Le carte dei vini (Nossiter e GQ)

Sta facendo molto discutere – si dice sempre così – l’articolo di Jonathan Nossiter sull’ultimo numero di GQ. In Rete non c’è, dovete comprare l’edizione cartacea (come dovreste fare sempre, altrimenti i giornali chiudono).
Il regista americano si è occupato della pochezza e della disonestà (morale/commerciale) delle carte dei vini nei ristoranti. Romani in particolare, ma non solo.
Qualche  considerazione.
Cito spesso Nossiter, lo facevo già in Elogio e figurarsi adesso che lo frequento. In linea di massima sono d’accordo 8 volte su 10 con lui.
Chi legge questo blog, e ha letto i miei libri, sa che le differenze risiedono soprattutto nell’approccio relativo ai vini naturali: entrambi li amiamo, ma lui in maniera più incondizionata di me. Se volessi usare una parola di moda, direi che lui è più “manicheo” di me sui vini naturali. Tollerandone non dico le imprecisioni, ma spesso gli errori veri e propri. Ora dicendo che “anche Pasolini sbagliava“, ora ricordando che “non si può criticare un’azienda dopo averne bevuto soltanto una bottiglia“.
Nel primo caso, rispondo affettuosamente a Jonathan che certi vini naturali sbagliati mi ricordano Bombolo, più che il neorealismo o Pasolini; quanto al secondo appunto, replico che la teoria della “bottiglia sbagliata” non mi ha mai convinto granché: è quasi sempre l’alibi più facile sfoggiato dal vigneron che ha fallito. E in ogni caso, anche se fosse solo “quella” bottiglia, vallo a spiegare al consumatore occasionale che l’ha pagato 20 o 30 euro. O addirittura di più.
Sto però parlando dei pochi aspetti che differenziano me e Jonathan. Nella maggioranza dei casi, oltre a essergli riconoscente (Mondovino andrebbe insegnato nelle scuole), lo ammiro per approccio, entusiasmo, iconoclastia e onestà intellettuale. Anche per questo trovo che la polemica, alimentata qua e là sul web, sia un po’ fine a se stessa. Per un motivo molto semplice: Nossiter scrive cose inattaccabili e perfino ovvie.
Ho letto che “Nossiter è un personaggio che divide, o si ama o si odia“, e anche questa è una frase fatta. In Italia, ormai, per dividere ed essere amato/odiato basta avere il coraggio delle proprie idee. In epoca paracula, e in paese pavido, chi prende posizione passa automaticamente per eretico. Che palle.
Nossiter non ha scritto un articolo da “o con me o contro di me“. Ha semplicemente fotografato lo stato delle cose. Frasi come “, segno evidente del rispetto – o del disprezzo – che un oste nutre per i suoi ospiti“, oppure “lasciare che a scegliere i vini sia un’enoteca con le sue ‘considerazioni commerciali’ è come delegare a uno sconosciuto la scelta delle proprie pratiche sessuali“, sono (felicemente) banali nel loro essere inoppugnabili.
Qualcuno non avrà gradito l’ennesima tirata sui vini naturali, o si divertirà capziosamente a soffermarsi sulla parola (eccessiva) “tossico“, ma le 5 pagine di GQ (di cui due occupate da foto) non possono non essere condivise da chi ha anche solo un minimo di buon senso. E magari (magari, eh) non è in malafede.
Nello specifico:
– I ricarichi dei vini al ristorante sono, quasi sempre, inaccettabili. In Elogio pubblicavo la “griglia” che di solito viene seguita dai ristoratori. Andatela a ripescare. Non c’è nessuna giustificazione per ricaricare un vino del 150 percento (e potrei dire anche 100). Figurarsi del 200, o 500, 0 700 percento (come racconta Nossiter). Il ricarico deve esserci, ma minimo. Cosa dovrei pagare? Lo sforzo del polso per aprire il vino? L'”affitto” delle bottiglie in cantina? L’usura del cavatappi? La bella faccia (quasi mai tale) del sommelier che mi straparla di sentori di glicine e pan briosciato? Ma via, su. Chi opera in tal senso, dovrebbe vergognarsi.
– Esistono realtà più vocate alla enoristorazione e altre meno. Jonathan vive a Roma, io ci passo due giorni a settimana di media. E’ un posto con molti ristoranti, raramente però convincenti. Meno ancora sulle carte dei vini, troppo spesso sciatte e disoneste. Spiace dirlo, ma è così. Io non arrivo a 2/3 trattorie romane “del cuore”. Anche sulle enoteche: una volta che hai citato la “solita” Bulzoni, quanti altri nomi si possono fare? Pochi, pochissimi.
- Nossiter cita un sommelier – Francesco Romanozzi, proprio dell’Enoteca Bulzoni – per fargli dire che “Casal del Giglio è (…) come votare Pdl. E’ un tradimento. Un vino palesemente industriale, tecnico e ruffiano, fatto nel posto meno vocato al mondo“. Al di là dell’esempio laziale, si potrebbe legittimamente asserire lo stesso di tanti altri colossi (Nossiter nomina Zonin e Antinori). Qualche trombone potrà poi arrabbiarsi, come accadde dopo aver letto (male) alcune pagine de Il vino degli altri, ma è una piccosità che mette tenerezza. Di solito le aziende interessate ti scrivono (o ti fanno scrivere dai loro giornalisti “amici”). Usano puntualmente le stesse parole, un mix di mirror climbing e minacce a caso. E alla fine nulla cambia. I loro vini – opinione personale – rimangono quel che sono.
– L’attenzione dei ristoratori per i vini naturali rimane largamente minoritaria.
La carta dei vini non è un aspetto marginale di un ristorante. L’oste che, un po’ inalberato, ti risponde dicendo “i vini li so io a memoria“, e poi ti porta una Barbera imbarazzante spacciandola per “gran vino a buon prezzo“, ha sbagliato tutto. Non sei simpatico o “contadino” se non hai la carta dei vini: sei incapace. E pigro (tranne rarissimi casi, lo so). Una carta dei vini va scritta, stampata, ordinata con gusto e personalità, ben presentata. Forma e sostanza. Altrimenti fammi un regalo: cambia mestiere.
– Dalla scelta dei vini scritti sulla carta, si capisce perfettamente l’impronta ideologica (sì, ideologica) dell’osteria. Un po’ come le playlist musicali di Nick Hornby: se mi scegli una canzone dei Queen Anni Ottanta, tra i 31 brani della vita, ho già capito quasi tutto. E temo che tu sia il classico tipo da Merlot ciccione e tronfio. Aiutoooooo.
Potrei andare avanti, ma ha già scritto tutto Nossiter. Le polemiche che sono nate, denotano da un lato la calma piattissima del mondo del vino (un pregio e un difetto); dall’altro, quanta gente esista con la coda di paglia.

