Tennis

Gli italiani


Premessa criminosa.
Ho sempre trovato illogico tifare in base alla nazionalità. L'italianismo, negli sport individuali, non ha per me granché senso. Perché mai una persona dovrebbe scegliere il tennista del cuore affidandosi al luogo di nascita? Il tennis è teatro, è arte, è spettacolo. Non è la chiamata alle armi, non è la sfilata dell'esercito (e io non sono La Russa). Dice: Eh, ma lui è nato nel tuo paese. E allora? Secondo questa logica, dovrei tifare politicamente Licio Gelli perché aretino come me? Dovrei essere un fan di Pupo perché  aretino come me? 
E se poi un tennista è nato al confine, come facciamo? Per dire, un esempio a caso: Seppi. E' nato a Caldaro, quindi Italia, quindi dovrei tifarlo. Ma se fosse nato poco più a nord, quella
stessa persona non dovrei tifarla? Non scherziamo, via.
Il mio approccio all'Italtennis è molto distaccato. Se uno è bravo e bello, bene; se non lo è, male. Fine.

Svolgimento.
L'Italtennis maschile non ha un top ten (anzi un top 17) dai tempi di Adriano Panatta e Corrado Barazzutti. Questo dato, da solo, basta a chiudere qualsiasi discussione su ottimisti e realisti (non disfattisti: realisti). Solo tre giocatori italiani, in trent'anni, sono fugacemente entrati nei 20 (anzi nei 18): Omar Camporese - il mio preferito, con Paolo Cané e Gianluca Pozzi -, Andrea Gaudenzi, Renzo Furlan. Il resto è disastro, più che noia.
Fantozziane sconfitte all'italiana, rese pseudo-eroiche,
dorandopietrismi, treni persi, braccini a go-gò, inutili esaltazioni, colpevoli sopravvalutazioni, provincialismo, Sindrome Pirro-Davis e una Federazione quasi sempre approssimativa. Insomma: nulla da salvare, o quasi.
Il
quasi sono i tennisti che adesso cito. Si stava meglio quando si stava peggio, ma va anche detto che in passato l'Italia ha toccato abissi peggiori. C'è stato un tempo, per dire, in cui i numeri 1 azzurri si chiamavano Nargiso, Narducci, Tieleman. Roba forte.
Oggi c'è una discreta quantità e una meno discreta qualità. I nomi di grido (va be') sono tre, ma fino ad oggi nessuno di loro è mai stato nei 20 (e uno solo nei 30).

Simone Bolelli. Dei tre "big" è il più caruccio. Ma non necessariamente il più futuribile. Qualche mese fa, intervistato dall'Istituto Luce dell'Italtennis (SuperTennis, sky 224), si è rabbuiato quando qualcuno ha osato mettere in dubbio il suo approdo nei primi 20. Lì sono definitivamente suonati i campanelli d'allarme. A inizio carriera era stato improvvidamente definito "Federer italiano". Un paragone (assurdo) dettato dal solito complimento di default del Re Frigidaire in conferenza stampa (Federer parla bene di tutti, perfino di Pashanski: basta che prima abbia vinto). Ogni volta che il bolognese vince due partite di fila, riparte la grancassa mediatica (si fa per dire, grancassa; il tennis in Italia è più di nicchia dei Six Minute War Madness): "Ecco il top ten del futuro", si legge. Sì, una mazza. Bolelli è un tennista  gradevole, dai colpi e dalle movenze mediamente eleganti. Rovescio a una mano, suono "pulito", bel servizio, discreti colpi a rimbalzo. Per certi aspetti un Berdych diminuito (ahi), per altri un Camporese minore (meno ahi). E' poi competitivo, come Seppi, su tutte le superfici (paradossalmente, ma neanche troppo, per ora ha ottenuto più dal rosso che non dal rapido). Ad averne. Il problema è che in due anni non è migliorato di una virgola. Non nei difetti almeno: movenze un po' bradipesche, enormi difficoltà alla risposta, scarsa capacità agonistica. C'è il rischio che si riveli un tennista da esibizione senza avere il tennis bellissimo che richiederebbe una esibizione. L'ho visto giocare benissimo (con Fernando Gonzalez a Wimbledon) e malissimo (qui la lista è più lunga). Detto (malignamente) "il budino di Budrio" per la poca vis pugnandi. Entra spesso in campo dando la sensazione di farsi bastare il plauso occasionale. Poca fame di emergere, a dispetto del suo onnipresente coach Claudio Pistolesi, capace - tra un congiuntivo infranto e una logorrea sgorgante - di giustificare  ogni sua sconfitta perché "l'altro ha giocato da top ten" (tutti giocano da top ten, o top 5, o top 2, o top 1, o Top Gun, quando affrontano Bolelli: tutti). C'è infine la querelle Davis. Pistolesi e Bolelli hanno cercato lo scontro totale con la Federazione, rifiutando una convocazione e provocando la reazione (spropositata) della Fit. Una bassa vicenda dove nessuno ha ragione e tutti torto, che dà ulteriore misura della pochezza italica nel tennis (maschile; nel femminile qualcosa c'è). 

