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recensioni
il parere dei lettori
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La stagione 2003/04 registra comunque
alcune opere pregevoli. Dal punto di vista letterario
Andrea Scanzi è riuscito a esprimere tutta la poesia della classe di Van Basten
in un libro di grande spessore. In cui l'arte calcistica dell'olandese si sposa
con le straordinarie capacità di affabulazione di Scanzi, dallo stile di
scrittura essenziale, di elisione del ridondante. [.] A Scanzi (Canto del
cigno) e a Valdano (Futbolandia) la palma dei libri di calcio più
meritevoli della stagione Andrea
Parodi, Annuario
del Calcio Mondiale Lo Presti 2004-05
Se c'è un pregio nel nuovo libro di Andrea Scanzi -
cioè: il primo che salta allo sguardo - è un senso di urgenza che accelera la
lettura, la incalza come se gli occhi fossero poggiati su un piano inclinato e
scivolassero irresistibilmente. Facile dire che dipenda dalla scrittura, tanto
abile a infilare la linea di fuga delle digressioni letterarie e musicali quanto
a farti scodinzolare dietro il filo d'Arianna della narrazione. [..] Questo
libro ha a che fare con la non dimenticanza. Con la presa di congedo da un astro
(e un asso) che ha abbagliato per così poco tempo - in un modo accecante,
d'accordo, ma mutilato di quella continuità pigra e ragioniera di cui si nutre
la fantasia collettiva - che proprio queste cose qui, il congedo, il commiato,
le devi raccontare. Altrimenti le perdi. Ti devi fare «cacciatore di gesti»,
come ha scritto David Means in «Episodi incendiari assortiti». Andrea Scanzi
questo fa: il cacciatore di gesti. [..] A una strana specie d'entropia che
sospinge senza tregua l'olandese verso un ritiro prematuro (anzi: il Ritiro
Prematuro per antonomasia), Scanzi - sulla scia delle imbeccate di Carmelo Bene,
citato felicemente a più riprese - oppone tutta una partitura di destini, reali
o letterari, giunti al capolinea nella stessa maniera, o che hanno vibrato della
stessa fragilità. Fino a finire in frantumi, in forza della medesima capacità
(iper)senziente. [..] A Scanzi interessa
fissare il gesto lì dove il gesto è «forma pura», dove si fa portavoce di un
modo di stare al mondo, di essere presenti a se stessi [..] Ci
sono i gol di Van Basten, ovvio. A patto però che quei gol siano il segno di
qualcos'altro, che precipitino dalla semplice routine «allo spazio mitico». Che
siano gesti - scrive lui - «ecceduti». Come dire: di un altro mondo. Votati al
bello, ma in un modo quasi incosciente,
inconsapevole. Giovanni
Acquarulo, il manifesto marzo 2004 Cosa lega Van Gogh e Bruce Springsteen? Carmelo
Bene, Keith Jarrett e un'abbagliante centravanti olandese? Risponde, a nome
della imprevedibile, stupefacente necessarietà dell'arte, Andrea Scanzi. Canto
del Cigno è un viaggio "sentimentale" tra letteratura, musica e cuoio. Andrea
Scanzi, detto "Rui", narra idee vestite con storie e sa scrivere, ciò che mai va
dato per scontato, soprattutto nella montante marea dei titoli dedicati al
football. Andrea
Aloi, Guerin Sportivo
marzo
2004
Nessuno in Italia aveva ancora scritto di uno dei pochi
campioni sul quale valeva davvero la pena soffermarsi. Poi arriva Andrea Scanzi
e dipinge questo gioiello. Da rimanere senza fiato. [..] Brividi dentro brividi,
in una ragnatela raffinata che regolarmente decolla verso citazioni geniali che
spaziano da Carmelo Bene a Salinger, da Roth a Jarrett. A Vonnegut, la cui
filosofia descrittiva è pienamente abbracciata da Scanzi. [..] Difficile essere
più sciolti e coinvolgenti. Canto del Cigno è il degno successore
(sportivamente parlando) de Il piccolo aviatore. Superato, per quanto
possibile, in consapevolezza e raffinatezza. La nota poestetica
scanziana trova di che nutrirsi nel raccontare la carriera di Van Basten.
[..] Questa storia è un'altra di quelle che anche chi non segue il calcio può
amare. Perché è raccontata come doveva essere fatto. Gianluca Sirri, Il Mucchio
Selvaggio marzo 2004
Un
romanzo intenso, intelligente [..] Un libro esemplare. Darwin
Pastorin, Sky Sport
marzo 2004
Il primo libro italiano dedicato a Marco Van
Basten. [..] Scritto seguendo le orme di Carmelo Bene. Il
riformista marzo 2004
Scanzi esprime benissimo il senso dell'estetica di Marco. In
questo libro l'autore compie a sua volta un'operazione alla Van Basten: toglie
molto (nessuna fotografia, nessuna enfasi, nessun paragone con fuoriclasse del
passato...) e, da buon innamorato, pone uno specchio fra sé e l'artista, potendo
così guardarne le opere e il proprio volto attonito di fronte a esse. [..]