P.S. Ai fanboy(s) dei Queen: evitate di scrivermi che “in realtà erano bravi, soprattutto quelli dei Settanta”. I Queen stanno alla musica come i Supertuscans al vino.

77 Commenti a “Le carte dei vini (Nossiter e GQ)”

  • Liero Lamantide:

    “Sbroscia” dove l’hai trovato? ;)

  • Claudio:

    A Roma (dove sono nato e vivo) si mangia fuori mediamente male e si beve mediamente malissimo. A Roma i ristoranti sono mediamente troppo cari e con un servizio mediamente pessimo. Sta a noi appassionati incentivare alla crescita quelle parentesi che si incuneano tra un mediamente e l’altro ed offrono la possibilità di passare una serata piacevole magari in compagnia di una bottiglia fuori dal comune in lista al giusto prezzo. Ed articoli come quello di Nossiter (seguiti da un dibattito come questo) possono solo aiutare.
    PS: cerchiamo però di uscire dai luoghi comuni che vogliono far passare che tutti i ristoratori siano ricchi, sfondati ed evasori. Ce ne sono ma non più che in altre categorie.
    PS2: Andrea, ma se giudichi i Queen “barocchi, kitsch ed ampollosi” come mi descrivi tutto l’universo prog operistico “serio” alla Emerson Lake & Palmer, Genesis, Yes (che peraltro amo) ecc. ecc.? almeno i Queen ogni tanto facevano piccoli capolavori pop come “Another One Bites The Dust”… (detto da un appassionato di tutt’altra musica eh!)

