Nadal, Federer, Djokovic, Murray: i vincenti sono
loro. Per gli altri solo briciole. Ma lo spettacolo sta altrove.Rafael
Nadal, Spagna. L'atletismo ai massimi
livelli. Costantemente capace di migliorarsi, in grado di stupire (Wimbledon) e
ristupire (Australian Open). Ha liberato il tennis dalla affliggente Dittatura
Catacombale del Vegano, e questo basta per benedirlo. Poi, certo, non è il bene
maggiore ma (dei quattro) il male minore. Lo spettacolo è un'altra cosa, come il
talento puro. Nadal è la straordinarietà della grinta, il recupero impossibile,
la resistenza inumana: da qui, e da alcune sue frequentazioni non immacolate,
la strisciante accusa di doping. Però non è neanche giusto definirlo mano
quadra: nel tempo ha migliorato rovescio, servizio e persino gioco di volo,
grazie a quella umiltà che Federer mai ha avuto. Inquietante nel suo rosario
illimitato di tic (da compulsivo ossessivo vero), sgradevole nei rituali
snervanti pre-servizio (smutandata compresa: davvero tamarra). Fino a due anni
fa era il più grande specialista della terra rossa, ora un campione a tutto
tondo. Tra i più grandi di sempre. Ma il fisico, ginocchia e non solo, comincia
a scricchiolare. E non si capisce quanto tale strapotere fisico potrà durare:
quel tanto che basta per rintuzzare definitivamente i colpi di coda del
Dittatore, se possibile.
Roger
Federer, Svizzera. Ah, quanto è stato lungo, mellifluo e - in buona
sostanza - palloso il suo quinquennio (o giù di lì) dittatoriale. Neanche un
piano sequenza di mezzora di Abbas Kiarostami avrebbe devastato così in
profondità gli zebedei di tutti coloro che non si chiamano Mirka Vavrinec e non
appartengono alla tribù fondamentalista dei Federasti Piangenti. Dalla fine del
2003 alla metà del 2008, fatto salvo Nadal e un Safin occasionale, giornali e
tivù erano un coro unanime di peana politicamente corretti: Quanto è bello
Federer, quanto è bravo, quanto è garbato, quanto è imbattibile. "Il più grande
di sempre", bla bla bla. L'opposizione era negata, gli avversari non esistevano.
Solo vassalli. Il trionfo della sudditanza psicologica, l'incubo del one man
show. Leggevi Tennis Italiano e ti beccavi 87 pagine di Laudi
incensanti. Accendevi la tivù e ti beccavi Federer che benediceva la plebe,
indossava la giacchina della comunione a Wimbledon e faceva una carezza tenera
al vassallo per il servilismo dimostrato. Una Dittatura cupa, all'apparenza
garbata ma in realtà assolutista. Priva della benché minima pietà. Chiaro che
Federer si divertiva, come accade allo zio che gioca a tressette col nipote di
due anni e vince sempre: capita così quando giochi da solo. Ma almeno, col
nipote, non hai attorno il pubblico che chiede pathos. Federer, coi suoi modi
gentili fuori e sadici dentro (nessuno come lui, negli anni, ha amato minare
dalle fondamenta la psiche dei servitori, irridendoli con messe di 6-0), stava
ammazzando il tennis. Peggio: lo stava addormentando. La noia imperava,
non vi era suspence, non vi era stupore, non vi era sorpresa. Solo un assolo
sempiterno del primo della classe, ogni tanto accipigliato perché il maestro
(Rod Laver?) gli aveva dato 7 e non 9.5. Davvero agghiacciante, quel tempo. E
quella inumana corsa al record, quel feticismo da vittoria, quel desiderio
inaccettabile di negare la propria umanità. Poi è arrivato Nadal, e il tennis si
è liberato del Despotismo Vegano. Da allora Federer vive l'autunno del
patriarca, continua a vincere ma sempre meno. E i Federasti, i più permalosi del
microcosmo tennistico, mugugnano lividi e inconsolabili, come tutti i pretoriani
quando la statua del Dittatore cade e non c'è nemmeno una straccio di Repubblica
di Salò (o di Basilea) a cui aggrapparsi. Imprecano. Insultano. Straparlano di
"morte del tennis", non sapendo che fino ad oggi il "becchino" elegantemente
vestito era stato proprio Indesit The King. Ma a soffrire più di tutti
è lui, è Federer, che interiorizza il Golgota freudianamente (parola che non
conosce, come non conosce Freud). Si picca, come i bambini a cui hanno tolto il
giocattolo. Frigna dopo le sconfitte, manco fosse all'asilo. Si aggrappa a un
doppio olimpico per questuare un trionfo. Ieri faceva ace nelle palle break, ora
doppio fallo. Barcolla, si nasconde per mesi, persegue il suo lamento (ma guai a
chiedere aiuto, a cercare un allenatore, a cambiare tattica: la sua somma
presunzione non glielo permette, significherebbe ammettere di essere fallibile).