Scanzi non celebra, non omaggia, non spiega. Apre il rubinetto e lascia che il
suo dolore scorra fra le pagine. In Marco sente certe note di
Springsteen, in Marco vede certe linee di Mondrian. [..] Marco ha
lasciato che fossimo noi i raggi di sole nei quadri, noi le note del
suo Requiem. Ci ha lasciato l'idea. Ci ha lasciato uno specchio coperto
da un drappo nero che nessuno di noi ha il coraggio di sollevare. Daniele
Abbiati, Il Giornale marzo
2004
Questo libro è una "non-biografia",
perché non si perde in tutta una serie di dati, fatti, fatterelli e aneddoti,
che in genere infarciscono i libri di questo tipo: che infatti il più delle
volte risultano di una noia mortale. Scanzi,
invece, ha prodotto un volume che si legge d'un fiato, dalla prima all'ultima
pagina, almeno per tre ragioni: sa andare all'esseziale, interpreta la vicenda
del biografato alla luce di alcune idee precise e - il che non guasta - è
scritto davvero bene. Marco Van Basten era un calciatore elegante e Scanzi
trasfonde questa eleganza del gioco nell'eleganza stilistica della sua pagina
(una pagina peraltro coltissima, tramata di riferimenti letterari, sempre
elaborati con leggerezza. Roberto Carnero, L'Unità
aprile
2004
"Un libro (Futbolandia di Jorge Valdano)
che merita una citazione più che speciale e che possiamo definire davvero una
delle opere più riuscite di questo 2004. Così come per il bel libro di Andrea
Scanzi dedicato a Marco Van Basten. In Canto del Cigno (Limina) Scanzi
offre pagine di poesia e bellezza per omaggiare uno dei più grandi protagonisti
degli ultimi decenni. Il libro di Scanzi è stato anche salutato da un coro di
recensioni entusiaste". Andrea Parodi,
La Stampa dicembre 2004
Marco
Van Basten ha giocato la sua ultima partita il 16 maggio 1993
e 10 anni dopo gli é stato dedicato un libro da un giovane scrittore
italiano, Andrea Scanzi. [..] In questo libro si ha la sensazione
che non abbia mai smesso di giocare a calcio per il semplice
fatto che non ha mai giocato a calcio. La
Gazzetta dello Sport
aprile 2004
Nel suo Canto del Cigno, Scanzi si consacra non più solo come una promessa, ma
come un protagonista della letteratura sportiva italiana. Stile chiaro, testo
diretto e pulito. Essenziale.[..] Un inno alla bellezza e a una troppo breve vita da
calciatore. [..] E Scanzi suggerisce pure il sottofondo per la lettura del suo libro:
la prima parte del Koln Concert di Keith Jarrett. Sportweek, La Gazzetta dello
Sport aprile
2004
Un'impresa, quella di Scanzi, che mira a sintetizzare
secoli di filosofia, di pittura e di musica (e di calcio naturalmente) in un
unico pot pourri. Audace, ma assolutamente armonico e persino credibile. Un
libro per gli appassionati del bello. Ed è bella e da sostenere l'audacia di
Bene-Scanzi. Il calcio come manifestazione esistenziale e non come semplice
gioco. Davide
Varì, Liberazione maggio
2004
Come Edmondo Berselli, Andrea Scanzi ha deciso di
parlare di uno dei più grandi del calcio - Van Basten - con una discrezione
quasi autistica e geniale. Scrivere le gesta di un bomber senza averlo
conosciuto per scelta. Perché l'immaginario va protetto, difeso e
perseguito». Claudio De Carli, Il Nuovo
Calcio
maggio
2004 pag.
1 pag.
2 pag.