Andreas Seppi. Eccolo qua il Futuro. O forse no. Seppi è un bravo ragazzo, umile, serio. Magari molti suoi connazionali più talentuosi avessero avuto la sua abnegazione: magari. Un encomiabile mediano, perfetto per l'inno di Ligabue e le metafore proletarie dell'operaio che suda e sgobba e bla bla bla. Tutto vero, applausi. Poi però bisognerebbe avere il coraggio, e la decenza, di ammettere che raramente il tennis ha generato un giocatore così esteticamente addormentante. Uno dei tennisti meno gradevoli tra quelli in attività, ai livelli dello spagnolo Granocchia Granollers. Ogni suo incontro è un piccolo dramma estetico. Una noia totalizzante. "Se non fosse nato in Italia, da noi non lo tiferebbe nessuno neanche sotto tortura" (non l'ho scritto io, l'ha scritto il suo D'Annunzio: Roberto Commentucci). Ogni volta che danno un suo match in televisione, i forum sono subissati da lamentele sulla resa estetica dell'incontro appena concluso. C'è gente che deve ancora riprendersi dalla visione di Seppi-Gabashvili a Montecarlo, per non parlare della recente Seppi-Murray a Rotterdam: l'Armageddon della bellezza. L'apocalisse del dolce stilnovo. Seppi ha pregi, è bravo, si farà anche se ha le spalle strette e tutte le amenità buoniste che volete, ma tennisticamente non si guarda proprio. Yeownnnnnnn. Né lo aiuta la sua sparuta claque di ultrà, più permalosa di una mina e più livorosa dei federasti (che almeno hanno dalla loro i risultati: fare gli arroganti seppici è più ardito). Il Mattatore di Caldaro ha tre esegeti: Commentucci, Lorenzo Cazzaniga e Marco Bucciantini. Tutti colleghi che stimo. Tutta gente che di tennis sa (un punto in più per Seppi). Nella loro faretra, il Trio dei Trappisti Seppici ha tre frecce. Mai diverse, sempre uguali e solo quelle. Freccia 1. Eh, ma è un bravo ragazzo. Benissimo: andiamoci a cena, allora. Freccia 2: Eh, ma è italiano. Benissimo, come lo sono altri milioni di persone (e non posso tifarle tutte io). Freccia 3 (la mia preferita): Eh ma è bravo a far giocare male gli avversari. Ah sì? Wow. E questo sarebbe un merito? Cioè, io dovrei veder giocare uno che non solo gioca male, ma è "bravo" a far giocare male pure gli altri? Cos'è, un incubo? Una punizione, una penitenza? Che poi è vero che Seppi fa giocare male gli avversari (probabilmente per osmosi, per solidarietà, per spirito d'emulazione), ma questo porta solo a un'elevazione parossistica della non gradevolezza. Sempre Bucciantini, arguta firma de L'Unità, ha paragonato una volta  Seppi a Mecir, perché "entrambi fanno ti-tic ti-toc" (e magari se facevano ti-tac li paragonava a Michelle Hunziker). Va be'. Seppi è totalmente sprovvisto di carisma: modi vedovili, lineamenti monacali. E quel cappellino all'indietro che ormai lo portano giusto lui e Gasquet.  In campo è timido, al massimo dell'esultanza  può esalare un perdincibacco. Una volta, dopo aver battuto Serra al quinto a Wimbledon, per festeggiare si inginocchiò dandosi una racchettata sulla rotula: insondabile. E analcolico.  Lo Schuettler italiano, il fratello "debole" (per ora) di Gilles Simon e Juan Ignacio Chela: auguri, vai. Di Seppi la cosa più amabile è la stranezza randomica: gioca in maniera spietatamente impiegatizia, ma ha il rendimento lunatico dei geni pazzi. Un quasi-McEnroe col gioco di un quasi-Schuettler: chiamatelo, si parva licet, Ossimoro Altoatesino. Entra ed esce dalle partite di continuo, comincia a giocare dopo aver regalato i primi games all'avversario (Partenza Seppi-Diesel), si fa breakkare puntualmente quando serve per il set, è capace di perdere con Munoz de la Nava (e altri mille carneadi da lui sdoganati) per poi vincere con Nadal. Totalmente illogico, che sarebbe anche una cosa divertente nella sua valenza tragicomica, ma il gioco resta quello che è.  Ultima annotazione, mediamente decisiva: essendo ambizioso, giocandosela su tutte le superfici e avendo un bravo allenatore (Massimo Sartori, che ne ha garantito l'approdo nella top ten entro il 2009), è forse il più futuribile degli italiani. E questa è una buona notizia solo per Commentucci.