  • Salve, so che sono monotono ma essendo sia giornalista che ristoratore tendo a sentirmi chiamato in causa…sui vini e sui queen non entro in discussione ma sui ricarichi faccio notare che secondo gli studi di settore, se un ristorante paga un vino 5 euro ci si aspetta che lo venda a 15, se lo mette a meno di quella cifra lo Stato ti manda una verifica fiscale.
    Quindi ricarichi del 300% non sono approfittare del vignaiolo o di chi per lui ma una necessità legale e fiscale prima di tutto.
    Io nel mio locale (enoteca dal 1901 oltrechè trattoria) ho vini ricaricati in media del 150% ma credo di essere uno dei pochi posti in Italia con prezzi così bassi (insieme a La tana degli Orsi a Pratovecchio).
    Ma non è simpatico essere sempre sotto l’occhio della finanza…

  • Andrea Scanzi:

    Infatti io a mangiare alla Tana degli Orsi ci vado, altrove no. :) E non mi convince granché neanche la tesi del “sono caro perché altrimenti lo Stato mi picchia”. Tenendo poi conto di come lo Stato non faccia quasi mai nulla in merito (una Cortina non fa primavera).
    Ti ringrazio però il contributo, che dà un nuovo spunto di discussione. So poi che il 300% si applica più che altro nei vini sotto i 10 euro, ma rimane un delirio (e un delitto). Che sia poi “perpetrato” o meno dallo Stato, cambia moralmente poco.
    Comunque i ristoranti con ricarichi onesti ci sono. Ne cito un altro, La bottega del vino a Castiglion Fiorentino. E la Taverna Pane e Vino di Cortona, che relativamente ai vini ha prezzi giusti (non economici) all’interno di una carta semplicemente epocale. Per mia esperienza, la migliore carta dei vini italiana con la Tana degli Orsi (che forse ha qualche vino in meno, ma prezzi leggermente più bassi). Vado a memoria, comunque. Di sicuro sono due ottime carte dei vinin (e tre gran bei posti). Non ho dubbi che Da Burde faccia parte di questa categoria. ;)
    In Langa un altro post così è Da Maurizio a Cravanzana, vini pazzeschi e ricarichi onestissimi. Direi anche Bandini a Cornapò nell’astigiano e Ai Binari di Mara Bione (sempre Asti).

  • Concordo sul fatto che spesso i ricarichi dei ristoranti sui vini sono troppo alti, che molti ristoratori paghino il vino ai fornitori quando preferiscono loro, che la professionalità di molti ristoratori manca (non è comunque mancanza solo di questo settore), che la qualità e cultura dei clienti dei ristoranti anche questa spesso è bassa (deriva infatti dalla scarsa professionalità del lavoro che loro stessi svolgono).

    Mi sento però in dovere di difendere Stallo del Pomodoro non tanto per la posizione che ha preso il dipendente che scrive (che penso di conoscere, e dico che trattasi di persona sensibile, professionale e preparata, al punto che pensavo fosse il titolare quando lo conobbi), ma quanto alla professionalità dell’enogastronomia e del ristorante che portano questo nome in quel di Modena.

    La carta vini del ristorante è composta solo da vini interessanti per un amante del vino e, i prezzi (per uno che conosce quanto costino i vini alla fonte, ovvero prezzo del produttore per il settore ho.re.ca.) sono veramente onesti.
    Lo stesso dicasi per i vini presenti nell’enogastronomia. E per i cibi di qualità che propongono.

    Non mi sembrava ne che Scanzi ne che Nossiter facessero “di tutta un’erba un fascio”. Forse è li che il dipendente (del quale conosco il nome ma non cito) ha un po’ sbordato.

