Controclassifica ironica (ma informata) su quei
tennisti che non fanno nulla per farsi piacere. Riuscendoci. Sfortunatamente
sono quasi tutti vincenti.1.
Nikolay
Davydenko, Russia. Non ha un pregio: brutto, triste, noioso e pure
in odor di scommesse. Il suo gioco è un metronomo catacombale, i lineamenti
ricordano il normotipo Stasi, il carisma è quello di un fagiolo lesso. Una delle
più grandi sciagure estetiche mai abbattutesi sul tennis. E' dato in crisi da
anni, ma alla fine sta sempre nei dieci (per demeriti altrui). Per i
(pochissimi) esegeti ricorda Andreino Agassi, un po' come dire che Veltroni
ricordava Obama. Più che un tennista, il castigo postumo dei Soviet.
2.
Andy
Roddick, Stati Uniti. Un Karlovic evoluto, ma neanche troppo. Ha
due cose: servizio e dritto (entrambi in fase discendente, per fortuna).
Totalmente sprovvisto di grazia, senza un briciolo di talento, ha vinto (troppo)
per mancanza di avversari sfruttando, come Lleyton Hewitt, l'interregno
Sampras/Federer. Da tempo staziona stancamente nella top ten, per il colpevole
lassismo degli avversari. Un tennista-clavatore, senza la prima di servizio
faticherebbe a stare nei primi 50. A rete commette sciagure, tatticamente è
dadaista (ma non sa cosa vuol dire dadaista). Uno scempio estetico prolungato,
inenarrabile. Inaccettabile. E non lo aiuta quel cappellino perennemente
gocciolante (mai vista una visiera sudare così). Malissimo.
3. Stanislas
Wawrinka, Svizzera. Non è antipatico: è oltre. L'antipatia
avrebbe anche le sue doti, Radek Stepanek e Robin Soderling sono lì a
dimostrarlo. L'elegante (de che?) Stan avrebbe financo un rovescio a una mano di
pregio, ma tutto è in lui respingente, a partire da quella pelle devastata da
un'acne giovanile verosimilmente virulenta. Scorretto se ce n'è uno, rissoso,
arrogante. Capace di scimmiottare Flavio Cipolla agli Us Open simulandone la
zoppia (da stanchezza) per mandarlo fuori giri (quella volta ci riuscì; quella
dopo, no). Trasversalmente odiato. Con Federer ha vinto l'epocale medaglia
olimpica in doppio, festeggiata come neanche il Guiness dei Primati della mosca
cieca. E' stato nei dieci: la speranza è che non ci torni. Cataclismatico.
4.
Gilles
Simon, Francia. Era un tempo grigio, triste, tetro. La Dittatura
Vegana del Re Frigidaire imperava, credevamo tutti di avere avuto abbastanza
dolori. Poi, a ricordarci che abbiamo molte colpe pregresse, è spuntato questo
ferale morfing tra Sbirulino e gli occhi iniettati di sangue di Jack Torrance.
Una sorta di Wilander fuori tempo massimo. Sciagura.
5. Rainer
Schuettler, Germania. Dico lui (se non altro è prossimo al ritiro:
vamos) per alludere a tutti gli schuettleriani, ovvero i plumbei
mediani dell'Atp, da Juan Ignacio Chela (aaaaaahhhh) ad Andreas Seppi
(di cui discorrerò amabilmente nel capitolo Italiani). Già sento dire:
Eh, ma è un esempio, si è fatto da sé, non ha talento ma ha saputo farsi valere.
La classe operaia va in paradiso, bla bla bla. Già, ma io in questi casi vado a
vedermi un film di Elio Petri o Ken Loach, mica una partita di tennis. Gli
schuettleriani sono la kryptonite dell'estetica, ogni loro sconfitta è balsamo
per l'umanità.
6. David
Ferrer, Spagna. Eccolo, uno di quegli spagnoli che fanno (quasi)
rimpiangere i Berasategui. Volitivo, tignoso, ripetitivo, Duracell:
inguardabile. Il Pasquale Bruno del tennis. E' stato 4 al mondo e ha fatto una
finale al Masters, dati che da soli bastano a dare la misura della (gelida)
temperatura tennistica.
7. Tommy
Robredo, Spagna. Piccola variazione sul medesimo tema di cui sopra:
Dramma estetico. Gli italianisti prendono a esempio lui (o simili) per dire che
"Se ce l'ha fatta Robredo, allora anche Volandri o Seppi possono andare nei 1o".