3
Riascoltiamo
il "canto del cigno" Raffaele
Tomelleri, L'Arena
febbraio 2005
Scanzi è un osservatore delle cose
sportive tanto speciale e tanto apprezzato anche per questo: per la sua capacità
di calare le vicende calcistiche in un bagno di riflessioni artistiche,
filosofiche, drammaturgiche, per poi ripescarle trasformate, sicuramente assai
arricchite. Dotate di colori e segni nuovi. [..] Con l'enfasi del romanziere,
con la ricettività degli osservatori sensibili, Scanzi raccona Van Basten con la
dovizia dei gesti tecnici, dentro la cornice degli eventi ma senza voler
tracciare una vera e propria biografia: piuttosto un percorso estetico, una
filosofia della sottrazione. Gianluca Veltri,
Il Quotidiano della Calabria
Scanzi è bravo a gestire le derive retoriche che
spesso caratterizzano questo genere di operazioni e sa restituire, con lo stesso
stile che fu di Van Basten, parsimonioso e geometrico ma, nell'istante decisivo,
imperioso e devastante, la carriera, ahimé troppo breve, del giocatore di
Utrecht. Riccardo Trani, La
Piazza dell'Aurelio
maggio
2004
L’autore è noto nell’ambiente con il soprannome di “Rui”, che per i calciofili
rimanda a Rui Costa e dunque tangenzialmente all’amato Portugal, che sarà la sede dei prossimi
europei. Terra di navigatori, di viaggiatori della fantasia come c’insegna
Pessoa, la Lusitania. Nella scrittura di Scanzi questa fervida lentezza si sposa
ad altre non meno fertili letture e a uno sguardo che sa essere curioso e
intelligente, che osa confrontarsi con i grandi della pittura e della
letteratura, proponendo una lettura del calcio diversa dal consueto. Tutto ciò
appare evidente in questo libro, che non è il solito rito agiografico, ma un
atto d’amore e di pietas. Come sostiene
Gianni Mura nella prefazione, Scanzi cerca «di radiografare la bellezza». Come
se la bellezza avesse un corpo e un’anima, come se la vita di Van Basten non
fosse tutta lì, già scritta nel freddo elenco di presenze e gol. No, ci ricorda
Scanzi, quella è solo un’ombra: Van Basten è altro, nella sua grandezza e nella
sua immensa sfortuna. La sua è una storia di gesti di alto valore estetico e di
un destino inesorabilmente segnato dalle lame dei bisturi, eppure non privo di
una grandezza quasi mitica. Una storia tutta da leggere e da meditare riga per
riga, perdendosi nei meandri delle digressioni offerte ad ogni pagina, che
scompongono la biografia di Van Basten e poi la ricompongono come in un
caleidoscopio. Un libro da meditazione sul calcio, da sorseggiarsi come un buon
bicchiere di porto. Alberto Brambilla, Il
Domenicale maggio
2004
Non sembravamo soli Correva l’anno 2002. Andrea
Scanzi esordì con Il piccolo aviatore. Vita e voli di Gilles Villeneuve
(Limina). Il libro fece il botto. Piacque tanto, tantissimo. C’era questo Scanzi
che aveva scritto questa cosa. Prima non lo conosceva nessuno. Poi sì, tutti.
Un anno dopo è arrivato C’è
tempo (Pequod). Sottotitolo: Ritratti a scomparsa. E siamo rimasti a
bocca aperta. Nelle nostre teste ronzava qualcosa che più o meno suonava così:
ma guarda questo quanto è bravo. In effetti Scanzi aveva fatto un capolavoro. Un
capolavoro, sì. Perché non è che uno si sveglia la mattina e tira fuori un libro
così per grazia ricevuta. Ci vuole una cosa che si chiama bravura. Quella
semplice, vera, che riconosci tra mille. Quella che arriva e quasi ti fa male
per come ti tiene inchiodato a leggere pagine su Giorgio Gaber, Layne Staley,
Rino Gaetano, Glenn Gould, Kurt Vonnegut e altri. Fu doppietta. Scanzi due, resto
del mondo zero. Non ce lo aspettavamo. Eppure Scanzi c’era. Stava nelle sue
pagine. Restava solo da applaudire, in piedi. Lo facemmo tutti. E tutti ci
scoprimmo un po’ innamorati di questo qui, che con quella penna lì riusciva ad
andare dove voleva. Ci piaceva, questo Scanzi. A noi come a Gianni Mura, il
primo a riconoscerne il talento. Ci piaceva quel suo modo di scrivere, quel suo
modo di essere. Quel suo modo di essere scrivendo ci emozionava, ci faceva
vedere e sentire le cose che metteva nero su bianco, una dopo l’altra, chiare,
veloci, con un gran senso della bellezza nascosto dentro. Tanto che avremmo
voluto alzare la cornetta e telefonargli. Così, giusto per chiamarlo per nome.
Per chiamarlo Andrea, sicuri che non si sarebbe offeso, e per dirgli che avremmo
voluto stringergli la mano. Non lo abbiamo fatto. Ma oggi
possiamo riparare, su carta invece che a voce. Perché Andrea Scanzi ha scritto
la sua terza perla. Si chiama Canto del cigno. Sottotitolo: Gol, gesti
e bellezza in Van Basten. Adesso però basta con gli applausi. Stiamo zitti.