    Ad inizio dicembre sono stato a cena a La Tana degli Orsi, dove ho mangiato benissimo (ma per mia ingordaggine troppo) e bevuto bene (Zidarich Malvasia e Monteraponi Chianti Classico).
    Alla fine mi sono complimentato con Caterina e Simone al quale ho fatto notare che per me i prezzi applicati erano bassi rispetto alla qualità offerta.

    Il giorno successivo abbiamo pranzato a la Taverna Pane e Vino. Anche qui mangiato e bevuto bene a prezzi correttissimi. Ho provato il vino di Stefano Amerighi che mi era stato consigliato da Simone la sera prima.
    Ho acquistato due bottiglie da litro di Dodo, una con solforosa e l’altra senza. Già bevute tutte e due.

    Ah, in entrambi i ristoranti ci sono andato con il mio cane. Anche questa tolleranza è segnale di amore verso il cliente.

  • I ricarichi nella ristorazione scoraggiano sicuramente molti appassionati di vino dal prendere bottiglie di un certo livello. Dato che comunque il ristorante è un’attività economica bisogna vedere fino a che punto la categoria dell’appassionato di vino possa tenere in piedi l’attività abbassando i ricarichi. Fin quando gli ignoranti di vino saranno in maggioranza diventa antieconomico fare diversamente. La passione è come un tergicristalli, ti permette di andare avanti, ma non fa smettere di piovere!

  • Andrea Scanzi:

    @Stefano Menti. Conosco il ristorante Stallo del Pomodoro, ci sono stato (come ho scritto in un commento) e nessuno ne ha mai contestato qualità e valore. Era anche uno spazio Porthos e Barbara Brandoli (Divino Scrivere) ci ha organizzato molte degustazioni. Ci ho pranzato una volta, mesi fa, ero con Giulio Casale. E rimanemmo entrambi soddisfatti. Nessuno, del resto, ha mai sostenuto o scritto il contrario. Se poi qualcuno interviene male, fraintendendo e straparlando, non è colpa mia. Né del locale.
    Mi fa piacere che tu sia stato bene da Simone e Caterina, e poi da Arnaldo. Ma non mi stupisce. Luoghi preziosi.

  • Claudio:

    Non pubblicizzo mai il mio blog (infatti è il meno letto d’Italia) ma visto il dibattito che si è scatenato, metto il collegamento ad un mio post di settembre in cui toccavo lo stesso argomento, con meno approfondimento ma con un filo d’ironia: http://winevibration.blogspot.com/2011_09_01_archive.html
    ringrazio chi avesse voglia e tempo di leggerlo.

  • Geranio Germogli:

    @Andrea Gori: Mamma mia, gli studi di settore. Cioè: gli Studi di settore. Solo qui. Nel mito, nella leggenda. Una delle più gravi iatture esistenti in questo paese. Loro stabiliscono quanto devi guadagnare per non figurare quale evasore: è bellissimo. Non so se possiate capire quanto.

    @Scanzi: a febbraio esce il disco di Casale. Io lo attendo con ansia.

  • enrico togni viticoltore di montagna:

    Argomento molto interessante, bello l’intervento di @gori, ma c’è una cosa che più di tutte mi ha impressionato nell’articolo di Nossiter, il fatto che molti locali si facciano fare la carta dall’enoteca o dal distributore.
    E’ una consuetudine molro diffusa nella mia zona che mette in evidenza quanta poca professionalità ci sia in giro, è come quello che per natale ti regala una bottiglia vi veuve cliquot da sipermercato credendo di fare bella figura, è un regalo regionato solo sull’apparenza, meglio una bottiglia anonima, che costa meno, ma che sottintende ricerca, passione e voglia di smazzarsi.
    Ecco, quello che manca in tanti, troppi ristoratori, è la voglia di smazzarsi per la felicità dei rivenditori!

