Articoli marcati con tag ‘Luca Martini’

Pergole Torte 2014 e Barolo Accomasso 2012

Schermata 2020-05-24 alle 19.59.17Ho molta stima di Luca Martini. E’ un amico, è stato sommelier campione del mondo e con la sua distribuzione LM mi ha fatto scoprire un sacco di aziende preziose (di cui parlo spesso in questo blog). Qualche settimana fa abbiamo fatto una diretta Instagram insieme, che ho poi messo anche sul mio canale Youtube. La trovate qui.
Mi capiterà sempre di più di organizzare dirette legate al vino su Instagram (e poi Youtube). Per questo sarò felice se mi seguirete su Instagram e YouTube.
Quel pazzo di Luca mi ha regalato due tra i rossi più preziosi d’Italia: un Pergole Torte 2014, ed è il vino di cui abbiamo parlato durante la diretta, e il Barolo Accomasso 2012, che ho invece bevuto giorni fa con la mia compagna. Che spettacolo! Il primo è, da sempre, uno dei Sangiovese in purezza che più amo (come amo e parecchio il Montevertine, che rappresenta il prodotto intermedio dell’azienda omonima). Il secondo, molto semplicemente, è il mio Barolo preferito con quello del grandissimo Beppe “Citrico” Rinaldi. Mi hanno emozionato, rapito, conquistato. Grazie Luca!

Il fascino di Garay

Schermata 2020-04-12 alle 18.01.11Di Mario Garay ho parlato già un anno fa, o poco meno, su questo blog. Possiede una piccola azienda in Andalusia, a La Palma del Contado. L’ho scoperto grazie a Luca Martini, a cui devo davvero molte dritte. In quell’occasione provai il Luz: mi piacque, ma non mi accese appieno. La recensione la trovate qui.
Ora so che non ero ancora pronto.
Lo scorso gennaio, al Terramira di Capolona, ho bevuto con la mia compagna e un’altra coppia di amici il Negro Roto. E’ un’altra bottiglia di Garay. I suoi vini vengono tutti dal vitigno autoctono bianco Zalema. Ne fa quattro versioni, che differiscono unicamente per l’affinamento (uva e vigneti sono i medesimi). Il Red, che affina in legno di rovere americano. Il Bleu, in legno di rovere francese. Poi ci sono i due azzardi. Il Luz, il primo da me provato, che macera sulle bucce in anfore di argilla per 4 mesi.E poi appunto il Negro Roto, prodotto solo in 600 esemplari, che affina 12 mesi sotto la flor e altri 12 mesi sui lieviti in barrique esauste di rovere americano. Quest’ultimo viene fatto solo quando l’annata permette lo sviluppo della flor.
Quel Negro Roto mi esaltò, e ci esaltò, oltremodo. Un ossidativo mirabile, a un prezzo ridicolo, e io peraltro amo ben poco gli ossidativi (compresi quelli dello Jura, che tanti adorano ma io non del tutto). A quel punto mi sono riavvicinato ai vini di Mario Garay. Mi hanno conquistato tutti: dai più accessibili – ma con enorme personalità – Red e Bleu, al più azzardato Luz. Fino al capolavoro Negro Roto. Provateli: non vi deluderanno.

Sidro ucraino: si può? Si può eccome!

