Il nostro caro Battisti

luciobattisti_1_1354025771“Succede ancora, a dispetto di buona parte delle previsioni: i ragazzi, non necessariamente in spiaggia, continuano a canticchiare Lucio Battisti. Fischiettano e si innamorano con lui, un po’ perché è orecchiabile e un po’ perché non ci si può fermare ai Modà. La longevità di Battisti è solo in apparenza non spiegabile. Aiuta, nel tentativo di analisi, uno dei desideri di Ligabue, teoricamente più vicino di Battisti agli attuali quarantenni e trentenni (ma pure ai ventenni). Stremato dal paragone continuo con Vasco Rossi, e ben sapendo di entrarci pochissimo, Ligabue ha specificato fin dagli esordi di avere un altro paragone sognato: Battisti. Sperava, e spera, non tanto di essere il nuovo Battisti (è egocentrico ma non così tanto), quanto di stare ai più giovani come Lucio è stato ai ragazzi dei Sessanta e Settanta. Anche Ligabue si è rivelato più longevo di quanto fosse lecito supporre. Prendete un quarantenne qualsiasi e fategli ascoltare “Certe notti” o “Non è tempo per noi”: difficilmente rimarrà indifferente, anche se magari giura di odiare il “Liga”. Certe sue canzoni hanno folgorato, infilzato e condizionato intere generazioni. La stessa cosa capita per quelli che ai tempi di Buon compleanno Elvis (1995) erano appena nati, o neanche raggiungevano i 10 anni. Ligabue è in questo assimilabile a Battisti: nella traversalità di pubblico, nella durevolezza del successo, nel saper essere una colonna sonora esistenziale per chi lo ascolta. Ci sono punti di contatto anche in un approccio talora guascone e quasi “machista”, peraltro una delle accuse stantie che le noiosissime femministe rivolgevano alla premiata ditta Mogol-Battisti. Ed era allora, per vocazione e per provocazione, che i due insistevano. Ad esempio nel disco “Amore e non amore”, per metà suite ecologiche e per l’altra metà poker di brani che tratteggiavano donne mangiauomini, frivole e sin troppo (almeno per Mogol) emancipate: “Dio mio no”, esempio strepitoso di jam-session con Battisti direttore di taverna (più che di orchestra) circondato da Mussida, Di Cioccio, Radius e Baldan Bembo, è summa di giocosità e cazzeggio. Più di due decenni dopo, aggiungendoci tinte lievemente fosche, Ligabue riprenderà l’archetipo della femme fatale spietata nella cinematografica “Bambolina e barracuda”. L’amore è per Mogol-Battisti guerra e tradimento, perdono e castigo: “vento nel vento”, in un romanticismo spericolato che non teme rischi retorici (anzi). Ligabue aggiunge spezie di U2 e Springsteen, uno spicchio di Guccini tra la via Emilia e il rock e quella malinconia malmostosa che non si traduce mai in sintesi politica, bensì in un liberatorio “urlare contro il cielo”. Attenzione, però: la politica, o anche solo il mugugno civile, in Ligabue c’è. Quasi che l’amore, la casa in collina e la dimensione privata, non bastassero. Quasi che Ligabue, che si arrabbia a morte se lo definisci il Prodi del rock ma che ha talora fatto di tutto per esserlo, avvertisse che essere “solo” il nuovo Battisti non fosse sufficiente. Al contrario, ed è una delle caratteristiche specifiche che ne spiegano l’attualità, Battisti ha sempre e solo voluto essere il cantante della quotidianità amorosa. Neanche ha mai parlato spesso di amicizia, laddove invece Ligabue ne parla e bene, basti pensare a Radiofreccia. Le rare volte in cui Mogol lo costringeva a cantare strofe improbabili su campagna e inquinamento, lui accelerava il cantato come a volersi togliere anzitempo il dente. Le uniche volte in cui gli graziani-ivan-battisti-lucio_359x250_5d96f55ba5b049f1fae26b5fa3933757hanno dato un’etichetta politica, è accaduto per forzatura altrui: i militanti, i sinistrorsi, quelli che “Battisti è fascista”. Tutte falsità, tutte sciocchezze. Battisti si ascolta ancora perché ha ostinatamente messo in musica il più immutabile dei macrotemi: l’amore. E’ un De André che non ha mai smesso di cantare Marinella e amor perduti. Lo ha però fatto modernizzando come nessuno il gusto sanremese, che pure ha frequentato, attuando una rivoluzione tanto estrema quanto fieramente apolitica. Chi verrà dopo non solo non avrà minimamente il suo talento, ma ogni tanto avvertirà l’urgenza (personale o commerciale) di essere barricadero con qualche canzoncina di “protesta” vagamente indignata qua e là, stando bene attento a non fare nomi per non crearsi nemici. E’ il caso di Ligabue e pure di Jovanotti, un altro che quando vuole sa scrivere bene (d’amore, va da sé) ma che per una delle svariate tragedie minime post-contemporanee di questi anni è addirittura assurto a cantautore di riferimento per la sinistra (pardon per il renzismo). Battisti, no: lui è uno che canta il sentimento. Della politica non gliene frega niente e se ne vanta. E’ un Truffaut che, nel ’68, non si vergogna – né intende biascicare giustificazioni posticce – se alle barricate preferisce i baci rubati. Ci sono però altri due motivi che garantiscono a Battisti una eternità di cui, verosimilmente, lui per primo – schivo com’era – farebbe a meno. Il primo è la sua qualità di musicista prodigioso. Laddove chi è venuto dopo non ha apportato alcuna miglioria sonora, reiterando la stessa melodia per decenni, Battisti non è mai stato uguale a se stesso: quello che proponeva la medesima ricetta della casa, nella coppia, era casomai Mogol. Lucio, a ogni album, indossava vestiti nuovi. Nuovissimi. Così nuovi che la critica, di per sé fallace, ha sbagliato con lui come con pochi altri. Talento puro e atipico, Lucio Battisti è stato un solista suo malgrado: era felice solo se circondato da musicisti, detestava apparire e adorava la complicità triviale – celebri le sue barzellette sconcissime – con la band. I suoi brani non possono invecchiare perché, musicalmente, sono avanti di decenni: è il tempo che invecchia, mica lui. La svolta criptica con Pasquale Panella, che attende ancora una riscoperta definitiva, fu l’epilogo naturale di una vita da cercatore instancabile: Battisti non parlava di rivoluzione perché la rivoluzione era lui, e di sé non amava parlare. Il secondo motivo del suo fascino è da cercarsi nell’alone saturo di mistero. Nel suo anelito doloroso alla scomparsa. Nella fuga continua da se stesso, nello straziato smarcamento da una vita che gli aveva regalato troppo, quando lui – in fondo – si sarebbe accontentato di essere semplicemente il più grande sarto di musica leggera italiana. Chi ascolta oggi Battisti lo fa perché “I giardini di marzo” strappa via il cuore anche ai cinici. Perché è stato quel gran genio del nostro amico. Perché era uno, nessuno e centomila. E perché, in quanto assente in vita, non fatica a essere oltremodo presente nella scomparsa” (Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2014)

