Rosso Più 2007 – Le Coste

Martedì scorso, Pane e Vino a Cortona. Stiamo decidendo il nettare berlusconiano per la degustazione Vino e politica di due giorni dopo (un successo, peraltro). C’è Arnaldo Rossi, proprietario dell’osteria e instancabile scopritore di nuovi nomi.
Beviamo cose orrende, moderniste e inaccettabili. Ci immoliamo al culto della barrique cromata. Poi, stremati, cerchiamo qualcosa che ci tiri su.
Arnaldo dice che ha trovato uno che fa vini laziali buoni: non impossibile, ma abbastanza raro sì. Arnaldo dice sempre cose di questo tipo.
Torna con due rossi, un Aleatico di Gradoli secco e un Greghetto Rosso, ovvero il Sangiovese laziale (più o meno).
L’azienda è Le Coste, a Gradoli. Il proprietario è il giovane Gianmarco Antonuzi. Non lo conosco, Arnaldo c’è andato invece qualche settimana prima. Ha lavorato per anni in aziende vinicole francesi (tra cui Philippe Pacalet), poi è tornato nel paese dei nonni. Con lui c’è la compagna Clementine Bouveron. Hanno cominciato a lavorare le vigne nel 2004.
L’azienda è biodinamica e fa parte dei Vini Veri. Il prodotto più celebre è il Litrozzo, un beverone bianco/rosato/rosso in bottiglie da litro e tappo a vite. Ha i suoi estimatori. Riporto dal blog Il Campo Vinato di Eugenio Bucci, secondo cui il Litrozzo era il prodotto migliore dell’ultima rassegna ViniVeri a Cerea. “Vino torbido e coloratissimo, è frutto di un progetto quasi di preservazione del territorio. Gianmarco Antonuzi, il vulcanico titolare, prende le uve di vecchi vigneti coltivate dai contadini della zona (vigneti nei quali non c’è alcun intervento ma che vengono lasciati produrre naturalmente in una sorta di auto-controllo naturale dato solo dall’età della vigna) e le vinifica. E’ un vino anti-intellettuale, per dirla con le sue parole, un dialogo diretto con la storia del suo territorio e con quelle viti che, grazie all’età e solo a quella, sono arrivate a produrre in equilibrio. Un progetto che riporta all’idea di vino contadino dove questo sta a significare bevibilità quotidiana e digeribilità (ancora) e un rapporto con la terra. Un’idea per la quale vale la pena di spendere la parola veronelliana. E tutto questo non basterebbe ancora se, in effetti, il vino non fosse così buono. Il concetto olfattivo è spremuta d’uva: sensazioni dolci, buccia di pera, fiori d’acacia, quello che volete, tutto disteso ma non ruffiano, ruvido il giusto, e con naturalezza porto al naso. La bocca è tonda, un cerchio perfetto d’equilibrio acido-tannico-dolce. Consistenza non spaventosa ma, davvero, qui non importa. Qui si torna ai primordi del bere, quando il bere era nutrimento e il nutrimento era piacere puro, sano e quotidiano. Si, quotidiano. Allora datemi 100, 1000 Litrozzi e lasciatemi godere di quello che la terra in sinergia con l’uomo può dare. Rispetto”.
Non l’ho ancora mai provato. Voi?  
Con Arnaldo beviamo l’Aleatico secco, che non ci convince: alcolico, sbilanciato, eleganza zero. Se lo vinificano dolce da secoli, un motivo ci sarà. Poi attacchiamo il Rosso Più, annata 2007. E’ ottenuto con le uve selezionate di solo Greghetto rosso, scelte sulle piante più equilibrate nelle vecchie vigne. L’uva non diraspata ha fermentato in un tino troncoconico di legno per quaranta giorni; il vino è stato poi affinato venti mesi in barrique di rovere francese di più passaggi. Lo beviamo, e ribeviamo, e ribeviamo. La bottiglia finisce senza quasi accorgersene. Bel segno: i vini della vita sono altri, e inizialmente c’è pure quel lievissimo sentore di feccino tipico di molti biodinamici, ma a un prezzo attorno ai 15-20 euro (il Litrozzo ne costa 7) hai il massimo quanto a bevibilità, naturalità e digeribilità.
Antonuzi si riconosce nel Litrozzo, ritenendo la sua gamma più ambiziosa una sorta di “sega intellettuale” (per citarlo). E’ lecito non essere d’accordo. Il Rosso Più è un vino contadino in tutto e per tutto. Nel senso migliore: veronelliano. 