  • […] da GQ se n’è parlato e pure un bel po’ (vedi – per dire – qui, qui e qui). Tanto che i temi toccati (e talvolta solo sfiorati, forse nemmeno in modo troppo felice) dal […]

  • Pietro:

    Dal mio punto di vista a Roma, e son 25 anni che ci vado spesso, si mangia mediamente male, con qualche eccezione.
    Le carte dei vini di solito sono tristi e poco curate come pure le scelte. E le annate sono indicate nel 10% dei casi, tanto per iniziare dall’inizio.
    Al solito il problema non sono tanto i ristoratori quanto la media dei clienti, che nella maggioranza dei casi “magnano male a casa e peggio fuori”. E ancor peggio bevono. E che sono contenti così. Se chiedessero di meglio e si regolassero di conseguenza se non lo ottengono ci sarebbero miglioramenti.
    Sul tema dei ricarichi sono inferocito, e non solo a Roma. Non ci sarà rimedio fino a quando non si potrà entrare al ristorante con il vino portato dalla propria cantina. Che sarebbe un gesto di civiltà e di vero rispetto per il cliente.

  • FABIO:

    DA SEMPRE DICO CHE IN ITALIA, PAESE PRODUTTORE DI VINO, MANCA TOTALMENTE UNA CULTURA ENOICA NEI LOCALI IN CUI INVECE DOVREBBE ESSERE OBBLIGATORIA, NON SOLO RISTORANTI MA ANCHE ENOTECHE E BAR….AL RIGUARDO INVECE DEI RICARICHI ESAGERATI DEI VINO, PERSONALMENTE TROVO PREZZI CORRETTI ESCLUSIVAMENTE IN QUEI LOCALI, RARISSIMI, IN CUI IL PROPRIETARIO AMA E CONOSCE IL VINO. ESCO RARAMENTE MA FREQUENTO ESCLUSIVAMENTE POSTI DOVE IL VINO VIENE AMATO ED APPREZZATOAL GIUSTO PREZZO. OGNI QUALVOLTA TROVO ECCESSIVI I RICARICHI TROVO GIUSTO FARLO NOTARE AL PROPRIETARIO, MA è SEMPRE UNA BATTAGLIA PERSA IN PARTENZA…PAZIENZA, COMUNQUE IO CI PROVO.

  • jovica todorovic (teo):

    Quanta ipocrisia. Andrea (Gori) ti avevo lasciato sommelier e proprietario di Burde ora ti scopro anche giornalista. Alla faccia del multitasking. A me il ricarico del 150% non sembra poi così encomiabilmente bassino sarà…. Credo che per onestà intellettuale dovremmo smetter di raccantorci mezze verità. Chi con nomi e cognomi chi con nick ma buona parte di chi frequenta e si confronta su questo e altri blog opera ne settore e quindi direi che si possa parlare di lancio di sassi nascondendo la mano.
    Gli studi di settore non centrano davvero nulla. Siccome leggo di qua e di la di persone che auspicano che il vino venga solo acquistato direttamente e senza intermediazione consiglio di prendera la pala e iniziare a scavare una bella buca profonda poi all’epitaffio ci penso io…”Voleva bersi il mondo ma è il mondo che se l’è bevuto….”

  • Valerio Rosati:

    Sono romano e concordo pienamente sull’affermazione che la maggior parte (non tutta, ci mancherebbe) della ristorazione romana è di qualità mediocre (nel migliore dei casi). Per quanto riguarda il tema dei ricarichi, partendo dal presupposto che, a mio parere, un ricarico superiore al 100% è semplicemente un furto, ci sono una serie di fattori da considerare, oltre a quelli già menzionati finora: 1) l’applicazione della normativa antialcool del codice della strada. Forse chi vive a Roma urbe non ne vede appieno la portata, ma in provincia, soprattutto in alcuni luoghi che conosco bene e dove l’eccesso del consumo di alcolici è purtroppo un problema assai diffuso, lo zelo delle forze dell’ordine è notevole, e la paura vedersi ritirata la patente per aver bevuto 2 bicchieri ha prodotto un deciso calo nei consumi di bottiglie al ristorante. 2) l’incomprensibile (almeno per me) impossibilità di avere vino alla mescita al ristorante. Della serie o ti prendi la bottiglia intera, e magari sei costretto a lasciarne un bel pò, o niente. Davvero non mi capacito perchè al ristorante non sia possibile ordinare il vino al bicchiere. Calcolando che con comunissimi attrezzi che creano il vuoto una bottiglia si può conservare integra per almeno 3 giorni, penso che questa piccola cosa potrebbe far lievitare il consumo in maniera sensibile.