12 Comments

  1. Innanzi tutto Grazie per lo splendido articolo. Ho la fortuna di conoscere personalmente la famiglia di origine del cantautore , quella di Poggio Bustone, e so che condivide i contenuti anche a proposito del lato umano. Egli era assolutamente impermeabile ai pregiudizi altrui, tanto quanto era lontano dalla destra neofascista. Spiace che alcuni tuoi colleghi (vedi Gianni Lucini) insistano ancora su questo tasto e non si soffermino invece sui contenuti artistici di Battisti, grande cultore dei classici napoletani e del soul d’oltre oceano. La stessa inchiesta dell’Uaar
    del 1972 seguì (e non anticipò) le voci sul Battisti fascista e si concluse con un nulla di fatto. I tempi erano quelli e non c’è da stupirsi. Mi rallegro invece dell’eterna giovinezza delle canzoni di Lucio, del tuo articolo e del Fatto Quotidiano, l’unico giornale il cui primo “azionista” è la Costituzione

  2. Grande Lucio,pezzo ben scritto.Qualcuno almeno ora gli fa un po di giustizia.Sono cresciuto con la sua musica al estero ,per me e stato e tut ora e il piu grande.

  3. Andrea splendido, come (quasi) sempre. (Oddio, dall’ultimo articolo su Roger possiamo dire SEMPRE!)
    Emozioni sembra neanche il solito Battisti dei baci e degli amori, eppure è ancora tanto Battisti. Sublime, Battisti.
    Senti, andrea, una domanda: hai mai scritto di Van de Sfroos? Che dici di lui?

  4. Chiunqe di noi camminando bene o male lascia l’impronta.Lucio ha lasciato dietro di se non solo quella.. Le sue canzoni erano,sono poesia, colori che si lasciano andare come l’arcobaleno..stelle cadenti dove la musica trascina con sè tutti i desideri..appare dolce il suo viso ..mentre nel suo ricordo si sentono le note. dedicata a Lucio (lidia)
    Genova 11 agosto 2014 h24,35

  5. Emozioni sono quelle che Lucio trasmette all’ascolto dei suoi dischi.La coppia Battisti Mogol non ha precedenti e viene paragonata forse non del tutto a torto a quella di Lennon Mc Cartney. Tutti i cantautori che verranno negli anni a seguire devono qualcosa a Lucio Battisti!!

  6. Emerge con forza la differenza tra coloro che scrivono spinti da arrogante e vacua ansia di protagonismo e il tuo comporre, dettato dal cuore e suffragato dall’armonia delle parole.
    Un grande abbraccio.

  7. Bellissimo commento,ci sta tutto il tuo ragionamento. Ma,secondo me,se Lucio fosse ancora in vita,e avesse visto come si è ridotta la politica attuale,forse anche lui si sarebbe incazzato un pochino e forse,indirettamente,li avrebbe bacchettati con qualche pezzo musicale. Detto questo,gli anni 70 sono stati gli anni del cambiamento,sotto certi aspetti. La protesta musicale era ancora una semi-sconosciuta,poi potrei anche sbagliarmi. Ma non credo più di tanto… E comunque la politica era una cosa meno sporca,rispetto ai tempi attuali!! Forse anche meno spregiudicata…

  8. quoto in toto, tranne l’accostamento ahimè troppo azzardato verso lo Springsteen de noartri, il Liga!!!
    Io trovo invece molto più accostabili al nostro caro angelo Lucio, i Tiromancino di Zampaglione, così metafisici e raffinati, così ricercati e mai palesi come invece lo sono il Liga e Vasco. Lucio non ha mai esternato i propri sentimenti in maniera diretta e pacchiana, ma la sua era una canzone d’autore, anzi le sue in toto. Anche pezzi all’ apparenza banali e semplicistici come “il salame” racchiudono un’ esplosione di sentimenti e di colori che mai nessun altro artista, a parer mio, sia stato mai in grado di imprimere.

    • Emozioni sono quelle che Lucio trasmette all’ascolto dei suoi dischi.La coppia Battisti Mogol non ha precedenti e venne paragonata forse non del tutto a torto a quella di Lennon Mc Cartney. Tutti i cantautori che verranno negli anni a seguire devono qualcosa a Lucio Battisti!! compreso Liga

Rispondi a danilo salmiCancel Reply