{"id":2458,"date":"2014-09-26T08:45:14","date_gmt":"2014-09-26T08:45:14","guid":{"rendered":"http:\/\/www.andreascanzi.it\/?p=2458"},"modified":"2014-09-26T12:32:27","modified_gmt":"2014-09-26T12:32:27","slug":"george-harrison-il-piu-grande-da-solo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.andreascanzi.it\/?p=2458","title":{"rendered":"George Harrison, il pi\u00f9 grande da solo"},"content":{"rendered":"<p class=\"p1\" style=\"text-align: justify;\"><span class=\"s1\"><a href=\"http:\/\/www.andreascanzi.it\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/harrison.jpeg\"><img decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-2460\" src=\"http:\/\/www.andreascanzi.it\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/harrison.jpeg\" alt=\"harrison\" width=\"276\" height=\"183\" \/><\/a>\u201cFu come andare in bagno e liberarsi interamente dopo anni di costipazione\u201d. Cos\u00ec George Harrison amava spiegare la nascita di <i>All Things Must Pass<\/i>, il suo triplo album del 1970. Ritenuto erroneamente \u201cil terzo Beatle\u201d e fatalmente oscurato da Lennon e McCartney, Harrison apr\u00ec ogni rubinetto artistico possibile. Ne nacque un album saturo di intuizioni, irripetibile e indimenticabile. E\u2019 appena uscito <\/span><i>George Harrison: The Apple Years 1968-75<\/i>, box con i suoi primi sei album da solista, un dvd e un libro realizzato dal figlio Dhani. Il cofanetto aiuta a comprendere le sfaccettature di una figura inquieta e complessa, diviso tra le tentazioni della vita materiale e l\u2019anelito a una spiritualit\u00e0 totalizzante. Quando i Beatles frequentarono il Maharishi Mahesh Yogi, per gli altri fu poco pi\u00f9 che una sbornia mistica: per George no, per lui fu Rivelazione. La sua storia \u00e8 stata raccontata da Martin Scorsese nel magistrale docufilm <i>Living In A Material World<\/i>. Harrison scelse con cura ogni particolare di <i>All Things Must Pass<\/i>. Anche la copertina: lui \u00e8 adagiato in una sedia, nel mega-parco della villa di Friar Park; sotto, quattro gnomi da giardino a terra. Gli gnomi erano i Beatles. Lennon comment\u00f2 inizialmente il disco con toni sprezzanti, un po\u2019 per la copertina e un po\u2019 perch\u00e9 \u201cin quel periodo George tramutava in oro tutto quello che toccava\u201d. Ne era geloso. Tra i sei album riproposti dal cofanetto c\u2019\u00e8 anche <i>Wonderwall music\u00a0<\/i>(1968), colonna sonora dell&#8217;omonimo film di Joe Massott. La musica indiana compariva gi\u00e0 allora. Era stato Harrison, del resto, a inserire tre anni prima il sitar in <i>Norwegian Wood<\/i>: l\u2019esordio di quello \u201cstrano\u201d strumento, scoperto grazie al maestro Ravi Shankar, nella musica occidentale. Il secondo lavoro di Harrison, <i>Electric Sound<\/i>, \u00e8 un delirio che contiene suoni ricavati da un sintetizzatore Moog IIIP: \u201cNon ho mai imparato veramente a usarlo, registravo qualsiasi suono uscisse mentre giocherellavo con i pomelli. Indizi di avanguardia&#8221;. I Chemical Brothers, negli Anni Novanta, lo hanno rivalutato. Dopo <i>All Things Must Pass<\/i>\u00a0sarebbero arrivati altre tre album in studio: <i>Living in A Material World<\/i>\u00a0(discreto), <i>Dark Horses<\/i>\u00a0(fragile e ulteriormente indebolito da una tourn\u00e8e sciagurata, con Harrison senza voce e mediamente strafatto) e <i>Extra texture (Read alla bout it).<\/i> Quest\u2019ultimo fu imposto dalla Apple, che esigeva una sesta opera: <a href=\"http:\/\/www.andreascanzi.it\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/harrison-2.jpeg\"><img decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-2461\" src=\"http:\/\/www.andreascanzi.it\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/harrison-2.jpeg\" alt=\"harrison 2\" width=\"264\" height=\"191\" \/><\/a>Harrison esegu\u00ec, con navigata sciatteria. Pi\u00f9 o meno la stessa cosa che accadde nel 1982 con <i>Gone Troppo<\/i>. Il titolo, pi\u00f9 o meno, vuol dire \u201cAndar fuori di testa ai Tropici\u201d. Ad Harrison faceva cos\u00ec schifo che si rifiut\u00f2 persino di promuoverlo. Dalla seconda met\u00e0 dei Settanta, l\u2019uomo fu molto solitario e spesso extra-musicale: frequentava il mondo della Formula 1, produceva film. Amava i Monty Python e, quando vide che nessuno voleva produrre il teoricamente blasfemo <i>Brian di Nazareth<\/i>, lo fece lui. A conferma di come\u00a0il suo essere profondamente credente non contemplasse un approccio bigotto. Anche in <i>My Sweet Lord<\/i>\u00a0gioc\u00f2 con la religione: \u201cSe avessi messo\u00a0subito il ritornello \u201cHare Krishna\u201d, il pubblico sarebbe