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Stai col feeling (cit)

Non tutte le presentazioni sono uguali. E non è solo questione di presenza di pubblico.
Spero di avere raggiunto un sufficiente quinto senso e mezzo per capire – subito – se una presentazione merita di essere fatta o meno. Quella di Tolmezzo meritava di essere fatta.
Nel post precedente avete letto il reportage di Francesco Brollo. Sapete già com’è andata.
Non sapete, invece, altre cose. Terrae.Doc, l’enoteca di Chiara Fasolino e Stefano Marchi, mi ha ricordato l’amatissima Tana degli Orsi di Pratovecchio: la stessa passione, la stessa attenzione per certi vini. La capacità di fare gruppo, i pellegrinaggi per cantine. Le nottate alcoliche, l’anarchia gustativo-esistenziale. Un bel gruppo, con cui era naturale tirare tardi. Fino alle quattro o giù di lì.
Prima di arrivare, per pranzo, mi sono fermato a uno slowfood di Montegrotto Terme, Da Mario. Ho bevuto un Prosecco Extra Dry di Bele Casel, la cosa migliore del pasto insieme alla burrata su letto di pomodori datterini. Deludente il baccalà alla vicentina, ancor più deludente la freddezza del posto. Di slowfood non ha nulla e temo dipenda dal fatto che il proprietario – Mario – se n’è andato qualche mese fa.
Di Tolmezzo, invece, mi è piaciuto tutto. Il clima, l’isolamento, l’affetto del paese. Che luogo misterioso, la Carnia. Terra di cibi poveri e unici, valorizzati da un cuoco storico, Gianni Cosetti, di cui tanto ha parlato Gianni Mura e su cui Annalisa Bonfiglioli ha scritto un bel libro che sto leggendo, edito dalla Comunità Montana della Carnia.
Terra dove ci sono più bar che persone, più band musicali che dischi venduti. Più misteri che certezze.
E’ stato bello. E mi ha fatto ridere – e pure un po’ impressione – percepire come io venga avvertuto da alcuni alla stregua di un “mostro sacro”. Non merito tal grazia, ammesso che grazia sia.
Non essendo riuscito a trovare difetti, men che meno nella cena di Giorgio Spagnolo alla Corte dei Sapori (sontuosa) o agli apporti unplugged dei pochissimo italiani Charlestons (brit pop acerbo ma con doti), mi trovo obbligato a dirvi cosa si è mangiato e bevuto. Non prima di aver citato due pazzi, Fabiano Boscolo e Luca Lopardo, che si sono sobbarcati ore d’auto per esserci. Chiamateli groupies-men. Lopardo, in particolare, è stato avvistato – con gentile compagna – sin dalle 15 in paese, manco fosse in procinto di assistere a un inderogabile reading di Vecchioni su Majakowskij.
E’ stato proprio Luca, sel finire della notte, a impossessarsi della chitarra e cantare – assai degnamente – qualche brano di Guccini (parentesi: le adunanze con chitarra al centro e canti stonati semi-ubriachi, tipo Non è Franceeeesca o marenero marenero marene sulla spiaggia, mi hanno sempre messo tristezza siderale. Quella sera, no).
La cena, rigorosamente vegetariana, ha visto inanellati Toc in braide, Cjarsons salati alle erbe, Polenta con frico, Biscottini di mais con crema zabaione. Dovrei spiegarveli, ma preferisco che cerchiate su Wikipedia. Merita.
Nel mezzo, prima e dopo, vini su vini. Un trionfo di gusti, azzardi e incasinamenti in perfetto stile Club Tenco e Sporterme, quando si mollano gli ormeggi e si beve di tutto. Con belle persone accanto. Ecco la lista. Sarete molto invidiosi, sappiatelo.
Metodo Classico 1648 – Tenute di Angoris. Pinot Nero 2006, sboccatura 2010, circa 2000 bottiglie prodotte in tutto. Il vino con cui sono stato accolto in enoteca, tra la tensione generale (neanche fossi Luca Maroni). Una bollicina friulana dignitosa. Non cambia la vita e non ha bollicine elegantissime (un po’ gassate e croccanti), ma è piacevole.