Federer preferisce "indossare" la griccina permalosa, il labbrino con gli occhi
lucidi: uno spettacolo tragicomico, nel suo genere. Come è tragicomico quel suo
litigare con Hawk Eye, Occhio di Falco, la moviola in campo: un robot
che litiga con un computer, neanche Isaac Asimov era mai arrivato a tanto. Nelle
conferenze stampa, Rogi nega ostinatamente di essere diventato (con
merito) il numero due del mondo. Per forza: il suo hardware non contempla la
sconfitta, il suo software non era programmato per lottare ma per Dominare. Per
lui la sconfitta è dramma esistenziale: dolore che non può avere lenimento.
Federer è (senz'altro) un tennista straordinario. Lo ricorderemo in eterno. La
speranza (vana) è che la polvere gli restituisca umanità e lo liberi da cotanto
inseguito torpore. E' però un peccato che tale talento, tale grazia, tale
anelito alla perfezione sia stato donato a un frigorifero. Re
Frigidaire. Il primo Federer era stupendo, iconoclasta, folle. Quel Federer
pre-robotico ha abiurato se stesso in nome del Dominio. Da Gilles Villeneuve a
Michael Schumacher. Che tristezza. Federer è un robot capace di accendere la
folla come un battipanni di vimini (di plastica no, sarebbe troppo poco
cool). Un Churchill col carisma di Quiesling. La sua dittatura è stata
un terrificante soliloquio egoriferito, politicamente corretto, protetto
dall'intoccabilità come neanche il Papa. Neanche il gibboso e linguapenzoluto
Sampras era così caratterialmente amorfo. La sua kryptonite si chiama Nadal. Se
Federer fosse un telegiornale, sarebbe il Tg1. Se fosse un vino, sarebbe un
Supertuscan. Se fosse un film, sarebbe una scena tagliata di Michelangelo
Antonioni. Se fosse una pietanza, sarebbe un brodino. Se fosse un uomo,
faticherebbe ad essere Federer.
Novak
Djokovic, Serbia. C'è una storiella, quella del Tiranno di
Siracusa, il cui sottotesto è: si stava meglio quando si stava peggio.
Cioè rimpiangeremo persino il Dittatore di prima, perché questo è pure peggio.
Cioè arriveremo al punto da richiedere indietro Veltroni, perché Franceschini
non si può votare. Ed eccoci, ordunque: Il Duce Serbo è il male maggiore, ma
toccherà sopportarlo a lungo, perché non è solo forte: è sadico. Cannibalmente
attratto dal trionfo plebiscitario. Federer, al di là delle iperboli, delle
metafore politiche e del carisma obitoriale, gioca sontuosamente (non sempre,
spesso sì) a tennis. E' un bel vedere, per quanto somigliante a un disco di
David Gilmour o un libro di Alessandro Baricco. Djokovic, no: il suo tennis è
una palla sovrumana. Piace a chi vuole vincere e a chi stravede per la
tattica. Piace a chi concepisce il tennis come una branchia della geometria e
dell'architettura. Bravi, bene 8 +, ma se è così meglio avvicinarsi a Renzo
Piano. Djokovic è il nuovo Lendl, e già questo basterebbe a detestarlo (anche se
perfino Lendl aveva i suoi tifosi, persone che come gli astemi hanno qualcosa da
nascondere). Però Lendl, nella sua personificazione del Male, anzi del Maligno,
in quella sua liturgia di tic bestiali (le ciglia spulciate, l'orrido
detergersi nella segatura) e look orrorifico (quei polsini più lunghi del
Tamigi) aveva un merito. Uno solo: rappresentava benissimo il ruolo del Cattivo.
Non aveva pregi e non pretendeva di averne. Era l'uomo da odiare, l'anti
McEnroe, l'anti-Bellezza. E il mondo (quello salvo, almeno) gioiva nel vederlo
umiliato a Wimbledon, più ancora irriso dal servizio "da sotto" di Chang. Lendl
si presentava senza mediazioni, Djokovic no. Lui è berlusconiano, in questo.
Mira al potere, anela alla dittatura, baratterebbe qualsiasi cosa per lo
Scettro, ma tiene alle buone maniere. Non vuole solo la botte piena, ma pure la
moglie ubriaca. Il plauso di pubblico e critica. E allora fa
burlesche imitazioni (dei colleghi), racconta barzellette (come Berlusconi),
continua a canticchiare quel motivetto celentaniano che fa "Eppure son
simpatico". Col risultato di non essere né carne né pesce. Né buono, né
cattivo. Solo antipatico. E soporifero: non un tennista ma un Meccano. La
filosofia di Djokovic è il chiagnefottismo. E' l'uomo dei ritiri e del
medical time out. Se perde è colpa di infortuni imprecisati, di dolori
impalpabili, del buco nell'ozono o della crisi finanziaria. E' sotto di un set?