Chiniamo solo un po’ il capo davanti a questo scrittore che ci piace sempre più.
Soprattutto perché ha scritto un libro sul calcio, che col calcio c’entra fino a
un certo punto, capace di entusiasmare anche chi per il calcio non va matto.
Scanzi qui ci ha insegnato una cosa: la capacità di vedere la poesia in ciò che
suscita emozione. Lo ha fatto raccontando la bellezza di un’individualità che
aveva nel proprio modo di manifestarsi un’inconfondibile eleganza. E l’ha
raccontata da dentro, quell’individualità. Perciò ringraziamolo, e
cerchiamo il coraggio per telefonargli, questa volta. Per dirgli che secondo
noi, lui, quello Scanzi che ci piace tanto, è uno dei migliori scrittori
italiani. Senza dubbio. Simone Gambacorta, L'Araldo Abruzzese ELOGIO
DELLA BELLEZZA. UNA BIOGRAFIA ATIPICA DI VAN BASTEN Per
me, viola doc sia pure nato a Busto Arsizio da genitori lombardi,
incontrare di persona Andrea Scanzi, l’autore del libro di cui
parlerò tra poco, è stato come ritrovare un amico, un fratello
più giovane. Dovete infatti sapere che Andrea assomiglia molto
a Gabriel Batistuta, il leone di Firenze. Solo Scanzi è più
magro e più giovane, con tanta voglia di puntare in alto e di
raccontare il calcio attraverso i suoi sogni ed il filtro multicolore
della letteratura. Perché pur essendo di professione giornalista,
dunque abituato al ritmo frenetico della cronaca, con il pezzo
che deve essere sfornato a tamburo battente, Scanzi è soprattutto
un intellettuale che prende molto sul serio la scrittura. Nell’ambiente,
non a caso, è noto con il soprannome di Rui, che rimanda a Rui
Costa e dunque all’amato Portugal. E’ terra affacciata anzi
immersa nel mare, anzi, nell’oceano, la Lusitania. E’ terra
di pescatori abituati a scrutare l’orizzonte, a saper aspettare
ed ascoltare. Il Portogallo è terra di navigatori, di viaggiatori
della fantasia come ci insegna Pessoa. Nella scrittura di
Scanzi questa fervida lentezza si sposa ad altre non meno fertili
letture e ad uno sguardo che sa essere diverso, curioso ed intelligente
Tutto ciò appare evidente in questo libro, che non è la
solita biografia, il solito rito agiografico. Come a ragione
sostiene Gianni Mura nella prefazione, Scanzi cerca “di radiografare
la bellezza”. Come se la bellezza avesse un corpo ed un’anima,
come se la vita di Van Basten non fosse tutta lì, già scritta
nel freddo elenco di presenze e gol. No, non è quello che un’ombra,
Van Basten è altro, nella sua grandezza e nella sua immensa
sfortuna. La sua è una storia di gesti di alto valore estetico
e di un destino segnato dalle lame dei bisturi. Una serie
di incontri e di amicizie con i grandi della pittura e della
letteratura che aiutano a leggere il calcio in modo diverso.
Una storia tutta da leggere e da meditare riga per riga. Un
libro da meditazione sul calcio, da sorseggiarsi come un buon
bicchiere di porto. Alberto
Brambilla, Lombardia - Oggi Sport aprile 2004
La
bellezza (re)suscitata Che Andrea Scanzi sia uno fra
i migliori scrittori italiani, ce lo siamo giustamente detto
e ripetuto. Del resto non avremmo potuto fare altrimenti. Scanzi
è uno che con le parole ci palleggia. Chi ha visitato il suo
sito sa che gli sarebbe piaciuto essere un fantasista, di quelli
che in campo fanno un pò come vogliono. Beh, forse non sarà
riuscito ad esserlo in uno stadio, ma certamente lo è sulla
pagina. E come. Questo libro, il terzo che scrive, intitolato
''Canto del cingno'' e dedicato a Van Basten, è un capolavoro.
Scanzi si mette lì e ti racconta di questo, perchè faceva certe
cose, e perchè quelle cose erano tanto belle. In ''Canto del
cigno'' ci ha raccontato la bellezza, ci ha restituito momenti
e immagini di bellezza. La bellezza calcistica, del movimento,
del ''gesto'' creativo, quello che resta per sempre. Quello
stesso ''gesto'' che nasce da un modo di essere e di sentire
la vita, prima ancora che il calcio. Fra poco sentiremo dire
che è nata la letteratura del calcio, da non confondere con
gli almanacchi e cose simili. La letteratura del calcio, quella
fatta di libri, romanzi o racconti che siano, dove il calcio
è visto come una dimensione dell'esistenza, come una forma espressiva
tout court: il calcio, insomma, che diventa pretesto narrativo
o evocativo. E quando se ne inizierà a parlare davvero, quando
anche i santoni delle lettere dovranno rassegnarsi ad accettare
questa realtà nuova, questa nuova realtà di fatto (perchè è
un fatto), ebbene, allora questo libro di Andrea Scanzi diventerà
un riferimento obbligato, un titolo che farà bella mostra di
sè nella bibliografia di ogni saggio che vorrà spiegare cos'è,
davvero, questa nuova letteratura del calcio. Simone
Gambacorta, Il Giornale di Teramo aprile 2004 BOL!