Prulke – Zidarich 2007. Vitovska, Malvasia, Sauvignon clone francese. Stimo molto Zidarich, autore di una delle migliori Vitovska del territorio. I blend li amo meno, ma in Friuli quelli bianchi hanno sempre hanno cose da raccontare. Bottiglia da berne un secchio, viva e sapida, dal gran carattere. La stavo sorseggiando mentre parlavo (l’acqua non è stata neanche sfiorata). Spero non mi abbia indotto in derive imperdonabili.
Schioppettino – Vignai da Duline 2008. Applausi per Fibra (forse), ma soprattutto per Vignai da Duline. Scoperti tre anni fa al Vinitaly. Mi ha fatto molto piacere che il proprietario, Lorenzo Mocchiutti, sia stato presente alla serata. Ho parlato della sua azienda in entrambi i libri e ieri sera ho bevuto con alcuni amici la Magnum di Rosso di Sofia 2005 (Refosco in purezza). Lo Schioppettino, scelto con la Toc in braide, è una garanzia. Dritto ed elegante, di frutto giusto, bevibilità suprema. Vamos.
Forment 2009 – Jacuss. Friulano non filtrato, prodotto con lieviti indigeni. La rivelazione della serata. Un Friulano (ex Tocai) di personalità incredibile, grande mineralità e spigoli invitanti. Purtroppo non esce tutti gli anni. Jacuss ci ha poi offerto, dopo cena, il suo Picolit. Acidità percettibile, ma un po’ di freschezza in più avrebbe reso il nettare più dinamico. Il Forment resta comunque da cortei. Bevuto coi Cjarsons, un primo mai uguale a se stesso che vi consiglio. 
Nota a margine: la cena è partita con un rosso, poi bianco, poi di nuovo rosso. A conferma che le leggi scritte dell’abbinamento non tengono.
Cjarandon – Ronco dei Tassi 2002. Uvaggio bordolese, Collio. Bevuto con la polenta. Aveva tutto a posto, ma a me i blend bordolesi non prendono. Li trovo quasi sempre seduti. Sbaglierà senz’altro io.
Verduzzo 2009 – Venchiarezza. Bevuto con i biscottini di mais e zabaione. Venchiarezza è l’azienda di Luca Caporale, 24enne integerrimo e naturalista. I proprietari di Terrae.Doc mi hanno parlato con entusiasmo del suo progetto, teso a valorizzare territorio e varietali, contro tutto e tutti. Well done. E il Verduzzo era ben fatto, per nulla ammiccante e di buona eleganza. Affatto stucchevole. Meno mi ha convinto il suo Refosco 2009, ma lo abbiamo bevuto alle 3 di notte dopo il Breg Anfora 2004 di Gravner, cioè nel momento peggiore. Seguirò Venchiarezza con interesse, ma in Luca Caporale – intervenuto durante il dibattito – ho avvertito troppa sicurezza di sé e quella idea – molto “alternativa” – di essere l’unico puro al mondo. Un consiglio: fly down. Senza credersi a prescindere er mejo figo del bigoncio (cit).
Ribolla Gialla spumantizzata 2006 – Collavini. Il primo a declinare la Ribolla Gialla in versione bollicine. Sembrava un azzardo e ora lo fanno in tanti. Bevuto dopo il Picolit di Jacuss, quindi in condizioni gustative inaccettabili, ma ne ho percepito carattere e coraggio. Intendo riberlo in circostanze più umane.
Bianco Breg Anfora 2004 – Josko Gravner. Sorseggiato verso le due, tornati in enoteca. Alcuni presenti (l’esecrabile Lopardo) non avevano mai bevuto Gravner e non sapevano che pensare. Chi diceva che al naso raccontava tutto e al gusto deludeva, chi l’esatto contrario. Benvenuti nel magico mondo di Josko, dove non esistono mezze misure. Il vino era ancora “giovane” e ricordo annate (lontane) più convincenti, ma era una bottiglia che richiedeva religiosa attenzione e grande attesa. Noi l’abbiamo bevuta come ennesimo vino della serata, a orario assurdo e con troppa fretta. Un piccolo delitto, ma con amore. Che non ha inficiato la grande qualità di una creatura pulsante, estrema nei pregi e nei difetti.
Poi c’è stato il rompete le righe, e dopo quindici ore X Factor.
Grazie ancora a tutti.