Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Shine On You Crazy Diamond (Part VI-IX)

pink-floydDopo vari conciliaboli con me stesso, sono giunto alla conclusione che in questi giorni la musica che mi commuove di più è a seconda parte di Shine On You Crazy Diamond, assai meno nota della (strepitosa) prima. La parte in oggetto chiude Wish You Were Here e fu Dio Roger ad avere l’illuminazione di spezzare in due la suite, che inizialmente doveva occupare tutto un lato dell’album, come accaduto per Atom Heart Mother (lato A del disco omonimo) e Echoes (lato B di Meddle). Vado a descrivere la grandezza di questi 12 minuti e 27 secondi, riascoltandola con voi mentre godo oltremodo e al contempo mi commuovo.
La quiete prima della tempesta. La seconda parte di Shine On You Crazy Diamond vive di quattro fasi, come del resto testimoniato dalla band: parte VI, VII, VIII e IX. Si comincia con un vento che soffia, eco della appena conclusa Wish you Were Here (il brano, non il disco). Il clima è da “sta per accadere qualcosa”. Ogni tanto un basso scandisce il tempo, con la nettezza definitiva di chi sa benissimo che moriremo tutti. Una “slappata” non meno definitiva, paragonabile a un colpo di accetta di Iddio Waters, sancisce la chiamata alle armi: ci siamo, è il momento. Tutto sta per accadere. Tutto deve accadere, perché è Dio a volerlo. David si desta dal torpore, mentre Richard punteggia con grazia iridescente e Nick fa l’unica cosa che ha sempre saputo fare: lo sporco lavoro. davidSiamo catapultati in un nowhere, che è poi lo spazio nativo dei Pink Floyd, mai terreni e costantemente divini. Di quel divino che fa male, perché la Vita è dolore. E loro lo sanno. Cazzo se lo sanno.
Gilmour giganteggia come non esiste al mondo. Dal minuto due e mezzo David si libera del suo atavico fighettismo, mette finalmente le palle sul tavolo e dà del tu a qualsivoglia divinità esistita e/o immaginata, dicendo loro di spostarsi dal tavolo imbandito delle nuvole perché adesso esiste solo Lui. Nessuno, ora, può essere alla sua altezza. Quindi levatevi tutti dalle palle. E’ uno degli assolo più pazzeschi dell’universo. La sua chitarra urla, fiammeggia, ti strappa l’anima e ti travolge. Quando ne esci non sei più lo stesso. Inaudito. Semplicemente inaudito.
Adesso parlo io, fedeli. La suite si avviluppa e rallenta: è il momento del Verbo. State tutti zitti, giacché Egli parlerà. Roger, con quella voce da cavernicolo incazzato nero per non essere morto da piccolo, dispensa le sue consuete parole sature di morte e follia. Narra di Syd, ma narra (come sempre) più che altro di se stesso. Egli, sussurrando con l’angoscia senziente di chi tutto ha già visto e vissuto, ci dice: “Nobody knows where you are, how near or how far“. Il Gruppo, dopo averlo ascoltato in religioso silenzioso, rilancia: “Shine on you crazy diamond“. Carlena Williams e Venetta Fields ricamano sui cori. E’ la parola di Dio, che ci introduce all’agnizione definitiva. Preparatevi: sarà bellissimo, ma non sarà facile.
Il capolavoro di Richard. Wright è stato per i Pink Floyd ciò che George Harrison fu per i Beatles: il “terzo” di una band così straripante da far apparire quasi “marginali” due siffatti giganti. Wright, che ha sempre legato moltissimo con Gilmour e pochissimo con Dio, riteneva questo disco il migliore dei Pink richFloyd. Naturale: è quello dove il suo tocco si sente più. Questa parte finale è il suo capolavoro, assieme a Echoes, The Great Gig In The Sky e Us and Them (no, dico: ma di che brani stiamo parlando? Di che cazzo di brani stiamo parlando?). Brian Humphries, l’ingegnere del suono del disco, ha raccontato con commozione l’epifania di questa parte finale. Richard si sedette davanti agli strumenti, come un bimbo circondato dai suoi giocattoli preferiti, e improvvisò. Chi lo vide dal vivo ebbe la sensazione di un prodigio in divenire. Wright sarebbe potuto andare avanti per ore, come Keith Jarrett a Colonia. Del resto, dei quattro, era l’unico che conosceva davvero la musica, con un’impostazione “classica”. In questi minuti, molto semplicemente, Richard ci strappa l’anima. Inizialmente pare quasi divertirsi, saltellando tra organo, Minimoog, piano elettrico e acustico. L’atmosfera è jazzata e ricorda – per capirsi – certe colonne sonore poliziottesche di allora, tipo Starsky and Hutch. Poi, mentre sei lì che non sai dove Wright voglia portarti, lui –  a tradimento – prende il coltello e ce lo pianta nel cuore. Tutto rallenta e insegue una sospensione ipnotica. E’ qui che Richard varca (ancora) una nuova dimensione, ricamando arabeschi di malinconia insostenibile. Sarebbe già molto più di tanto, ma manca la lacrima finale. L’ulteriore tributo al diamante pazzo Barrett: la trama di See Emily Play. Uno dei primi singoli del gruppo, quando ancora Syd scintillava. In studio, ascoltando Richard dal vivo, tutti piansero. Proprio tutti. Anche io. Ogni volta.
Sia lode.