marco Dieci, musicista sopraffino, per decenni chitarrista, pianista e soprattutto amico di Pierangelo. E’ un bel libro a partire dal titolo, “Eppure Angelo canta ancora”, quello che hanno firmato per Incontri Editrice. Contiene il cd “Del Volt”, documento inedito di un concerto tenuto nel 2000 al Teatro Carani di Sassuolo. Come spesso capita, il libro è nato per caso: da una chiacchierata che si è prolungata e che non poteva restare privata. Le cose che Dieci aveva da dire erano troppe, e troppo belle.
Mangiapreti come pochi, di sinistra come pochi, rigoroso come pochi. Bertoli era così. Anche per questo, forse, a quattordici anni dalla scomparsa è ricordato tanto. Sì. Però non abbastanza. Nella triste classifica dei cantautori in attesa di riscoperta definitiva, se la gioca al ballottaggio con Ivan Graziani. Benché fermamente agnostico, Bertoli aveva un’idea “sacra” del cantautore, in qualche modo paragonabile a quella di Fabrizio De André, uno dei pochi – non a caso – che diceva di stimare davvero. E’ Dieci, in questo libro-intervista, a ricordare la sua concezione di artista: “Per lui il cantautore, etichetta di moda all’epoca, o era davvero impegnato sulla carne viva della società o tale non era. Nella sua filosofia, il cantautore era l’antenna di una comunità. Aveva l’obbligo di percepire il cambiamento, anticipandolo. Poi l’interpretazione del mutamento era libera, ma o ti buttavi nella mischia o non gli interessavi”. Ovvio che, partendo da questa visione così rigida (e così utopica), di colleghi ne salvasse pochi. Attenzione però a immaginarlo altero: si concedeva parecchio, anzitutto agli artisti in cerca di gloria (o anche solo di una strada). Su tutti Ligabue. Non appena lo ascoltò, quando lo conoscevano solo a Correggio, si impuntò fino a quando non lo condusse al successo. Andò proprio in fissa, direbbe il Liga. Lo ha scoperto a tutti gli effetti lui. Si è parlato di una successiva ingratitudine di Ligabue, ma Dieci un po’ glissa e un po’ – soprattutto – ricorda come il rocker volesse cantare un brano proprio con Bertoli nel 2000: “Luciano aveva da poco perso il padre. Come tutti elaborava il lutto riflettendo sul senso della vita, lo scorrere del tempo, la malinconia che ci assale quando ci rendiamo conto di essere esposti a mutamenti che non possiamo contrastare. E stava preparando una canzone da incidere insieme a Bertoli. (..) Si sentirono al telefono e fu un dialogo molto intenso, sincero. Il brano si intitola Le cose cambiano, il progetto andò avanti ma poi Angelo si ammalò e non ci fu più il tempo. Comunque Le cose cambiano è stata poi incisa da Alberto, il figlio di Angelo”. Dieci racconta un sacco di cose, e chissà quante altre potrebbe raccontarne. Gli inizi a Milano, la militanza nella sinistra extraparlamentare, l’esperienza tutta sassolese di Roca Blues. L’autoritratto indelebile di “A muso duro“. La perfezione di “Eppure soffia”, che colpì sin dall’inizio Adriano Celentano. Il Molleggiato voleva cantarla, attratto anche dalla matrice ecologista ante litteram del brano, ma poi cambiò idea perché voleva essere il primo a farlo e non limitarsi a una cover. E invece Pierangelo l’aveva già incisa. Nel libro c’è anche Francesco Guccini, che volle Bertoli e i suoi musicisti come apripista per un concerto nel 1977. Ed ecco poi l’aneddoto prodigioso di Vasco, che aprì a sua volta un’esibizione di Bertoli: “Eravamo verso la fine degli anni Settanta e Rossi aveva ottenuto la prima notorietà con Albachiara. Noi eravamo in tour, dovevamo esibirci a Lido di Spina e il gruppo che cantava prima di noi era quello di Vasco”. Altri tempi, quando i cantautori erano percepiti come profeti. Poi il riflusso degli Ottanta. Tutto si fece più complicato. Bertoli capì subito che Il pescatore era una canzone molto forte, anche se il famoso duetto con Fiorella Mannoia avvenne a distanza: la seconda registrò la sua parte senza neanche incontrare Bertoli. Soltanto dopo sarebbero diventati amici. Per quelle strane curve del destino, Bertoli avrebbe trovato la consacrazione nazionale nel contesto a lui più distante, ovvero Sanremo. Eppure, e giustamente, Spunta la luna dal monte resta uno dei suoi brani più celebri.
Bertoli ha avuto molteplici intuizioni, non tutte così note e riconosciute. Ha per esempio puntato sulla forza del dialetto ben prima che De André ne intuisse la portata con Creuza de mà. E ha anche anticipato Tangentopoli con Italia d’oro, portata pure quella a Sanremo. Aveva poi una voce incredibile. Dieci ricorda: “Alfredo Cerruti, che era il manager della CGD quando Angelo incideva per loro, insisteva sempre: ma perché non canti brani d’amore? Tra l’altro Angelo sapeva farlo magnificamente, pensa a Per dirti t’amo, un classico del suo repertorio più antico. Lui commentò la richiesta così: certo che mi vogliono per pezzi sentimentali, in un paese dove è andato primo in classifica Alan Sorrenti con Tu sei l’unica donna per me, con quel suo timbro di voce!”. Bertoli ha scritto anche un inno della Juventus, rimasto però semiclandestino. Ne 1982 doveva volare a Nashville. Un’idea di Caterina Caselli, tra i primi a credere in lui: “La CGD aveva un contatto con gli ambienti di quella mitica città e Angelo era affascinato dalle suggestioni, era eccitato da una esperienza che avrebbe portato lui, cantante dell’Emilia profonda, alle radici del country, che tanto avevano influenzato straordinari artisti americani”. Non se ne fece nulla.
Marco Dieci, che ora suona spesso con Alberto, il figlio di Pierangelo, ripensa a fine libro a quella amicizia: “Angelo aveva una matrice molto sassolese, possedeva una schiettezza che talvolta sconfinava nella ruvidezza. Ma era sincero, non nascondeva nulla”. Dalle sue canzoni si capiva. Si capisce ancora. (Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2016)