17 Commenti a “Rosso Più 2007 – Le Coste”

  • Giovanni Corazzol:

    Quindi: litrozzo, rosso più, bottiglia da litro, anti intellettuale, intellettuale, veronelliano, contadino. forse altro, ma già tanto mi basta. mi è intellettualmente antipatico.

  • Armando Treccaffé:

    Scusa Andrea ma hai già pubblicato da qualche parte un rendiconto della degustazione Vino e Politica? Sarebbe un bel regalo di Natale per i tuoi lettori. Attendiamo fiduciuosi… Ciao Armando

  • Kurtz 71:

    “Qui si torna ai primordi del bere (…) e lasciatemi godere di quello che la terra in sinergia con l’uomo può dare. Rispetto”
    Queste poche righe, per quel che mi riguarda, sono una sorta di manifesto di una precisa Weltanschauung che condivido. Quanto basta per mettermi sulle tracce del Litrozzo. E poi con questo nome mi viene da pensare ad un vino Veronelliano nella sostanza e MONICELLIANO nel nome.

    Caro Scanzi,
    approfitto del tuo nuovo intervento per lasciare una traccia di commento in morte del “Vecio” Bearzot.
    Mi rendo conto di come non ci sia alcuna attinenza all’argomento ma, essendo il vino e lo sport due argomenti che ti/ci attanagliano, non
    mi sento tutto sommato fuori tema.

    Volendo arditamente paragonare Enzo Bearzot ad un vino, data l’origine geografica, mi viene in mente un bel Sauvignon del Collio.
    Sapidità, mineralità, scheletro possente: un vino con i denti e la schiena dritta. A corredo però un corollario di complessità e sfumature che
    ne completano la matrice dell’eleganza e dell’armonia.

    Credo fosse questo Enzo Bearzot: un uomo coerente, leale, addirittura tetragono sulle sue posizioni ma mai scomposto, elegante nei modi e nell’agire.
    Avevo undici anni nell’82 e la vittoria di quel mondiale rappresentò un salto gestaltico, oltre che della storia sportiva del paese, della mia ancora implume esistenza.
    Poi arrivò il riflusso, Blatter, la sentenza Bosman e l’assegnazione dei Mondiali 2022 al Qatar. Evabbeh.
    Che calcio quello e che persistenza aromatica intensa aveva.
    Ciao Enzo

    Bella Scanzi!

  • hazel:

    Antonuzi e’ il braccio armato del movimento ,in senso positivo.
    Rosso piu’ va giu’che e’ un piacere ma anche i bianchi sono della stessa pasta.D’altronde stare al fianco di gente come Pacalet o Anne Marie Lavaysse male non fa.

  • Andrea Scanzi:

    @SommelierAlDente: Credevo fosse rosso, lei mi dice bianco. Non l’ho mai bevuto e non ne so nulla, al di là delle recensioni trovate on line, ma Campo Vinato ci ha ribadito che esistono entrambe le versioni.

  • Gabriele B.:

    Se sono qui oggi a scrivere lo devo a Gianmarco,è stato lui a avvicnarmi al vino,a Porthos e a questo meraviglioso mondo.Parlo quindi di un carissimo amico,di cui per correttezza devo dire di non aver mai ancora assaggiato i suoi vini,non avendone ancora avuto occasione.Conosco però la sua competenza e la sua passione,l’impegno che ci mette e leggere su di lui oggi mi scalda il cuore.

  • Alessandro:

    In estate passo almeno una decina di giorni a tre chilometri da Gradoli. Mai provato Le Coste, in genere ci accontentiamo del Greghetto della cantina sociale. Lo proverò certamente, vista la difficoltà di trovare cose passabili in quella zona.

