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Recensione: Intravino

giovedì, Maggio 6th, 2010

Ecco la recensione di Intravino, a firma Alessandro Morichetti. Alla fine, qualche mia considerazione.

“Andrea Scanzi è uno dei migliori giornalisti della sua generazione, che è poi la mia. Ha una moglie e due labrador di bellezza esemplare, nelle rispettive categorie. Brillante, eclettico – spazia dal tennis al vino passando per politica, Beppe Grillo, Ivano Fossati e Marco Van Basten – ha uno stile incalzante che non annoia mai. Quale che sia il tema, acchiappa il lettore e ”Il vino degli altri“, edito da Mondadori, bissa il successo del precedente “Elogio dell’invecchiamento“. Vista la drammaticità di certi numeri due è stata una piacevole sorpresa.
Pur giovave, Scanzi ha una maturità invidiabile nel mixare con equilibrio ironia,  già-sentito e momenti toccanti. Se Elogio era una sorta di “manuale del sommelier” frizzante e personale, arricchito dal racconto di 10 vini italiani d’eccellenza, Il vino degli altri è un piacevole viaggio nell’enografia, un Bignami romanzato, ironico, volutamente parziale eppur documentato di denominazioni, terroir e regioni vitivinicole del mondo. Intendiamoci, Scanzi non vuole inventare nulla, racconta zone più o meno note attingendo a piene mani da molteplici fonti: Porthos come la manualistica Ais, le guide ai vini come i consigli di preziosi compagni di viaggio (tra questi, anche i nostri Giulia Graglia per l’Argentina e Andrea Gori per la Spagna). E questo è un merito, sia chiaro. Nell’epoca del “ti cito ma mi fulminassero se lo ammetto”, Andrea Scanzi ricorda con trasporto le sue fonti, le menziona, ne prende spunto e le celebra. La lettura fila dritta come un passante di Ivan Lendl e non disdegna colpi di genio e sregolatezza alla Boris Becker. Personalmente, ho trovato più coinvolgenti i capitoli sul vino italiano e più asettici quelli esterofili. Questioni di sfumature, chiaro.
Tanti i passaggi che meriterebbero la citazione: gli approcci allo Champagne – a. leghista, “quella roba lì se la bevano i francesi”, e a. Abramovich, “sono ricco quindi lo bevo” – il Vangelo secondo Jacques Beaufort (“L’Apocalisse è aprire gli occhi, comprendere che la chimica era il linguaggio del demonio. Io l’ho compreso”), i retroscena della storica puntata di Report, il clamoroso e simpatico autogol che l’autore commette visitando Von Schubert, in Mosella – “Ci ha detto se volevamo sentire qualcosa. Certo, ma non sapevo come dirlo. Così ho detto che volevo sentire tutto tranne i Trocken. Credevo fossero i vini più scadenti. Che coglione”). Il testo letteralmente s’infiamma nei lunghi stralci d’intervista – quasi porthosiani – ad Angiolino Maule, Giampiero Bea, Francesco Valentini. Preziosi.
A cercare il pelo, un pò noioso “Il Bignami del Consumatore Iconoclasta”, evitabile qualche barocchismo da Baricco della barrique (cit.) e qualche scivolone editoriale (conoscete un affermato sommelier di nome Luca Cardini?), ma sono dettagli. Ce ne fosse di gente che parla di vino così, filtrando tutto e aprendo l’obiettivo. Ho letto “Elogio” un paio di volte e ripasserò anche qui per il bis. 18,50 euro ben spesi, altro che pizza e birra. A margine, ineccepibile il marketing 2.0. Anche stavolta un blog accompagna l’uscita del libro, con tanto di strascichi polemici. Forte, carta che rimanda al web e viceversa. Niente da dire, Andrea Scanzi è uno di noi”. (Alessandro Morichetti)

Trovo che questa recensione sia particolarmente ispirata. Anche nelle critiche. Degli strascichi polemici non intenderei più parlare, anche perché la dinamica è adesso chiara a tutti (e per questo attendo ancora scuse da qualche barone sbaronato).
Sono d’accordo: i capitoli italiani sono più appassionanti di quelli esteri. Ma è voluto e lo spiego nella prefazione: i capitoli esteri sono didattico-divulgativi, quelli italiani lirici, quelli di costume alleggerimenti.
Sulla gaffe con Von Schubert ci ho un po’ marciato: mi piace dare l’idea di essere un appassionato che sbaglia, non un espertone. L’autoironia, ancor più nel mondo cattedratico e bacuccone del vino, è necessaria. Salvifica.
Il capitolo sul Bignami Iconoclasta è un divertissement, come lo era quello sui partiti politici dei vitigni in Elogio. Anche in quel caso, fu un capitolo che piacque moltissimo ai lettori comuni (nel senso di non esperti) e ruppe un po’ le palle agli esperti (e Morichetti lo è). Ma io non scrivo su Porthos, non scrivo solo per chi sa a memoria i libri di Samuel Cogliati e i vitigni autoctoni della Loira: io scrivo per un pubblico trasversale. Devo parlare a tutti. E infatti, in radio o in tivù, c’è sempre qualcuno che mi chiede (con entusiasmo) come sia il Vino Muccino e come il Vino Battiato. E’ una cosa che funziona, su un certo pubblico. E a me faceva sorridere l’idea – per dire – di un Vino Seppi (eddai).
I refusi ci sono, almeno una decina. E sono imperdonabili: Luca Cardini (chi?), gruppo Longarotti, Barbaruc (è Barbabuc, a Novello), Avignonesi e non Frescobaldi (nel Consorzio di Cortona), etc. Me ne scuso, ma sono inevitabili quando fai un libro di 320 pagine pieno zeppo di nomi (e Mondadori non è una casa editrice settoriale). Nelle prossime edizioni le correggeremo.
Felice che anche Morichetti, come tutti i lettori, abbia compreso come il capitolo su Valentini sia uno dei più appassiona(n)ti. Lo hanno capito tutti. Tranne Valentini.
La mia compagna e le mie due labrador sono molto belle. Concordo.
La sindrome da Opera Seconda terrorizzava anche me.
Qualche baricchismo nella barrique (cit) c’è. Volutamente. A volte ero in vena zuzzurellonica (?). Già immaginavo Edmondo Berselli che mi telefonava e mi tirava le orecchie, come faceva sempre. Ma qualcuno ha diversamente voluto. E ancora mi girano.

Stasera, dalle 18.30-19, a Piazza Farnese, comincia la serata (fino a tarda notte) dedicata al Premio Durruti. La premiazione ci sarà attorno alle 21-21.30. Il Gran Cerimoniere sarà Fulvio Abbate, che presenterà il suo nuovo libro, Manuale di sopravvivenza. Se ci siete, ci vediamo.