  • Nelle Nuvole:

    Il fatto che molti ristoranti si facciano fare la carta dei vini da un’enoteca o dal distributore/agente di zona dipende dalla scarsità di contante e anche dallo spazio nel magazzino del ristorante. Comprando dal distributore o da un’enoteca, vuol dire prendere 3 bottiglie di un tipo, 2 di un altro e così via. Se si compra direttamente dal produttore spesso bisogna accollarsi molte più bottiglie e pagare anche il trasporto.Più che una scelta ideologica, economica.
    Non credo che sia un problema del ristorante di Andrea Gori, ma di molti a Roma sì.

    Ciò detto, mi è piaciuto questo post e il modo in cui Andrea Scanzi ha esposto il suo punto di vista. Sono anche d’accordo sulla calma piatta dell’informazione eno-blogghista d’inizio anno.

    Su una cosa mi permetto di dissentire, per me l’equivalente dei Supertuscans non sono i Queen, ma gli ABBA.

  • mpixi:

    @ valerio rosati: te lo fai riattappare e te lo porti a casa, io faccio sempre così, semplice no? (abbi l’accortezza di avvisare prima di mettere da parte il tappo)

    A tutti quelli che come me pensano che la ristorazione romana sia in media insufficiente che ti pelano per una bottiglia di vino mediocre e a tutti quelli che non credono alle stelle tripadvisor 2spaghi etc, apriamoci un bel wordpress con tanto di cartine google, giudizio e carta dei vini con relativi prezzi. ci mettiamo solo i buoni che a metterci anche i cattivi lo spazio server avrebbe costi spropositati :-). chi vuole partecipare al brainstorming di questo progetto si faccia avanti.

  • mpixi:

    @ Claudio

    Divertente e ironica la schedatura e purtroppo tutto vero. Ma non hai accennato ai ricarichi, se la bottiglia bramata te la appioppano a 45 quando sai che già in enoteca costa 12 non so te ma a me fa rodere e per me rientra nella “carta dei vini fantasma”, cioè che non gliela prendo proprio.

  • @jovica non ho capito esattamente chi stai criticando ma ti quoto sul fatto che siamo in pochi a usare nomi cognomi e tracciabilità. Per me è importante sia come giornalista che come ristoratore e quanto ai ricarichi che facciamo da Burde, considerando che compriamo SOLO da rappresentanti, siamo al di sotto di quelli previsti per legge. Compriamo vini dai 5 agli 8 euro e li proponiamo a 13,50 in tavola, dai 6 ai 10 gli proponiamo a 16,5 (la maggior parte dei chianti classico rientra in questa forchetta) poi quelli che paghiamo tra 8 e 11 li mettiamo tra 18 e 20 euro e così via. Brunello di Montalcino dai 28 euro in su.
    Insomma noi ci proviamo a stare bassi e siamo contenti visto che il magazzino gira e la gente compra ma di meno di così è davvero difficile proporre, anche perchè incoraggiamo e permettiamo il BYOB (sul quale pare ci siano dubbi di legalità per via di questioni ASL…stiamo approfondendo)
    é un mondo complicato

  • Sono ristoratore dal 2002 e da allora il consumo del vino si è dimezzato. Inoltre, le gestione attuale richiede più competenze amministrative che enologiche. Ho scritto un post che tratta di un esempio reale di gestione dei vini
    http://www.avionblu.com/blog/2012/01/il-ricarico-dei-vini-al-ristorante-100/
    L’articolo può essere inacettabile per un pubblico esigente ed esperto, ma la percentuale che valuta il servizio dalla carta dei vini è veramente piccola.