  • Andrea, intanto grazie per la citazione dal mio blog (per stare in metafora a te cara, è come fare un game a Wimbledon dopo aver palleggiato nel muretto di casa). Di Litrozzo esiste la versione bianca e la rossa. Non so se a Cerea fosse il vino più buono, ma so che nell’arco delle giornate è stato uno dei sapori che più mi tornava alla bocca e ogni tanto tornavo a risentirlo (cioè, assaggi e assaggi e poi vai a bere). Dopodiché sono andato a Gradoli dove Antonuzi ci ha fatto vedere tutto, ma proprio tutto (vigne, cantina, casa, mancavano solo il 740 e gli esami del sangue), e assaggiare qualsiasi cosa. Certe cose buonissime, altre meno. Ma, soprattutto, Antonuzi: uno che ha lavorato da Barral e Pacalet, che quasi chiama le sue vigne per nome mentre si sente ancora in divenire riguardo vinificazione e affinamento (le suddette “seghe intellettuali”). E sul personaggio e sui suoi vini viene da dire “‘sti cazzi” (tanto per citarlo ancora).

  • Andrea Scanzi:

    Sono io a ringraziare te, Eugenio. Il tuo era un bel post, all’interno di un blog non meno meritevole.

  • Giovanni Corazzol:

    Tanto per rendermi simpatico e confermarmi essere superficiale e arruffone, chiederei valutazioni su Pacalet, che son ben andato a Beaune a visitare, ma da cui, pezzente quale sono, sono fuggito a gambe levate appena visto il listino prezzi. Non è che ci marciamo un pochettino con sta faccenda del naturale? detto con rispetto naturalmente.

    PS
    ho letto l’intervista ad Antonuzi su Porthos. M’è sembrato sensato. per cui forse debbo scusarmi per il tono del mio precedente post, pur non riuscendo a sentire vicino il mondo del vino radical chic

  • Non c’entra ‘na fava con l’articolo Andrea, ma un virtuale abbraccio di Buon natale te lo mando quì, dove il clima è mite e prospera la vite (cit. paz)

  • Adriano:

    Rosso laziale buono! Vi è inedito

  • Andrea, grazie per aver parlato di Gianmarco Antonuzi, credo che in futuro, visto il territorio, l’entusiasmo, la competenza e l’età ne sentiremo parlare. Credo che esistano ormai tanti buoni produttori di vini naturali, ma di fuori classe ne conosco veramente pochi. Lui è uno di quelli che potrebbe lasciare il segno. Lasciamolo crescere. Per fortuna ci sono ancora ragazzi che investono tutte le proprie risorse in progetti utopici. Aiutiamoli nella crescita.
    Buon Natale a tutti

  • Claudio:

    @ Adriano: se è vero che la qualità media dei vini del Lazio non è eccelsa, è anche vero che quella dei rossi è migliore di quella dei bianchi, a dispetto di quello che normalmente si pensa. Ci sono Cesanese notevoli (Ciolli, La Visciola, Buttarelli), interessanti Nero Buono (Cincinnato, Carpineti) e si fanno ottime cose con vitigni internazionali, soprattutto nella zona dell’Agro Pontino (I Pampini, San Marco) e in alcuni casi anche nell’alto Lazio (provare il Merlot Villa Tirrena di D’Amico per credere).
    @ Andrea: i vini de Le Coste, specialmente i rossi, sono interessanti, prova anche il Carbò, una sorta di esperimento con macerazione carbonica prolungata ripreso da esperienze in Beaujolais (ma non parliamo di un novello). Di sicuro è una cantina in via di sviluppo che secondo me ancora deve trovare una propria strada ma il lavoro che fanno è notevole e lodevole.

  • Claudio:

    Devo correggermi, nel mio precedente commento avevo citato l’azienda San Marco tra quelle dell’Agro Pontino, in realtà volevo scrivere Sant’Andrea, che si trova a Terracina. San Marco è invece una buona cantina dei Castelli Romani (con i santi non c’ho mai capito niente)

  • Antonio:

    Gianmarco è un gran bel personaggio, i suoi vini sono poetici, I Litrozzi (sono 3: rosso, rosato e bianco) sono contestabili ma anche contestatori e del suo rosso + se ne può bere una bottiglia intera a tavola!!Due settimane fa è entrato nella mia enoteca e mi ha portato beaujolais 2010 “Le primeur pour Camille”,fatto in per sua figlia nata questo autunno.Eravamo in tre (lui compreso) e ce lo siamo tracannati in 20 minuti (alle 11 di mattina!!)ne ho ordinate 5 casse!!E già ne ho venduta una decina…
    Per la cronaca bisogna dire che, il lavoro che Antoniuzi fa nel Lazio è da dividere con la compagna francese Clementine che è una gran persona!!Anche perchè vivere con GianMarco è dura!!;D

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