Libreria on-line
L’arte
calcistica di Van Basten si sposa con le straordinarie capacità
di affabulazione di Scanzi, un giornalista emergente giustamente
giudicato da Gianni Mura come la migliore promessa degli scrittori
sportivi. Una scrittura anche qui di assenza, di elisione del
ridondante. Verso l’afflato della complicità di estetiche musicali,
figurative. Vertiginose transcodificazioni surrealistiche: in
Nebraska, brano di Springsteen rude, scabro, di difficile comprensione
si sente in lontananza lo scricchiolio sinistro e angosciante
di una sedia; si rimanda alla sedia gialla e viola di Arles
di Van Gogh; ci si collega alla fragilità estrema della caviglia
martoriata di Van Basten. La
Stampa,
aprile 2004 http://www.lastampa.it/_WEB/_RUBRICHE/libri/default_inchiostrosportivo.asp
Ci sono in giro tanti libri sul calcio e quasi tutti orrendi: in genere
biografie del campione o presunto tale del momento, spacciate talvolta come
autobiografie. Proprio così: nemmeno come “Tizio si racconta a Caio”.
Quando poi Tizio parlando con la stampa non riesce mai a mettere assieme ammodo
un soggetto, un verbo, un complemento oggetto. E ti chiedi perché vengano
pubblicate, quando troppo del pubblico cui dovrebbero indirizzarsi ha un
rapporto con la parola scritta che non va oltre “La Gazzetta dello Sport”
sfogliata al bar. Però qualcuno evidentemente li compra, questi libri orrendi.
Poi
ogni tanto esce un libro bellissimo sul calcio. Un libro
che ci ricorda perché nonostante tutto ci ostiniamo ad amarlo,
perché seguitiamo, pur con lo schifo che monta per quanto di
indecente ruota e vive intorno a questo sport, a eccitarci per ventidue milionari in
mutande che corrono per un prato maltrattando un pallone. Perlopiù idioti
sapienti e qualcuno solo idiota. Ogni
tanto un libro ci rammenta che il calcio é, più ancora che metafora
della vita, che é lotta e sfiga e in genere un arrivare secondi
o ultimi, innanzitutto un impareggiabile (sportivamente) gesto
estetico. Che l’amore per
questo gioco è prima di qualunque altra cosa amore per il bello. Fine a se
stesso. Ineffabilmente. È appena stata pubblicata dall’aretina Limina (vi toccherà forse cercarla un
po’: fatelo), una succinta
quanto densa e intensa non-biografia di Marco Van Basten. In
questo senso è una non-biografia: che è storia fatta molto poco
da fatti e molto da interpretazioni dei fatti e ancora di più
da teorie, e da poetici azzardi, sui fatti.
Già titolare fra le altre cose di un volume su un altro
magnifico vincente-ma-perdente quale Gilles Villeneuve, Andrea
Scanzi
non ha nemmeno ritenuto opportuno andare a scambiare due parole
con l’oggetto della sua idolatria. Per paura che qualcosa potesse
sciuparla. Ha fatto bene. Che Marco Van Basten esista (e a un
certo punto Scanzi sostiene la sua non-esistenza) è irrilevante
rispetto ai prodigi che il suo genio calcistico ha impresso
indelebilmente nella memoria di chiunque sia stato tanto fortunato
da esserne testimone. La sua normalità d’uomo non ha nulla a
che fare con la grandezza e lo stile fuor d’ogni canone dell’Artista. Campionissimo costretto a un precoce ritiro da una
caviglia sbriciolata, “Marco Van Basten non ha mai ostentato. Ha sottratto,
piuttosto. Non lo si sarebbe detto, a prima vista, ma aveva fatto suo
l’insegnamento della scuola razionalista di Hendrik Petrus Berlage, l’architetto
olandese che a inizio Novecento fece tabula rasa di ogni ornamento superfluo, in
polemica contro formalismo ed eclettismo”. Posso
ripetermi? Un libro bellissimo. Eddy Cilìa http://www.dinamotorino.it/articoli.asp?id_art=1444
"Un appassionato saggio di 'estetica
calcistica', che ripercorre le gesta di Marco Van Basten, i suoi gol, i premi, i
trofei, le mirabolanti azioni di gioco 'dell'attaccante più bello della storia
del calcio'". www.lafeltrinelli.it http://www.lafeltrinelli.it/Feltrinelli/FL_Prodotto/1,1302,2049795,00.html
Il libro che aspettavo da una vita.
