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Luciano Sandrone

Uh, sono quasi emozionato. E’ il primo post del blog de Il vino degli altri, a tre settimane dall’uscita in libreria. Non ho dubbi sull’argomento da trattare: la degustazione che ho fatto da Luciano Sandrone, a fine febbraio.
Sono stato ospite di Marco Pozzali e Federico Graziani, per una delle loro verticali di approfondimento all’interno del periodico Bar Business. Pozzali, insieme a Porthos e Arnaldo Rossi della Taverna Pane e Vino di Cortona, è stato un Cicerone imprescindibile del nuovo libro. Eppure non lo avevo mai visto, non di persona. I tempi del web funzionano così.

Luciano Sandrone e la sua famiglia ci hanno ospitato per una lunga mattinata. Non mi sono potuto fermare a pranzo, per impegni di lavoro, ma mi sono gustato tutta la degustazione nella nuova (e splendida) cantina ai piedi di Barolo, non distante da uno dei B&B che preferisco nelle Langhe, Il gioco dell’oca.
I Barolo di Sandrone sono stati tra i primi che ho conosciuto, in Toscana si trovano con agio nelle migliori enoteche. Col tempo mi sono avvicinato a Barolo forse più “tradizionali” (parola equivoca, lo so). Ho scoperto che, per alcuni, Sandrone è oggi troppo moderno (non è vero, casomai è innegabile che dei suoi vini la Barbera è quella più legnosa).

La visita in cantina e la degustazione mi hanno convinto della bontà dell’azienda. Luciano Sandrone è stato tra i pionieri della zona, ha creduto nel Nebbiolo molto prima che la parola “Barolo” portasse con sé l’immagine di un vino indimenticabile (e costosissimo). La creatura più celebre di Sandrone è il Barolo Cannubi Boschis. Un cru. Oggetto della degustazione era invece l’altro Barolo, Le Vigne, ottenuto da un blend di vari vigneti. Il costo è sugli 80-85 euro a bottiglia in enoteca (non pochissimo).

Il panel (?) contemplava sette annate: 2000, 1999, 1998, 1997, 1996, 1995, 1993. Pozzali e Graziani hanno distribuito ai presenti (una quindicina di appassionati e addetti ai lavori) la loro scheda di valutazione. Pozzali ama da morire le immagini romantiche. Anche nei suoi libri. Per questo, in luogo della solita scheda Ais, comparivano voci curiose come “l’ingresso del vino nel bicchiere”. Che suono fa? Come si muove? Una domanda a cui non puoi rispondere. Per questo, nella scheda, mi sono divertito a buttare là degli aggettivi grulli, tipo “virile”, “timido”, “pavido”. Uno scherzo da dozzina. Chissà se Marco se n’è accorto.

Alla fine, dopo la degustazione dei sette Barolo (a digiuno, attorno alle 12 di mattina), ognuno raccontava le sue impressioni ai colleghi e all’azienda. Un’impostazione passionale, e non ingessata, che mi è piaciuta (Marco e Federico sono bravi, non lo si scopre certo oggi).
Come ho detto a Luciano Sandrone, persona di grande gentilezza e rigore, da queste degustazioni si cerca anzitutto di trarre l’idea di una matrice comune. Si spera cioè che ogni bottiglia sia legata all’altra da una filosofia di fondo, ricollegabile al carattere di chi quel vino lo fa. In quei sette vini ho scorto il carattere di Luciano Sandrone e uno stile condiviso, ben definito, né troppo tradizionale né smodatamente moderno. Probabilmente il mio Barolo della vita somiglia a quello di Giuseppe Rinaldi, ma Sandrone è senz’altro un approdo sicuro (e non anonimo).

Delle sette annate, le più intriganti erano 1993, 1997 e 1999. In quest’ordine. La ’93 era paradigmatica, di vibrante acidità e carattere da vendere. Con ancora molti anni davanti. Portentosa. Il ’97 era il classico Barolo donna, anzi femmina, fatale e morbido, per alcuni quasi troppo (nel senso che mancava di quelle piccole “imperfezioni” solitamente legate ai Barolo indimenticabili). In questo senso il ’99 poteva appagare di più: mancava forse di una progressione definita, col passare dei secondi rimaneva soprattutto l’alcol e non tutto il vestito del vino, ma si rivelava annata viva e scorbutica, di corpo e nerbo. La 2000 e ’98 tradivano una sofferenza data dalle alte temperature dell’annata (soprattutto la 2000). Le ’95 e ’96 hanno diviso: per alcuni non esaltanti, per altri le rivelazioni.

E’ stata una bella esperienza. Da quel giorno ho un posto del cuore in più nelle mie Langhe, di cui non mi stancherò mai di parlare con smisurato affetto.