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Ma quante te ne bevi? (Il Fatto)

domenica, Novembre 27th, 2011

“Parlare di musica è come ballare di architettura”, ammoniva Frank Zappa. O forse non era lui (mai capito bene). Il concetto base, però, resta: esistono branche dello scibile che mal si prestano alla narrazione. Come la racconti un’emozione, soprattutto se non ti chiami Mogol? Capita anche con il vino. Ieri sera, alla Libreria Margaroli di Verbania, è stata presentata la nuova edizione de L’enciclopedia del vino (Boroli). Un libro denso, utile, ben fatto. Parallelamente, ogni anno, si assiste all’invasione delle guide enologiche. Gambero Rosso, Espresso, Ais, Slow Wine. Internet le ha rese in parte superate e Gianni Mura suole ricordare come “guida”, non a caso, sia l’anagramma di “giuda”. La loro utilità, almeno a piccole dosi, è comunque innegabile. Gambero Rosso è quella più potente e aristocratica: versione italica degli sboroni Wine Advocate e Wine Spectator, venne crivellata da Report per implicazioni non limpidissime tra estensori e produttori. La Guida Espresso è la più scarna graficamente, quella dell’Associazione Italiana Sommeliers la più scolastica. Slow Wine si sofferma sui risvolti umani: in effetti, se sport e spettacolo danno sempre meno spunti, alcuni vignaioli assurgono naturalmente a personaggi letterari.
Se da una parte la ricchezza di pubblicazioni ha migliorato la conoscenza di un universo in cui l’Italia eccelle (seppur meno di quanto potrebbe), dall’altro la sovraesposizione mediatica ha portato a continui cortocircuiti semantici. Tutti si improvvisano sommeliers, col rischio di sembrare tanti Antonio Albanese col cucchiaione (tastevin) al collo, che guardano mezzora il calice per poi esalare un sofferto: “Sì, è rosso”.
Il Culto dell’Anice Stellato. Molti espertoni, soprattutto in tivù, si esprimono come neanche William Burroughs dopo un trip. Bizzarri figuri che passeggiano per vigne straparlando di “sentori di cherosene”, “chiusura di pietra focaia”, “polvere da sparo macerata nel rododendro all’alchermes” e “nuance eteree”. Nella maggioranza dei casi, cotanti soloni non hanno mai visto un ribes e non riconoscerebbero un cardamomo da uno spinterogeno.
La vendita dell’aria fritta. Alcuni vitigni hanno profumi precisi. Semplificando: il Cabernet Franc sa di peperone verde, il Sauvignon Blanc di pipì di gatto (uh), i vecchi Nebbiolo di goudron (eh?), i Riesling di idrocarburo (ah!). Chi afferma di riconoscerli nel bicchiere, in realtà ha letto l’etichetta. E sa che certi sentori “devono” esserci. Il riconoscimento gusto-olfattivo è scienza iper-soggettiva, figlia del gusto personale e di teorie farlocche (gli abbinamenti obbligatori). I trucchi sono infiniti. Se dite che un vino rosso ha note di lampone e rosa, nessuno potrà smentirvi. Idem per un bianco che vi ricorda la pesca o il gelsomino. Se volete dire “mela”, sparate una ulteriore specifica (esempio: “golden”) e gli astanti vi faranno la ola. Se state fronteggiando un’annata meno recente, aggiungete parole che facciano pensare allo scorrere del tempo (tipo “pesca macerata” o “viola appassita”). E se il vino è molto alcolico, spendete il sempiterno “frutti di bosco sotto spirito”. E’ come negli aforismi di Fernando Pessoa: “Il poeta è un fingitore”. E pure il sommelier.
L’elogio del famolostranismo. E’ ormai esplosa la moda dei vini veri. Prodotti che mirano alla salubrità e al terroir. Non mancano le guide apposite (Vini naturali d’Italia di Giovanni Bietti) e svariati docufim: Mondovino, Senza trucco, Langhe Doc. Tradizione o khomeinismo? Certi vini naturali sono straordinari, altri hanno puzzette che neanche le Terme di Saturnia.
Il Profeta della Fruttuosità. La guida si chiama Annuario dei migliori vini italiani ed è un ottimo modo per scoprire cosa (non) si deve bere. Lui, il Guru, è Luca Maroni. Esperto radiofonico di Decanter, cantore del vinone concentrato, versione dei mammasantissima Robert Parker e James Suckling. Maroni sta al vino come Alfonso Luigi Marra alla letteratura: con lui ci si consegna all’insondabile. Egli reinventa la lingua, la logica e il pensiero aristotelico. Egli è la Luce: non avrai altro vino se non quello opulento. Dal Vangelo secondo Maroni: “L’indice di Acquistabilità (ICQ) esprime la relazione tra Indice di Piacevolezza (IP), il prezzo di vendita riferito a una bottiglia da lt 0,75 (PV), e il numero di Bottiglie in cui il vino è prodotto”. Chiaro, no? Il Maronismo insegna che “la piacevolezza del sapore dei diversi vini è stata valutata applicando il metodo che discende dal logisma della fruttuosità del vino”. E cos’è un logisma? “Un principio-enunciato logicamente dedotto da una premessa assiomatica”. E cos’è la fruttuosità? Qualcosa di “direttamente proporzionale alla consistenza, all’equilibrio, all’integrità del suo gusto”. E cos’è forse Maroni? La maniera più involontariamente comica per avvicinarsi a un microcosmo affascinante. Se solo tutti, nessuno escluso, si prendessero meno sul serio. It’s only wine (but i like it).

(Il Fatto Quotidiano, 27 novembre 2011)