Canto del Cigno. Gol, gesti e bellezza in Van Basten. L'ha scritto, indovinate, Andrea
Scanzi, uno di cui parlo come minimo a post alterni. La casa editrice è
la Limina, costa 13,50€. Li vale tutti. Dentro ci trovate
Van Basten, ovvio. Ma ci trovate anche (e questo è meno ovvio) Kurt
Vonnegut, i quadri di Van Gogh, le volee di Stefan Edberg. E poi Salinger, ma
senza giovani Holden. E ci trovate tanta musica, quella (ottima) in bianco e
nero del Nebraska di Springsteen, quella (prescindibile) del disco
dance di Basile Boli. Il tutto poggia su tre ipotesi (a prima vista)
strampalate: che Marco Van Basten era divino nel precipitare, che era un ottimo
cercatore di cavalli, che Marco Van Basten non esisteva.
Incuriositi?!? http://uomoscarlatto.splinder.it/
«Rui», giovane talento del giornalismo e
della letteratura sportiva italiana, omaggia il suo mito Van Basten in un libro
che ne ricorda i gesti, i gol, le magiche stagioni al Milan e poi il dolore per
una maledetta caviglia. In onore di un grande protagonista impossibilitato ad
avere eredi.
http://www.carlonesti.it, top
5 maggio
Una volta nelle redazioni, allo sport mettevano quelli che non sapevano
scrivere. Anche se si potrebbe pensare il contrario oggi non è più così. E
qualcuno è decisamente più vicino allo scrittore che all’articolista. Andrea
Scanzi scrive sul Mucchio e disserta di calcio sul Manifesto. Ma soprattutto ha
al suo attivo libri che spiccano per una scrittura personale e coinvolgente.
Dopo aver co-firmato la biografia di Baggio, che ho regalato ma non letto, ha
prima stupito con “Il Piccolo Aviatore” dedicato a Gilles Villeneuve ed uscito
per Limina quindi con “C’e Tempo” (ed Pequod) dove ha raccolto i suoi scritti
creando un percorso poetico e straordinariamente omogeneo. Da poco è nelle
librerie “Il Canto del Cigno” (ed Limina) omaggio a Marco Van Basten. I suoi non
sono semplici libri di sport. Dentro ci sono percorsi umani e pensieri, canzoni
e sentimenti, rabbia, sdegno e lucida analisi. “Gli eroi son tutti giovani e
belli” Cantava Guccini. Giovane lo è, sul bello ho ampie rassicurazioni
femminili, ma Scanzi è soprattutto clamorosamente bravo. Alessandro
Gandino http://www.dilloadalice.it/calci/index.aspx
LA FRAGILITA' DI VAN
BASTEN Il 26 maggio 1993, a Monaco di Baviera (finale di Coppa
dei Campioni contro il Marsiglia), Marco Van Basten giocò la sua ultima partita.
Aveva ancora 28 anni. Dopo due anni lunghissimi, e faticosissimi (due le
operazioni chirurgiche) il campione olandese fu costretto ad abbandonare
l’attività. La caviglia destra per tanti anni martoriata dai difensori avversari
non gli permetteva più di continuare. Non dolgono, inducono dolore. Non sanguinano, no, tolgono
globuli rossi alla speranza. Si disse, anni dopo il disperato abbandono, che
Marco Van Basten, coltivando in vitro pezzi delle sue cartilagini, avrebbe
potuto affrontare un autotrapianto, risanare le caviglie e riprendere a
confezionare miracoli, ma erano i rimpianti degli amanti mai sazi che
quell’imponente perla bianca aveva lungamente accesi di gioia. Fossero attori ce
li goderemmo fino agli ottant’anni i nostri amori belli. Nel gioco del pallone
però è impossibile. Quando addolcisce la vita dei fortunati spettatori agli
Europei dell’88, Marco Van Basten di Utrecht, un metro e ottantotto di pura
eleganza e classe cristallina, è stato sotto i ferri già un paio di volte. Il 25
giugno, alla finale di Monaco contro una delle ultime Urss (che in semifinale
aveva eliminato l’Italia dal torneo), l’Olanda è giunta senza patemi e lo stesso
svolgimento del match è, da un punto di vista drammaturgico banale: Gullit va a
segno alla mezz’ora del primo tempo. Trame fitte, sovietici irretiti, nonostante
la presenza di discreti interpreti, fra Mikhailichenko, Zavarov, Alejnikov,
Protasov, Belanov. Van Basten sceglie il nono minuto della seconda frazione per
dimostrare praticamente l’esistenza di una forma di vita superiore alla nostra.
