Rolling Stones a Cuba: quando il rock non invecchia

richardsLa cosa ulteriormente incredibile del concerto dei Rolling Stones a Cuba è che, se anche togli la retorica, resta comunque tanto. Tantissimo. «Sappiamo che anni fa era difficile ascoltare la nostra musica a Cuba, ma siamo qui a suonare», ha detto Mick Jagger. Aggiungendo poi: «Penso che davvero i tempi stiano cambiando. Non è vero?». Forse sì e forse no. Di sicuro larga parte della comunicazione si è incentrata sulla portata “politica” del concerto, arrivato peraltro subito dopo la visita di Barack Obama. E’ un concerto che resterà nella storia, gratuito e regalato a 250mila persone (ma qualcuno dice 400mila) che fino a ieri quella musica neanche potevano ascoltarla: era vietata. Da qui i fiumi di retorica, per una volta giustificati, sulla Cuba che cambia e che diventa democratica. Sempre ammesso, va da sé, che la democrazia coincida poi con quella degli americani. Ma questo ci porterebbe lontano, e in fondo aveva già riassunto tutto in merito Giorgio Gaber con un monologo del ‘72 (L’America, appunto). Quello che rende tutto persino più straordinario non è solo la valenza storica e senz’altro liberatoria del concerto, quasi che fosse stato la versione contemporanea di ciò che fu il The Wall di Roger Waters (e amici: pure troppi) a Berlino dopo la caduta del Muro. A essere straordinaria è stata anche la qualità del concerto. Certo, gli Stones non si scoprono adesso. E neanche si scopre adesso la loro longevità. Eppure questa propensione all’infinito musicale non smette di stupire. Se Bob Dylan è impigliato da decenni in un Neverending Tourdalla resa artistica non sempre epocale, i Rolling Stones nell’infinito ci ballano e suonano ben dentro. Pete Townshend, che di rock si intendeva e intende, ripete ancora che canzoni come My Generation puoi scriverle solo a 20 anni. Il rock è iconoclastia e l’iconoclastia è dei giovani: giovani geniali e dotati, d’accordo, ma pur sempre giovani. Quasi tutti i gruppi nati con gli Stones, e parliamo ormai dell’annus domini 1962, non ci sono più. I Rolling Stones sembravano i meno adatti a durare. E invece. stones cubaKeith Richards, nella sua strepitosa autobiografia, non ha mancato di disseminare svariate mine anti-Jagger. Gliene ha dette di tutti i colori. Però son sempre lì: insieme, spesso controvoglia, ma insieme. Non solo Richards è sopravvissuto a se stesso, cioè alle droghe e alle cazzate a getto continuo: è scampato pure al proprio ego (e a quello di Mick). Anche a Cuba aveva quello sguardo da pazzo lunare che lo accompagna da sempre, assieme a quei riff con un tasso di genio fuori scala. Si dirà: eh, ma gli Stones non sono più quelli di una volta. Sai che rivelazione: nessuno al mondo poteva reggere i livelli inumani della tetralogia Beggars Banquet, Let It Bleed, Sticky Fingers (dove c’è pure Ry Cooder) e Exile On Main Street. Ci si chieda però adesso se, anzitutto dal vivo, i Rolling Stones non siano ancora trascinanti e prodigiosi. Anche a Cuba. Eccome se lo sono. Diciotto brani quasi tutti irrinunciabili, proposti in versioni torrenziali (come la finale Satisfaction): l’iniziale Jumping Jack Flash, Angie, Point It Black, Gimme Shelter, Start Me Up, Sympathy For The Devil, Brown Sugar, You Can’t Always Get Whay You Want. Non è che, a Cuba, gli Stones abbiano semplicemente presenziato da protagonisti al rendez-vous della Storia. No: hanno portato e suonato, una volta di più, una musica ancora oggi pazzesca. Che razza di satanassi. (Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2016)

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