In alto i cuori, in alto i calici: mi sono appena imbattuto in una piccola azienda semplicemente pazza, e oltremodo prodigiosa, di sidri ucraini. Ucraini? Sì, ucraini. Tutto merito di Luca Martini, sommelier ex campione del mondo e (tra le molte cose) importatore di alcuni gioielli. Tipo questo. Ho parlato stamattina con Luca dopo avere provato, ieri, il Perry Cider brut e aver gridato al miracolo. L’aziendIMG_6840a si chiama Berryland. Luca l’ha scoperta quest’anno a Fornovo. “C’era un tipo senza stand, ma con dei campioni”. Il tipo spiega bene a Luca la storia delle mannoproteine del miele, che non hanno bisogno di solforosa perché la sviluppano da sole. Vale lo stesso anche per gli idro-mele, che sono quindi (se ben fatti) prodotti naturalissimi.
L’Ucraina non è certo famosa per le mele, a differenza per esempio di Normandia e Asturie (ma pure molte parti d’Italia). Infatti in Ucraina “il 99% delle mele non è edibile”, mi dice Luca, “ma viene usato per i silati come integrazione per animali, oppure viene data direttamente ai maiali”. Eppure Berryland produce 15 (15!) sidri diversi. La lavorazione? ” La scelta delle mele, la macinatura, la macerazione con le bucce. E poi la pressatura del succo, a sua volta fermentato, raffreddato e quindi rimosso dai sedimenti. Infine l’imbottigliamento e la seconda fermentazione in bottiglia”.
Luca importa alcuni tipi di sidro Berryland. Eccone sette.
Kyei Cider – Residuo zuccherino basso. Le mele vengono dalla zona ovest di Kiev: cinque o sei tipi diversi. Mele molto piccole. Acidità media, prodotto “neutrale”, microclima ideale. Una sorta di prodotto “base”.
Bukovyna Cider brut. Viene fatto con mele che provengono da Bukovyna: una zona vicina alle montagne. Terreni più ricchi, grande escursione termica. Massima maturità, ma anche profumi spiccati grazie alle notti fresche. Grande acidità. Poco residuo zuccherino. Sidro tagliente e profondo.
Apple Cider. E’ fatto solo con mele, a differenza degli altri che hanno sempre una piccola percentuale di pere. Sei varietà di mele differenti da sei regioni diverse. Macerazione più lunga sulle bucce, colore più importante. E’ dunque un sidro macerato: “l’orange cider” dell’azienda. Delizioso.
Calvados Barrels aged Cider brut. Questo sidro è come il precedente Cider cuvee brut 2019, ma viene invecchiato un anno in più e alla fine del processo, prima della seconda fermentazione, viene messo in delle botti importate dalla Normandia dove è stato fatto affinare per 5/10 anni il Calvados. Il legno impregnato dal distillato muta il sidro, un po’ come accade al whisky affinato nelle botti di Sherry o Porto. Se però quelle botti rendono il whisky più “dolce”, qui il sidro acquisisce un tono più austero e più complesso. E’ dunque un prodotto complesso, più orizzontale che verticale.
Perry Cider brut. E’ un sidro fatto con le pere. Quattro tipologie differenti. Le pere sono più dolci delle mele, per questo il Perry risulterà un sidro più estivo, elegante e fruttato. E lascerà sempre una dolcezza data dal naturale residuo zuccherino.
Ice Cider sweet. Avete presente gli Ice Wine (o Eis Wein)? Ecco: siamo da queste parti: crioconcentrazione. Le mele ghiacciate vengono pressate: automaticamente l’acqua si separa dal succo di mele e questo crea una concentrazione naturale del succo. Realizzato alla fine di dicembre. Ha un grande residuo zuccherino e un gusto di mela intensa. “Sidro da meditazione”
La gradazione di questi sidri sta tra i 6-6,5% (Perry) e 7-7.5% (gli altri). I prezzi in enoteca stanno sui 15 euro a bottiglia tranne l’Ice Cider sweet, il più impegnativo sotto tutti i punti di vista (anche il prezzo: sui 30-35). In Ucraina si trovano a prezzi ancora più bassi, ma l’Ucraina è uno stato non membro con embargo. Quindi il prezzo (di poco) sale.
Credetemi: sidri strepitosi!

Riesling Trocken “von der Fels” 2018 – Keller

Schermata 2020-03-18 alle 12.40.01Mi sono imbattuto in un Riesling tedesco strepitoso. E’ opera del grande Klaus Peter Keller, maestro dei Trocken (secchi) nella zona del Rheinessen, teoricamente meno vocata della Saar. Per certi versi Keller sta alla Rheinessen come Egon Muller alla Saar: sono due maestri, e dietro di loro (per fortuna) si è creata una nutrita selva di allievi.
Il capolavoro di Keller è il Riesling G-Max, uno dei vini più cari e mitici del mondo. Io mi sono fermato molto prima, provando uno dei suoi Trocken “base” (si fa per dire). L’ho scoperto grazie a Luca Martini, che li distribuisce in Italia. Si chiama “von der Fels”, annata 2018. Credo che in enoteca si trovi poco sotto i 30 euro.
Vecchie viti e rese estremamente basse: sono alcune delle caratteristiche chiave di Keller. Questo “von der Fals” brilla per una mineralità prodigiosa, che sconfina in una sapidità “totale” e davvero conturbante. Complesso e lungo, con la beva migliore dei Riesling migliori. Purtroppo il Riesling (che sia Francia o Germania) non ha mai solfiti troppo bassi, ma qui siamo dalle parti della naturalità. In breve: un Riesling Trocken irresistibile.