Tac, chiama il medico, un quarto d'ora di pausa e l'altro perde il ritmo. Una
prassi, questa, così oliata che quando sta male sul serio - ad esempio agli
ultimi Australian Open - all'inizio non ci crede quasi nessuno (Sindrome Al
Lupo Al Lupo). Djokovic è pienamente Lendovic nella bramosia di vittoria.
In campo lo vedi respirare affannosamente, sembra dover svenire da un momento
all'altro, lo sguardo basso, la prossemica pienamente chiagnefottista. Ogni
tanto si lamenta perché l'altro osa tirare un gran colpo (come Federer,
concepisce la bravura altrui una sorta di onta inaccettabile). Però è sempre lì,
Novak (per gli adepti Nole). E così a un certo punto lo vedrai esultare ed
esaltarsi con ferocia sadica. Gli occhi iniettati di sangue, le grida belluine,
il braccio che va a toccarsi marzialmente il cuore. Neanche Napoleone durante la
Campagna d'Egitto esultava così. Djokovic è ducesco financo nell'estasi: il
mento sporgente, l'aria dittatoriale, lo sguardo trasfigurato dalla sete di
potere. Come se fosse perennemente affacciato a Piazza Venezia. Lui non intende
vincere: desidera devastare. Questo trionfo di amabilità è ulteriormente
riverberato dai 78 rimbalzi pre-servizio, dal suo spulciarsi qua e là (appunto,
come Lendl) e dall'allegra famigliola al seguito: mamma, papà, fratelli.
Tutti bellamente urlanti, sobriamente vestiti, gradevolmente voraci. Lendovic ha
vinto il suo primo (e sin qui unico) Slam a Melbourne nel 2008, poi ha alternato
grandi cose (Masters, Master Series) a lunghe letargie. Epperò rassegnatevi: non
ricrescerà l'erba dopo il suo cammino.
Andy
Murray, Scozia. Qui la vicenda è più complessa. Sono stato uno dei
primi a parlarne bene in Italia, nel 2005 mi lanciai in un suo sperticato elogio
dopo averlo visto smunto e oltremodo approssimativo al Queens. Era a inizio
carriera, un bambino alle prime armi, ma c'era in lui quello che appare
adesso manifesto: le capacità geometriche, la buona mano, la dote non comune di
trascinare il pubblico. Il suo limite era il fisico, dopo due set era cotto.
Oggi no, oggi - dopo una cura di sushi e spinaci Braccio style- è il quarto del
mondo. Il suo primo Slam è solo questione di mesi. A volte gioca ricordando
Mecir, a volte si fa pavido rammentando il peggior Wilander. Ma ha carattere.
Anche troppo: personaggio vero, amato e odiato. E' lui, non Djokovic, quello che
più merita il ruolo del Cattivo. Perché non insegue, a differenza del
situazionista del medical time out Djokovic, il plauso unanime. Lui ama
dispiacere, riuscendoci alla grande. Murray è respingente in tutto quello che fa
e mostra: nella pettinatura da comparsa di Dario Argento, nei denti aguzzi da
Vampiro. In quelle urla virulente. Nelle espressioni mefistofeliche. Per molti,
me compreso, il crinale tra il seguirlo e il detestarlo (sportivamentte eh, che
solo di tennis discorriamo) è stato l'ultimo Wimbledon. Per due set fu
zimbellato da Gasquet, un bellissimo Gasquet, che nel terzo servì per il match.
Lì, ovviamente, implose. Da quel momento Murray impersonò come nessun altro
Satana. Il Centrale divenne un'arena. Murray era il gladiatore e Gasquet
null'altro che carne da macello. Il pubblico decretava la morte sportiva del
liberto francese, Murray sguazzava (metaforicamente) nel sangue e ne
godeva. Fu uno spettacolo raccapricciante, crudelissimo. Martirio vero. La morte
definitiva di una meteora (Gasquet) e la nascita definitiva del Vampiro
Carnivoro. L'ultima istantanea, grandguignolesca, fu Murray, il
bianchiccio Murray, che mostrò al volgo (e alla madre non meno esagitata) il suo
bicipite trionfante. Un bicipite per nulla sviluppato, rachitico, eppure ferale
nella sua bieca normalità. Raramente ho assistito a cotanto calvario, neanche
l'ultimo Muhammad Ali scontò così tanto la pena con Larry Holmes. Da allora mi è
impossibile tifare anche solo minimamente per il Vampiro Hooligan. Ma gli
riconosco due (grandi) meriti: saper giocare a tennis e non inseguire affatto il
politicamente corretto. Murray si presenta per quello che è, senza
sovrastrutture buoniste o paraculusche. E' cattivo e lo sa. A differenza di due
suoi altolocati colleghi. |
Quelli
che vincono di:
Marco
Bucciantini Massimo
Garlando Michele
Crespu Mirco
Lucarini Alice
Misceo Lazzaro
Pappagallo
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