scappato. Invece all\u2019inizio ripeto \u201cAlleluja\u201d, cos\u00ec loro hanno il tempo di tranquillizzarsi. Poi, quando arriva \u201cHare Krishna\u201d, cominciano a canticchiarlo senza neanche rendersene conto\u201d. Il brano<i> <\/i>fu accusato di plagio, per una somiglianza sfacciata con <i>He\u2019s so Fine<\/i>\u00a0delle Chiffons; quella polemica, unita a truffe e vicissitudini fiscali che vanificarono parte dei proventi benefici del <i>Concert for Bangla Desh<\/i>, accelerarono la disillusione. Le sue ultime epifanie musicali avvennero a cavallo tra Ottanta e Novanta, con <i>Cloud Nine<\/i>, il supergruppo dei Traveling Wilburys (Dylan-Orbison-Petty-Harrison) e una tourn\u00e9e in Giappone con Eric Clapton. L\u2019amico di sempre; quello che stava per sostituirlo nella fase finale dei Beatles; quello che sul palco del concerto per il Bangladesh si reggeva in piedi a fatica; quello che si innamor\u00f2 della sua prima moglie Pattie Boyd, ispiratrice di <i>Something, Layla<\/i>\u00a0e <i>Wonderful Tonight<\/i>. Nulla, per\u00f2, fu mai pi\u00f9 musicalmente bello come in <i>All Things Must Pass<\/i>. Harrison cominci\u00f2 a lavorarci con i Beatles ancora attivi: ogni tanto proponeva brani propri, venendo quasi sempre respinto con perdite. Tra i pochi brani da lui scritti, e dalla diarchia Lennon-McCartney accettati, <i>Something, Here Comes The Sun\u00a0<\/i>e<i>\u00a0While My Guitar Gently Weeps.<\/i> A volte volava a Woodstock e scriveva con Bob Dylan: a lui dedicher\u00e0 <i>I\u2019d have you anytime<\/i>, esortandolo ad \u201caprirsi\u201d agli amici. In <i>Waw-wah<\/i>\u00a0ironizza sul desiderio di McCartney di imporre tutto, <a href=\"http:\/\/www.andreascanzi.it\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/harrison-3.jpeg\"><img decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-2463\" src=\"http:\/\/www.andreascanzi.it\/wp-content\/uploads\/2014\/09\/harrison-3.jpeg\" alt=\"harrison 3\" width=\"227\" height=\"222\" \/><\/a>anche il suono delle (sue) chitarre. Harrison aveva cos\u00ec tanta voglia di liberarsi da incidere un terzo album fatto di <i>jam sessions<\/i> che testimoniassero l\u2019eccellenza dei musicisti coinvolti: Clapton, Billy Preston, Ringo Starr, Klaus Voorman, Derek &amp; The Dominos, un giovane Phil Collins e (pare) un non accreditato Richard Wright dei Pink Floyd. Del disco esistono svariati bootleg e versioni, oltre a tracce scartate e poi riapparse altrove. Tutto, in <i>All Things Must Pass<\/i>, ammalia. A partire da <i>Isn\u2019t it a pity<\/i>, un po\u2019 canzone contro la guerra e un po\u2019 riflessione sulla fine dei Beatles: \u201cNon \u00e8 un peccato?\/ Non \u00e8 una vergogna\/ Come ci spezziamo l\u2019un l\u2019altro i cuori?\u201d. Inizialmente Harrison pens\u00f2 di cederla a Frank Sinatra, poi per fortuna cambi\u00f2 idea. Il disco non sarebbe mai nato senza Phil Spector, immaginifico inventore del \u201cMuro del suono\u201d. Fu lui a postprodurre <i>Let It Be<\/i>, opera \u201cpostuma\u201d e contrastata dei Beatles: McCartney odi\u00f2 quei suoni troppo carichi, poi per\u00f2 dal vivo eseguiva <i>The Long And Winding Road<\/i>\u00a0esattamente come l\u2019aveva pensata Spector, con tanto di cori e violini. Quattro anni dopo <i>All Things Must Pass<\/i>, Spector ebbe un incidente d\u2019auto che lo sfigur\u00f2 e rese probabilmente pazzo. E\u2019 in carcere dal 2009 per l\u2019omicidio volontario della modella americana Lana Clarkson, il 3 febbraio 2003. Non potr\u00e0 uscirne prima del 2028. Si \u00e8 sempre proclamato innocente, oggi sembra uno spettro e forse ha il Parkinson. Harrison \u00e8 morto il 29 novembre 2001 nella villa di Ringo Starr a Los Angeles. Aveva 58 anni. Malato da tempo, la sua scomparsa fu accelerata dall\u2019aggressione subita (nel 1999) da un pazzo che entr\u00f2 di notte nella sua villa di Londra e lo accoltell\u00f2 pi\u00f9 volte al torace: lo salv\u00f2 la seconda moglie Olivia, che colp\u00ec l\u2019aggressore con un attizzatoio. Le sue ceneri sono state sparse nel Gange, il fiume sacro indiano. Olivia giura che, quando il marito spir\u00f2, la stanza fu come irradiata dalla luce. (<em>Il Fatto Quotidiano, 26 settembre 2014)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cFu come andare in bagno e liberarsi interamente dopo anni di costipazione\u201d. Cos\u00ec George Harrison amava spiegare la nascita di All Things Must Pass, il suo triplo album del 1970. Ritenuto erroneamente \u201cil terzo Beatle\u201d e fatalmente oscurato da Lennon e McCartney, Harrison apr\u00ec ogni rubinetto artistico possibile. 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