L’Urss ha appena sbagliato un calcio di rigore con Belanov, sul ribaltamento
offensivo, la palla raggiunge Muhren sulla trequarti sinistra, rapida rassegna
delle opzioni e cross in diagonale di
abnorme lunghezza verso il fronte destro, laggiù, dove sta procedendo di gran
carriera il centravanti olandese. La sollecita esecuzione di Muhren prende gli
avversari in controtempo, tanto che Van Basten, con generose falcate, applica al
bolide il suo occhio trigonometrico praticamente in solitudine. Il punto di
chiusura della parabola è a pochi passi dal fondo, più prossimo alla bandierina
che alla verticale dell’area di rigore, Van Basten l’ha individuato, ora lo fa
suo in virtù di un impercettibile scarto dalla processione originaria. Il
difensore russo Rats si era avvicinato in chiusura e, data la posizione defilata
di Van Basten, aveva preferito non contrastarlo, temendo un letale dribbling a
rientrare. Il portiere Dasaev aveva deciso di stare in mezzo, equidistante dai
pali, a verificare l’ipotesi di un contro-cross. Il tiro di Van Basten non è
teso, ha curva ascendente con picco ad altezza d’uomo, quindi cala sereno in
rete. Un colpo al volo ad incrociare praticamente da fondo campo. Nel secondo
che precedeva il compimento, si ascoltò il silenzio. Questa è una delle tante
splendide reti di Marco Van Basten, forse la più bella, raccontate da Andrea Scanzi nel suo ultimo libro, “Il
Canto del Cigno” (Limina Edizioni). Il primo e unico
libro italiano su Marco Van Basten. E una spiegazione, a guardar bene, forse
c’è. Come scrive Gianni Mura nella sua prefazione: “Van Basten non ha mai
colpito la fantasia collettiva come Gullit. Pallido più che bianco, capelli
corti. Né trecce né frecce all’arco della sua immagine. L’eleganza, certo. Ma in
un periodo in cui non era un valore forte. L’eleganza
fredda”. Luca Maugeri, Il Cannocchiale luglio
2004 http://www.ilcannocchiale.it/blogs/style/orange/dettaglio.asp?id_blog=302 http://www.calciocampania.com/inlibreriavanbasten.asp
E' la prima biografia uscita sul mitico centravanti
del Olandese. L’autore ha dato alla sua opera un taglio molto particolare,
scegliendo di tralasciare l’elencazione pedante di dati e cronologia (se non in
un’appendice finale) e di non ricorrere al contatto diretto con l’interessato,
infatti non ha mai parlato con lui. Dimostra di essere comunque penetrato a fondo
nell’universo di Van Basten. L’ha fatto grazie soprattutto a una speculazione
filosofica che ricorre,fino a diventare un’ossessione, in tutto il libro,
quella, cioè, che Marco Van Basten rientra di diritto, anzi partecipa
fattivamente all’architettura di una categoria di pensiero: LA BELLEZZA.
Tutto ciò che Van Basten ha fatto sul campo di gioco
è stato talmente bello da trascendere ed eccedere la materia. Il ritratto che l’autore compie di Van Basten lo
raffigura come un talento difficile da decrittare, di difficoltosa lettura; Van
Basten nel mostrare il suo talento, privilegiava l’assenza e la sottrazione,
alla sovraesposizione del proprio talento all’invasione dell’immaginario con una
continua presenza. Si può affermare che la grandezza più inarrivabile
di Marco Van Basten sia stata la semplicità e l’eleganza – quasi innaturale- con
cui compiva gesti tecnici ed agonistici di una difficoltà specifica elevata.