Fabio Fognini. Indecifrabile. Da anni si sente dire che "questo qua è forte, ha grinta, ha fame". Sarà. Fin qui quasi tutte le partite di Fognini hanno il solito plot: atteggiamento scazzato e incazzoso in campo, da "buona" tradizione italica. Qualche bel colpo estemporaneo, quindi la sciolta nei games finali. Qua e là ha  però fatto vedere che i mezzi (sulla terra rossa soprattutto) sarebbero tali da giustificare una carriera da top 50. Per motivi che devo ancora spiegare a me stesso, ogni volta che lo vedo mi viene in mente Andrew Howe nella pubblicità del Kinder Bueno (ma credo che questa non sia un'annotazione tecnica).

Potito Starace. Non lo avrei mai ritenuto capace di entrare nei 30, invece (per poco) c'è stato. Bravo. Il meglio lo ha già dato, pare in fase discendente. Come Volandri, è stato (forse l'ultimo) italiano testardamente rossocentrico: sulla terra battuta valeva i primi 20-30, sul rapido non meritava i primi 100. Un provincialismo che è uno dei tanti mali del tennis italiano. Bel dritto e perenne servizio in kick, Starace ha una caratteristica bizzarra: è uno dei tennisti che più fa soffrire Nadal. Sul rosso, per giunta (ma anche sul rapido, vedi alla voce Olimpiadi). Mica da tutti. Ad Amburgo, un anno fa, lo irrise per un set a forza di drop shot e variazioni. Ovviamente poi perse, ma fu un bel vedere.

Filippo Volandri. Bravissimo a farsi detestare più di quanto avrebbe "meritato". Antipatico a molti per le sue attività (vere o presunte) mondane, pronto a gettarsi nella mischia dei reality, al suo massimo è stato un ottimo tennista da terra rossa. Impresentabile sul veloce, con un servizio imbarazzante (colpa sua e di un infortunio da ragazzo), due anni fa arrivò a Roma in semifinale. Quel risultato bastò perché i fideisti dell'Italtennis si autoconvincessero che la Patria era alfin desta. Da allora Volandri non ne ha più indovinata una, tra infortuni e squalifiche (ingiuste) per doping. Provinciale non meno di Starace, mediamente dissipatore di se stesso, con un'altra testa (e forse un'altra nazionalità) avrebbe nel palmarès almeno un quarto di finale al Roland Garros. Di fatto oggi è un ex giocatore: sarà un miracolo se dopo la squalifica tornerà stabilmente nei 100.

Flavio Cipolla. Il Gran Rincoglionitore. Uno dei tennisti più divertenti del circuito. Del tutto anomalo, ricamatore, senza punch né servizio. Un talentino che in un'altra epoca e con le racchette di legno non sarebbe mai uscito dai 100. Invece così, nei 100, non c'è mai stato. Ma lo meriterebbe. Adorabile quando ha irriso Wawrinka, dopo averne ricevuto sanguinosa sconfitta - al quinto - agli Us Open. In bocca al lupo.