Il pergola 2017 – Giacomo Baraldo

IMG_5997Segnatevi questo nome, sempre che non lo conosciate già: Giacomo Baraldo. Tommas Ino Ciuffoletti, su Intravino, l’ha raccontato molto bene. Siamo a due passi da San Casciano dei Bagni. Baraldo è un gran bel talento. Così Intravino: “Ha iniziato a lavorare ancor prima di finire gli studi e che, se vicinissimo a casa ha fatto una vendemmia a Trinoro, ha poi preso a girare il mondo per vigne e cantine“. Il bar/hotel del paese è della sua famiglia. A Intravino si è raccontato con parole chiare: “Nel 2012, dopo che mi sono laureato, volevo viaggiare. Così, ho rifiutato una bella offerta qua in Italia e sono andato a Bordeaux, nelle Graves, dove sono stato 3 mesi. Sono tornato in Italia, ma ormai avevo preso una strada che mi portava fuori e così sono tornato a Margaux, per poi iniziare la tiritera delle due vendemmie all’anno. Finché non m’è arrivata una chiamata dalla Borgogna, da De Montille, dove avevo già lavorato nel 2014 e 2015, facendo cantina e potatura. Nel 2016 il loro aiuto-enologo stava lasciando l’azienda e così mi hanno chiesto di andare su”. Della Borgogna parla con gratitudine – “lì ho imparato a lavorare coi bianchi, con le fecce, i travasi, le sfecciature, ho imparato ad annusare le botti di rosso” – e gli chiedo di raccontarmi di ogni posto dov’è stato durante, come la chiama lui, la tiritera. La Nuova Zelanda (dove tuttora collabora con l’azienda Greystone, sulle Omihi hills vicino Christchurch), “lì ho imparato a fare i vini come avevo studiato all’università, in modo molto preciso e utilizzando questa tecnica della fermentazione in vigna, che poi ho usato anche qui”. La Patagonia, “beh lì ho imparato a non fare troppo affidamento sugli altri! E a fare delle vinifcazioni a strati, ovvero con grappoli interi e diraspati sovrapposti su più strati … cosa che peraltro ho provato a fare anche qui”. Ripete questa frase per la seconda volta e penso che nel suo caso, parlare di “bagaglio d’esperienza” non sia solo una formula retorica. Chiude il tour tornando a Bordeaux: “anche lì mi sono capitati vini più didattici, ma intanto ho imparato il francese. E non è poco”.
Ho scoperto i suoi vini grazie a Luca Martini e sua sorella Giulia. Luca distribuisce una piccola selezione di grandi vini (naturali) italiani e non solo, tra i quali quel Garay andaluso che vi ho già raccontato e che adoro sempre più nelle sue quattro declinazioni del vitigno Zanema. Baraldo è una scoperta della sorella Giulia, che trovate in sala nell’ottimo ristorante di famiglia “Da Giovanna” ad Arezzo.
Baraldo, con la sua piccola produzione a suo nome, si è fatto notare anzitutto per il suo Sangiovese “Il bossolo”. Fa anche un rosso con altri vitigni rossi, “Il bossoletto”. Le sue vigne vivono in un microclima del tutto particolare, perché sono a pochi metri “dalle antiche vasche in pietra che raccolgono l’acqua delle vicine sorgenti termali. Un’acqua diversa da quella, ad esempio, di Saturnia (che è a base di zolfo) e che raggiunge i 39°, influendo in modo localizzato anche sul microclima del posto”.
Io però mi sono imbattuto in un vino diverso, sempre suo e ancora più prezioso. Per ora trovarlo è quasi impossibile, perché la prima annata (2017) consta di appena 240 bottiglie. E’ un macerato di Pulcinculo in purezza, che è poi uno dei tanti nomi (o comunque un parente strettissimo) di un vitigno altrove chiamato così: greco bianco di Perugia, greco spoletino, pulce, greco gentile, pignoletto, grechetto bianco, uva di San Martino, strozzavolpe. Il macerato di Baraldo si chiama “Il pergola” ed è un macerato di rara eleganza e bella beva, persistente e di carattere, slanciato e per nulla seduto, di grande freschezza e ancor più grande mineralità. A Intravino, prim’ancora di farlo, l’ha raccontato così: “Lungo un costone del Monte Cetona, ad una bella altitudine, metterò una selezione di Pulcinculo fatta da due pergole che sono proprio qui, sotto la piazza, per farci un macerato (a maggio usciranno le prima 240 bottiglie di macerato, 2017, “Il Pergola” ndr)”.
Ve lo consiglio (se lo trovate). E se non lo trovate, bevete qualsiasi cosa di Baraldo: il ragazzo ha talento, rispetto e fantasia.