Pensiamo alla “semplicità” con la quale Van Basten ha continuato a giocare a
pallone, nonostante il dolore infernale che gli poteva dare in certi momenti la
sua martoriata caviglia destra. Nello sviluppare il ritratto di Van Basten
l’autore compie sagacemente un paragone con Gullit e la sua immagine
donchisciottesca, pantagruelica e ridondante. Un grandissimo ammiratore, anzi direi adoratore di
Marco Van Basten è stato Carmelo Bene, che vide in lui l’espressione della forma
calcistica pura. Degno di nota l’epitaffio che Bene dedicò a Van Basten nel
commemorane il ritiro:<<il lutto in me per il suo precoce ritiro non si
estingue ancora e mai si estinguerà. Il più grande di tutti: VAN
BASTEN>>. Sul grande palcoscenico mediatico che da anni è lo
sport, Scanzi individua uno sportivo che è stato il perfetto coprotagonista di
Van Basten: Stefan Edberg, (il quasi coetaneo tennista svedese, classe ‘66
Stefan, classe ‘64 Marco), dal talento principesco della stessa pregiata qualità
del centrattacco rossonero. Come Van Basten, così Edberg ha privilegiato una
rappresentazione estetica del proprio gioco nel quale la bellezza del gesto ha
sempre rivestito la massima importanza, senza per questo scalfirne
l’efficacia.(tanto per capirci l’autore del gioco più raffinato del tennis del
dopo Mc Enroe è stato vincitore di due Wimbledon e due U.S. Open, che è come
dire due Coppe dei Campioni e due Mondiali!). Il tennis di Edberg era fatto di
gesti eleganti, ariosi: la sua volée di rovescio si potrebbe paragonare ad una
pennellata di Chagall e il suo muoversi leggero sul net era in tutto e per tutto
un vero passo di danza. Proprio come Van Basten sembrava danzare sulle sue
caviglie di cristallo, e non a caso uno dei soprannomi del Cigno di Utrecht fu
proprio Nurajev. Nel rincorrersi di somiglianze sia Van Basten sia Edberg hanno
concluso la carriera precocemente, a 31 anni Marco a 30 Stefan, ma entrambi era
già degli ex circa tre anni prima dell’addio ufficiale. Continuando a scorrere la biografia troviamo anche
concessioni ad un sottile filo d’ironia; accade quando Scanzi definisce
milanista tutto ciò che è bello ed elegante (Edberg, la nazionale di calcio
olandese), viceversa determina come interista tutto ciò che è gretto ed efficace
(il tennista tedesco Becker, la nazionale di calcio Tedesca). L’autore poi
illustra anche il tormentato rapporto tra Van Basten e Sacchi (memorabile lo
scontro tra i due quando il giocatore alla fine dell’allenamento voleva dare
libero sfogo alla sua fantasia organizzando delle sfide con Gullit e Rjikaard e
Sacchi glielo impediva). Comunque siano andate veramente le cose, segnaliamo
come negli ultimi tempi, complice forse il rilassamento emotivo di cui ora è
preda, a Sacchi ogniqualvolta gli nominano Van Basten gli si inumidiscono gli
occhi e mormora solo <<era un grande, era un grande>>. Per chiudere riprendo una citazione di Philip Roth
riportata da Scanzi:<<Tutti hanno qualcosa davanti a cui si sentono
disarmati, e io ho la bellezza>>, e la bellezza di Van Basten
<<esigeva disarmo e adorazione>>, chiosa l’autore. A distanza di 9 anni dal ritiro ufficiale e
definitivo di Van Basten rimangono negli occhi gesti e gol. Cito all’impronta:
l’assist a Rijkaard, una piroetta autentico passo di danza e passaggio
millimetrico al compagno di squadra nella finale di Coppa dei Campioni contro il
Benfica del 1989, il gol a Dasaev nella finale dell’europeo del 1988, prodigio
di semplicità letale quel tiro balisticamente perfetto, il poker al Goteborg
nell’autunno del 1992, che rappresentò il Crepuscolo, l’ultimo atto “BELLO” di
Van Basten. E il giro d’onore effettuato a San Siro nell’agosto del 1995, prima
della disputa del Trofeo Berlusconi. Van Basten, che aveva annunciato il suo
ritiro pochi giorni prima, indossava jeans e un giubbino di renna. Inizialmente
la sua corsa sembrava impacciata, ma poi divenne fluida, alzò il braccio nel suo
tipico modo di quando esultava dopo aver siglato un gol; tutto lo stadio gli
tributò un’autentica interminabile, commossa standing ovation: si stava
congedando il centravanti più forte di tutti i tempi. Il canto del Cigno, per
l’appunto. Gianni http://www.ciociari.com/Eco48/vanbasten.htm
Un altro grande libro di Andrea "Rui" Scanzi". Andrea Di Caro, Radio Sport
Roma marzo 2004
"Un libro che riesce nell'intento di unire Van
Basten a nomi che apparentemente col calciatore olandese c'entrano poco: Van
Gogh, Salinger, Jarrett, Springsteen. Opera ambiziosa, ma decisamente riuscita e
notevole. Il capitolo sul cross di Tassotti dalla 3/4, poi, è una
chicca". "Zona Cesarini",
Rai Radio 1 marzo
2004
"Un grande romanzo. E la prefazione, da sola, è una
garanzia". Radio Città Futura (Roma)
marzo 2004
Un altro grande libro del grande
"Rui". Massimo Gianni, Radio Onda Blu
Un libro entusiasmante, stimolante, semplicemente
perfetto. Carlo Pallavicino, Lady Radio (Firenze)
aprile 2004
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