Che potrebbe anche essere vero, ma non è mica una bella notizia. Come dire
(avvertenza didascalica per i politicamente corretti:,sto per fare uso di
iperbole) che se le Maldive hanno avuto uno tsunami, forse c'è speranza pure per
noi: e che, c'è da esultare? C'è da essere felici? C'è da goderne? No, c'è solo
da piangere. Robredo è l'impiegato per antonomasia, quello che suda e sgobba,
che non si arrende, ma non crea mai. L'unico suo dato fantasioso è il
nome di battesimo, ispirato dagli Who. Chissà come ci saranno rimasti male, papà
e mamma Robredo, nel vedere come il loro presunto rocker abbia al massimo
l'iconoclastia di Pupo.
8. Mario
Ancic, Croazia. Ah, la sopravvalutazione. Bastò una semifinale nel
2002 (battendo un Federer non ancora robotico) per far dire ai più che "è nato
il nuovo Ivanisevic". Sì, buonanotte. Un Ljubicic, sempre per citare i croati,
ha fatto molto di più e non aveva gioco di volo, servizio e rovescio inferiori,
ma Ljubo era brutto: invece Ancic è caruccio. Pure troppo caruccio, forse, visto
che per molti i suoi guai fisici sono figli, oltre che della sfiga e
dell'intemperanza (fare jetski non è il massimo come programmazione),
della sua fervente attività ormonale - da cui sarebbe dipesa, secondo i rumours
più cattivi, la lunga mononucleosi che lo ha debilitato. Ancic non è mai stato
un campione e neanche ha mai fatto un vero e proprio serve and volley. Come se
non bastasse, da tre anni si è inchiavardato da fondo, Indesit figlio di un
Dio minore, denotando l'agilità di un dromedario con le infradito e l'acume
tattico di Tursunov (un altro che in questa flop ten ci starebbe bene).
Sopravvalutato e ormai definitivamente bruttino. Un Pinolo Croato del tutto
pleonastico.
9. Tomas
Berdych, Repubblica Ceca. Lo Sparapalle Efebico. Un altro
sopravvalutatissimo. Fumoso di lusso. Almeno fino a qualche anno fa era solito
recitare il ruolo del pesce pulitore, eliminando sul veloce i vari
Nadal. Adesso, neanche quello. Molti gli accreditavano doti inusitate, da
salvatore della patria. Come no. Di fatto è una macchina sparapalle, scarsamente
pensante in campo, per nulla carismatica, oltremodo ripetitiva. Gatto di marmo
quanto a mobilità, bella copia (va be') del suo italico epigono, Simone Bolelli,
che ne condivide il gusto per il colpo pulito (bene) e movenze da bradipo
(male).
10. Gael
Monfils, Francia. Chiariamo: il punto non è che sia un mancato
rapper, inutilmente esagitato e addobbato come un marito daltonico di Rhianna.
Il tennis è anche carisma, scontro di stili, lotta passionale. Non è una sfilata
algida di moda come vorrebbe Federer, una Messa Laica officiata dai
fondamentalisti federeriani, tra una giacchina bianca d'antan a Wimbledon e una
frignatina liberatoria a Melbourne. Quindi La Monf andrebbe pure bene. Il
problema è che, come gioco, il Gaelico è inaccettabile. Corre e colpisce otto
metri lontano dalla riga di fondo, rematore di teloni come neanche Alessio Di
Mauro. Mano discretamente quadra, un incrocio tra un Roddick inutilmente
estroverso e un Chesnokov curiosamente di colore. La sua cavalcata trionfale
(sic) all'ultimo Roland Garros è stata un drammatico dispensare di incubi
estetici (con Horna, con Ljubicic, con chiunque). Ora sta un po' migliorando, ma
peggiorare era difficile. Monfils vince il fotofinish della decima posizione in
questa flop ten sul connazionale Paul-Henri Mathieu, fantozziano choker
(perdentissimo) del circuito. Il fatto che Monfils e Simon siano nella top ten
(vera), o nei pressi di essa, e un Gasquet no, dimostrano che a) la Francia è
l'esempio da seguire, b) Gli Dèi del tennis sono adirati con l'umanità, c)
Gasquet ha colpe imperdonabili. |
I
dieci da perdere di: Marco
Bucciantini Michele
Crespu Federico
Ferrero Massimo
Garlando Mirco
Lucarini Alice Misceo Lazzaro
Pappagallo
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