 

Due gran bei Riesling

IMG_4823Nei giorni scorsi mi sono imbattuto in due Riesling che vi consiglio senza indugio. Il primo l’ho scoperto grazie a Luca Martini, il secondo grazie a Caves de Pyrene. Il primo è il Piesporter Goldtröpfchen di Julian Haart. Mosella. Annata 2017, senza residuo zuccherino. Scopro qualcosa di più  grazie al sito Vinissimus: “Julian Haart proviene da una famiglia di viticoltori di Piesport, nella Mosella Centrale, anche se ha iniziato la sua carriera professionale come cuoco. Dalla cucina è passato al vigneto, sempre accanto alle grandi stelle: ai fornelli, cucinando fianco a fianco di alcuni tra i migliori chef della Germania; in vigna, imparando da maestri del calibro di Heymann-Löwenstein, Emrich-SchönleberEgon Müller o Klaus Peter Keller, con i quali ha lavorato per oltre tre anni. Stabilitosi nel suo paese natale, Piesport, uno dei paesi con la più importante tradizione e storia vinicola della zona, Julian Haart si dedica totalmente alla sua piccola proprietà, 2,5 ettari nel Grosses Gewächs Goldtröpfchen (inclusi 0,7 ettari della parte che riceve il nome di Schubertslay, una sottoselezione di questo appezzamento con un microclima unico e grappoli centenari) e 1,3 ettari nel GG de Ohligsberg. Tutte le sue vigne sono piantate con la nobile varietà di uva riesling su terreni di ardesia decomposta, tipici della Mosella. Il lavoro in vigna segue il metodo tradizionale, a mano, e non prevede l’uso né di erbicidi né di sostanze chimiche, ma ricorre a depositi di acciaio inossidabile e a foudres da 1000 litri di rovere vecchio in cantina. Julian Haart è un uomo di talento, la cui filosofia assomiglia a quella seguita in Borgogna: sin dalla prima annata, il 2011, ricerca sempre l’eleganza e la delicatezza, mantenendo la purezza del frutto e preservando l’acidità propria dell’uva riesling in alcuni dei vini prodotti nella Mosella, vini con gradazioni moderati e che si bevono che è un piacere“.
Il Piesporter Goldtröpfchen 2017 si trova (male) in enoteca sui 35 euro e dai 40 in su al ristorante. E’ uno dei prodotti di punta dell’azienda e non ha residuo zuccherino (ma non c’è scritto in etichetta “Trocken” e differisce anche dal Goldtröpfchen “Kabinett” che costa la metà). Berlo adesso è – va da sé – un peccato, ma la bevibilità è prodigiosa. Molto fresco, bella mineralità, dritto e tagliente ma al contempo elegante. Si intuisce che negli anni evolverà assai bene, sempre ammesso che qualcuno tra voi riuscirà a non berlo subito.
IMG_4928L’altro Riesling è il Nature 2017 di Kumpf & Meyer. Stavolta siamo in Alsazia. Sempre niente residuo zuccherino. In enoteca lo trovate (male) attorno ai 15 euro, che è un prezzo oltremodo vantaggioso per uno dei Riesling che più mi ha colpito negli ultimi tempi. Minerale come pochi, elegantissimo e con una polpa vivida e inattesa di pesca gialla (anzi proprio bianca) che esalta ancora di più la mirabile beva. L’ho semplicemente adorato. Leggo da Bottegha.it: “La sua idea: vini tesi e minerali, espressione del terroir, dalla grande beva e che non lasciano nessuno spazio a zuccheri residui. 16 ettari di proprietà, tutti frammentati come da migliore tradizione alsaziana. Tanti terroir diversi ed altrettante microvinificazioni. Un’azienda giovane con un futuro radioso. Vino Bianco Da viti piantate su terreni argillocalcarei con un rendimento di 45 hl/ha. Fermenta per circa 10 mesi in botte da 40 ettolitri”. E poi da Wineyou: “Domaine Kumpf et Meyer si trova vicino alla città Rosheim, lungo la famosa strada del vino alsaziana. Nata dall’unione di due storcihe famiglie alsaziane che producevano vino oggi è gestita da Julien Albertus che è il cuore pulsante e pensante del Domaine con uno sguardo sempre proiettato al futuro e con nuove idee in testa. Juliene ha convertito al biologico i suoi 16 ettari di vigneto piantati principalmente a Riesling e poi a Pinot Bianco, Auxerrois e Pinot Nero. Come nella migliore tradizione alsaziana i vigneti sono frammentati in modo da avere tanti terroir diversi e altrettante microvinificazioni. Sono infatti più di trenta le cuveeè che ogni anno Kumpf et Meyer produce tra cui spiccano i due Grand Cru Bruderthal e Westerberg. I vini di Julien sono tesi e minerali, autentica espressione del terroir, dalla beva facile e senza zuccheri residui“.
Il Nature 2017 è il loro “base”. Ed è un Riesling glou glou (con potenziale enorme) da cortei e da torcida. Provatelo, provateli.