Gianluca Naso. Tennista meraviglioso. Sul serio. Solo che le sue meraviglie durano dieci minuti. Un anno fa a Roma per un set e mezzo incantò contro Canas. Poi basta. Non riesce a uscire dalle sabbie mobili del ranking. Non solo non è nei 100, ma nemmeno nei 200. E basta leggere i suoi risultati per capire il motivo: continue sconfitte con avversari più deboli, spesso al fotofinish, sprecando match point e inciampando a un metro dal traguardo (Sindrome Dorando Pietri, cataclismatica nel tennis italiano). Così non va da nessuna parte, ma è ancora giovane. In bocca al lupo reprise.

Andrea Stoppini. Celebre per avere sconfitto, nel 2005, Andre Agassi. Era un carneade allora e tale è più o meno rimasto. Ventinove anni, fino a poco tempo fa non viaggiava perché temeva aereo e lunghe distanze. Da quando fa sul serio, dimostra di meritare sul rapido le prime 150 posizioni.

Tomas Tenconi. Argentino (di Buenos Aires) naturalizzato italiano. Nel 2005 era stato 141 al mondo, poi molti infortuni. Adesso è tornato attorno alla 150esima posizione. Terricolo.

Daniele Bracciali. Uno dei più grandi (e dei tanti) sperperi italici. Pregevole braccio, ma la testa non sempre era in modalità on e la Federazione non lo ha aiutato (eufemismo). L'ho visto incantare nel 2005 a Wimbledon, per due set irrise Roddick sul Centrale e gli inglesi non ci credevano. L'anno dopo tornò sulle sacre erbe, dove si trovava meravigliosamente. Aveva un ottimo tabellone, ma all'appuntamento della vita (con nonno Jonas Bjorkman) sbagliò tutto. Scleri, insulti, bestemmie. Lì la sua carriera, cominciata tardissimo e durata pochissimo, è anzitempo terminata.

Thomas Fabbiano, Daniel-Alejandro Lopez, Matteo Trevisan. Per gli iper-ottimisti, il Sol dell'Avvenire. Le nuove leve che stanno venendo su (non si sa quanto). Sospendo il giudizio, avendoli per ora visti giocare pochissimo.

Alessio Di Mauro. Un tennista carambolato nell'era attuale da un varco spazio-temporale. Terraiolo in perfetto stile Eighties. Gioca ottanta metri dalla linea di fondo, pallettaro oltre il pallettarismo, lineamenti da amico di Bud Spencer in Bulldozer e una perla indimenticabile. E' il 2006, ha una classifica che gli permette di entrare di diritto nel main draw di Wimbledon. Lui con l'erba non ci entra niente, ma al primo turno becca un inglese che si chiama Buontutto ma di buono non ha nulla, Joshua Goodall, e passa (gli inglesi - non scozzesi - sono gli unici a stare peggio degli italiani). Sky ha l'esclusiva del torneo e lo ospita in studio. Di Mauro riesce a sbagliare tutti gli accenti possibili (memorabile il suo insistito Safìn, con l'accento sulla "i"). Poi gli chiedono dove vuole arrivare, e lui azzarda: "Mi piacerebbe entrare nei 70". A quel punto tutto lo studio, letteralmente, gli ride in faccia. E un po' c'era da capirli: era inimmaginabile che Di Mauro entrasse nei 70. E invece accadrà, pochi mesi dopo, per una settimana soltanto, grazie a una finale a Buenos Aires e i soliti deliri della classifica. Da qul giorno Di Mauro, quasi a pagare cotanta eresia, è scomparso. Letteralmente. Si è pure beccato una lunga squalifica per scommesse: poveretto, era così in buonafede che aveva candidamente puntato cifre irrisorie su match (non suoi) usando la carta di credito intestata a suo nome. E l'Atp, bravissima a punire i "ladri di polli" ma non i pesci grossi, ha usato la mannaia. Decretando la fine di una carriera buffa, meritoria e inspiegabile.


Gli italiani di:

Marco Bucciantini
Michele Crespu
Massimo Garlando
Mirco Lucarini
Lazzaro Pappagallo

 

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