Macchianera Italian Awards 2014: Nomination
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Archive del 10 gennaio 2017

Alessandro Siani e la banalità del successo

alessandro-sianiAlessandro Siani è il re del botteghino col suo Mister Felicità, e già solo in questa notizia qualcuno potrebbe riscontrare prove inconfutabili del declino inesorabile dell’umanità. Perfino Gigi D’Alessio, suo amico, raccontò qualche anno fa a questo giornale: “Prevedo sempre facilmente che battute farà, per noi napoletani è facile”. Non solo per i napoletani: probabilmente nulla, in natura, è più prevedibile di una battuta di Siani, a parte forse le cazzate della Picierno. L’originalità non lo ha mai intaccato e il primo a non dolersene sembra lui, che si bea pasciuto di una banalità orgogliosamente inseguita e facilmente raggiunta. Prima però che l’impeto iconoclasta ci travolga, occorre ricordare come il comico (comico?) 42enne sia una persona garbata e – si presume – conscia dei propri limiti. Quando qualche blasfemo lo accosta a Massimo Troisi, lui smorza giustamente tutto sul nascere: «Massimo è Dio e io sono un semplice chierichetto». All’anagrafe Alessandro Esposito, ha cambiato il cognome come omaggio a Giancarlo Siani, il giornalista assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985. Gran bel gesto. Viene da una lunga gavetta, spesa sui palchi “minori” e più ancora in tivù. Telegaribaldi, Pirati, il doppiaggio in napoletano di Jeeg Robot, lo spettacolo teatrale Fiesta, Bulldozer su RaiDue, Domenica In. Qualche premio, quindi il cinema e il trionfo definitivo con il riuscito Benvenuti al sud. Mister Felicità ha incassato più di 7 milioni in una settimana e Napoli lo ha appena scelto come gran cerimoniere per ricordare il trentennale del primo scudetto con Maradona, accanto al grande Diego. Tutto, da tempo, gira per lui nel verso giusto. Ieri Checco Zalone, l’altro ieri i cinepanettoni e oggi Siani: per qualcuno sarà un miglioramento, per altri l’Armageddon. Un passo indietro: 17 febbraio 2012, Festival di Sanremo. Sul palco dove hanno toccato vette comiche rare Grillo e Benigni, arriva lui. E fa un monologo debolissimo. Venti minuti strazianti, in cui Siani alterna accenni a caso sullo spread e freddure vagamente impegnate sulle pensioni, per poi chiudere con una melassa tremebonda sull’unità d’Italia. Quei venti minuti non sono solo la prova che Siani non deve toccare l’attualità neanche da lontano. Quei venti minuti sono – ancor più – la prova di come Siani non abbia minimamente testi. E neanche li cerchi. Dotato di una discreta mimica e di una faccia che si adatta con media efficacia agli stilemi della commedia leggera senza pretese, Siani trae forza dalla pochezza della contemporaneità (ai tempi dei Giancattivi o della Smorfia se lo sarebbero filato in pochi) e dalla consolidata banalità delle sue gag. Doppi sensi vetusti, giochi di parole da asilo nido, equivoci all’acqua di rose e buoni sentimenti a profusione. Nulla di nuovo, nulla di male. Si ha però una sensazione strana e straniante, osservando il successo di Siani. Quasi che chiedessero a Biagio Antonacci di sostituire Robert Plant nella reunion dei Led Zeppelin. (Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2017. Rubrica Identikit)