Beaujolais Vignes Centenaires Beaujolais-Villages 2016 – Clotaire Michal

IMG_9237Chissà perché non scrivo più di vino, anche se continuo a berlo e a berlo bene. Occorre che, prima o poi, ponga rimedio sul serio. Meno politica, più vino: non solo nel privato, ché quello accade già da sempre, ma pure nel pubblico. Cioè nel lavoro. Cioè anche qui.
Comunque.
Ieri sera son tornato dall’Inghilterra. Ho visto Hinckley, e dunque la Triumph, e poi Cambridge, e quindi anche e soprattutto Syd Barrett. Ero stanco morto, pile finite e la Mesmeric Lady era tornata pure lei alla base dopo i nostri giorni nelle Midlands britanniche. Corro qualche chilometrico, giusto per non sentirmi in colpa dei tre giorni senza jogging nel Regno Unito, e appronto (cazzo di parola è, “appronto”?) una cena frugale. Serve un vino. Mi torna alla mente un rosso anomalo, quindi adatto a uno come me che al 90% beve bianchi. E’ un Beaujolais e dunque un Gamay. Vino e vitigno di cui in Italia si conosce più che altro la versione Nouveau, ovvero – brutalizzando – il “novello”. Ricordo che, una volta, Berlusconi definì il marginalissimo calciatore Ibou Ba come “una bella bottiglia di Beaujolais frizzante“. E già questo basta per tumulare in eterno la versione novello (anche se ne conosco di discrete).
La bottiglia che ho aperto ieri è una mirabile Vignes Centenaires, annata 2016, di Michal Clotaire. L’ho presa un anno fa all’Only Wine di Città di Castello. Di quella giornata ricordo non pochi stivali femminili meravigliosamente ben portati, due dei quali giusto accanto a me, fondamenta fascinose di un’amica non certo meno sensuale. Anche se non sembra, e pur circondato da siffatte esplosioni di femminea bellezza, ricordo bene anche alcuni vini lì scoperti. Tipo questo. Merito di Luca Martini, sommelier aretino di giusta fama mondiale, che al suo banco aveva questi Gamay sublimi e alcuni Riesling della Mosella che saccheggiai con cupidigia. Martini racconta così il suo amico francese: “Dal 2008 al 2012, Clotaire produce St. Joseph da uve Syrah ma non è pienamente soddisfatto della sua terra ,della sua vita. Nel 2013 compra una proprietà a sud di Broilly, precisamente a St Etienne la Varenne, in un posto baciato da dio. Lui lo chiama il suo “diamante grezzo” io ho visto e sentito l’energia che questo fazzoletto di terra di 3,5 ettari può donare. Esposizione a sud, vigne vecchie o meglio… più di un secolo sono la partenza che ha fatto scattare questa nuova avventura. Un’avventura che parla di rispetto, di fermentazioni a grappolo intero ,di solforose bassissime e interazione tra legno (vecchio) ed acciaio di grande lavoro in vigna e rispetto in cantina ..come dice Clotaire il vino lo fa il lavoro in vigna“. Credo costi sui 30 euro, forse meno ma non credo.
E adesso torno alla bottiglia bevuta ieri. Prodigiosa, di quel prodigio verticale che poggia quasi tutto su acidità e sapidità. Alcolicità contenuta (12.5 gradi), elegante e persistente, lampone croccante e spezie garbate, su tutte il pepe. Una nota balsamica e una bevibilità suprema, infatti la bottiglia è quasi finita (che è sempre il segnale più inequivocabile in merito alla bontà o meno di un vino).
Da tutto ciò ne conseguono, a cascata, alcune riflessioni. 1. Durante queste feste, ma più che altro durante questi anni di silenzio, tanti (gran) vini potevo ben recensirli. 2. Luca Martini mi ha dato una bella dritta: thank you, man. 3. Only Wine è una rassegna a cui sono legato e quest’anno ci inventeremo probabilmente un mio intervento ad hoc. 4. Il Gamay, non per nulla ritenuto da alcuni un “piccolo Pinot Noir“, a volte sa essere un vino sexy. Tipo certi Champagne Blanc de Blancs. Quello di ieri lo era. 5. Spero che, da queste parti, ci vedremo più spesso.