  • Valerio Rosati:

    @mpixi
    hai ragione, non ho mai trovato il coraggio di farlo perchè mi sembrava di fare la figura del pezzente, però se non si vergognano certi osti a fare i ladri non vedo perchè dovrei vergognarmi io…
    Cmq volevo aggiungere che dare vino alla mescita consentirebbe anche al consumatore di poter provare vini diversi durante il pasto, consentendogli anche abbinamenti gastronomici che altrimenti non si permetterebbe. Per es., se ordino una bottiglia di rosso a inizio pasto dovrò improntare tutto il pranzo sulla carne, mentre se posso ordinare a calici posso prendere un rosso e ordinare lasagne di primo e per secondo un rombo con le patate accompagnato da un bianco.

  • fabrizio pagliardi:

    Non vi tedio su tutte le buone ragioni che secondo me ha un ristorante per ricaricare sul vino ma ve la riassumo in una frase:
    Il ristorante è un’azienda e deve fare i prezzi in base ai suoi costi, costi al plurale, non costo del vino, c’è chi ricarica del 400% un vino ed è corretto ma c’è anche chi ricarica il 100% ed è già un ladro.

    Il calo del consumo del vino non è legato all’etilometro??

    Bah!!! siete sicuri ?? parallelamente il consumo di superalcoolici a fine pasto si è praticamente azzerato…. sarà dovuto al ricarico anche questo??? strano perchè un buon 30% li offrivo e di recente è raro che venga accettato.

  • mpixi:

    @Valerio Rosati qui non si tratta di fare la figura del pezzente, non stai mendicando nulla! tu la bottiglia di vino l’hai pagata tutta e pure ladronescamente ricaricata del 3-400% e se ti avanza te la fai riattappare, ti appartiene ed è tua esattamente come se lasci la lasgna a metà, esponi un sorriso smagliante e chiedi la doggy bag, e te la finisci a casa la sera. ma vogliamo scherzare? io sono il cliente, io pago io ho sempre ragione e non solo mi servi ma mi fai mangiare bene sennò ti rovescio pure il piatto in testa. chiaro il concetto che dovrai avere in futuro?

    @fabrizio pagliardi ma calo di cosa? io l’amaro del capo e il grappino fine serata sempre quando è offerto come gratitudine ad averti dato la gioia di arricchirti e aver cenato da te. se li fai pagare sei solo una tzecca e ti meriti il locale vuoto tutti i giorni :-D

  • ilaria:

    nossiter mi piace molto, aldilà di quello che chiama ‘manicheismo’, più o meno condivisibile.
    ma che c’entrano i queen?? e soprattutto freddy mercury, che sarà pure un merlot tondo e ciccioso, ma sicuramente onesto, un ‘puro’ come pochi. è semplicemente una questione di ‘gusto’… :-)

  • Luca:

    A proposito di carte dei vini, ho appena fatto una recensione su tripadvisor su un locale di Bologna dove ho trovato una carta a dir poco imbarazzante (almeno per quanto riguarda gli spumanti/champagne). E nessuno che l’abbia citata nelle recensioni precedenti! Chiaro segnale del fatto che una cultura di base del vino è ancora un’utopia per la maggior parte dei frequentatori di ristoranti. Cosa che, ovviamente, facilita i ristoratori furbi… Questo è il link della recensione (titolo “un pranzo da dimenticare”) con tanto di foto della carta dei vini incriminata: buon “divertimento”! http://www.tripadvisor.it/Restaurant_Review-g187801-d1927999-Reviews-Ristorante_Pizzeria_Il_Saraceno-Bologna_Province_of_Bologna_Emilia_Romagna.html

  • Zakk:

    @mpixi: tu devi essere proprio uno di quelli che beve cada del giglio!
    Non sono ristoratore ne enotecaro, ma sposo la linea di Fabrizio Pagliardi: il ristorante non è un’opera di beneficenza, ma un’attività che deve dare reddito. Vorrei vedere quanti che blaterano di ricarichi sarebbero in grado di portare avanti un ristorante/enoteca per un anno intero. Molti fallirebbero molto prima.

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