Articoli marcati con tag ‘Luca Martini’

Due gran bei Riesling

IMG_4823Nei giorni scorsi mi sono imbattuto in due Riesling che vi consiglio senza indugio. Il primo l’ho scoperto grazie a Luca Martini, il secondo grazie a Caves de Pyrene. Il primo è il Piesporter Goldtröpfchen di Julian Haart. Mosella. Annata 2017, senza residuo zuccherino. Scopro qualcosa di più  grazie al sito Vinissimus: “Julian Haart proviene da una famiglia di viticoltori di Piesport, nella Mosella Centrale, anche se ha iniziato la sua carriera professionale come cuoco. Dalla cucina è passato al vigneto, sempre accanto alle grandi stelle: ai fornelli, cucinando fianco a fianco di alcuni tra i migliori chef della Germania; in vigna, imparando da maestri del calibro di Heymann-Löwenstein, Emrich-SchönleberEgon Müller o Klaus Peter Keller, con i quali ha lavorato per oltre tre anni. Stabilitosi nel suo paese natale, Piesport, uno dei paesi con la più importante tradizione e storia vinicola della zona, Julian Haart si dedica totalmente alla sua piccola proprietà, 2,5 ettari nel Grosses Gewächs Goldtröpfchen (inclusi 0,7 ettari della parte che riceve il nome di Schubertslay, una sottoselezione di questo appezzamento con un microclima unico e grappoli centenari) e 1,3 ettari nel GG de Ohligsberg. Tutte le sue vigne sono piantate con la nobile varietà di uva riesling su terreni di ardesia decomposta, tipici della Mosella. Il lavoro in vigna segue il metodo tradizionale, a mano, e non prevede l’uso né di erbicidi né di sostanze chimiche, ma ricorre a depositi di acciaio inossidabile e a foudres da 1000 litri di rovere vecchio in cantina. Julian Haart è un uomo di talento, la cui filosofia assomiglia a quella seguita in Borgogna: sin dalla prima annata, il 2011, ricerca sempre l’eleganza e la delicatezza, mantenendo la purezza del frutto e preservando l’acidità propria dell’uva riesling in alcuni dei vini prodotti nella Mosella, vini con gradazioni moderati e che si bevono che è un piacere“.
Il Piesporter Goldtröpfchen 2017 si trova (male) in enoteca sui 35 euro e dai 40 in su al ristorante. E’ uno dei prodotti di punta dell’azienda e non ha residuo zuccherino (ma non c’è scritto in etichetta “Trocken” e differisce anche dal Goldtröpfchen “Kabinett” che costa la metà). Berlo adesso è – va da sé – un peccato, ma la bevibilità è prodigiosa. Molto fresco, bella mineralità, dritto e tagliente ma al contempo elegante. Si intuisce che negli anni evolverà assai bene, sempre ammesso che qualcuno tra voi riuscirà a non berlo subito.
IMG_4928L’altro Riesling è il Nature 2017 di Kumpf & Meyer. Stavolta siamo in Alsazia. Sempre niente residuo zuccherino. In enoteca lo trovate (male) attorno ai 15 euro, che è un prezzo oltremodo vantaggioso per uno dei Riesling che più mi ha colpito negli ultimi tempi. Minerale come pochi, elegantissimo e con una polpa vivida e inattesa di pesca gialla (anzi proprio bianca) che esalta ancora di più la mirabile beva. L’ho semplicemente adorato. Leggo da Bottegha.it: “La sua idea: vini tesi e minerali, espressione del terroir, dalla grande beva e che non lasciano nessuno spazio a zuccheri residui. 16 ettari di proprietà, tutti frammentati come da migliore tradizione alsaziana. Tanti terroir diversi ed altrettante microvinificazioni. Un’azienda giovane con un futuro radioso. Vino Bianco Da viti piantate su terreni argillocalcarei con un rendimento di 45 hl/ha. Fermenta per circa 10 mesi in botte da 40 ettolitri”. E poi da Wineyou: “Domaine Kumpf et Meyer si trova vicino alla città Rosheim, lungo la famosa strada del vino alsaziana. Nata dall’unione di due storcihe famiglie alsaziane che producevano vino oggi è gestita da Julien Albertus che è il cuore pulsante e pensante del Domaine con uno sguardo sempre proiettato al futuro e con nuove idee in testa. Juliene ha convertito al biologico i suoi 16 ettari di vigneto piantati principalmente a Riesling e poi a Pinot Bianco, Auxerrois e Pinot Nero. Come nella migliore tradizione alsaziana i vigneti sono frammentati in modo da avere tanti terroir diversi e altrettante microvinificazioni. Sono infatti più di trenta le cuveeè che ogni anno Kumpf et Meyer produce tra cui spiccano i due Grand Cru Bruderthal e Westerberg. I vini di Julien sono tesi e minerali, autentica espressione del terroir, dalla beva facile e senza zuccheri residui“.
Il Nature 2017 è il loro “base”. Ed è un Riesling glou glou (con potenziale enorme) da cortei e da torcida. Provatelo, provateli.

Beaujolais Vignes Centenaires Beaujolais-Villages 2016 – Clotaire Michal

IMG_9237Chissà perché non scrivo più di vino, anche se continuo a berlo e a berlo bene. Occorre che, prima o poi, ponga rimedio sul serio. Meno politica, più vino: non solo nel privato, ché quello accade già da sempre, ma pure nel pubblico. Cioè nel lavoro. Cioè anche qui.
Comunque.
Ieri sera son tornato dall’Inghilterra. Ho visto Hinckley, e dunque la Triumph, e poi Cambridge, e quindi anche e soprattutto Syd Barrett. Ero stanco morto, pile finite e la Mesmeric Lady era tornata pure lei alla base dopo i nostri giorni nelle Midlands britanniche. Corro qualche chilometrico, giusto per non sentirmi in colpa dei tre giorni senza jogging nel Regno Unito, e appronto (cazzo di parola è, “appronto”?) una cena frugale. Serve un vino. Mi torna alla mente un rosso anomalo, quindi adatto a uno come me che al 90% beve bianchi. E’ un Beaujolais e dunque un Gamay. Vino e vitigno di cui in Italia si conosce più che altro la versione Nouveau, ovvero – brutalizzando – il “novello”. Ricordo che, una volta, Berlusconi definì il marginalissimo calciatore Ibou Ba come “una bella bottiglia di Beaujolais frizzante“. E già questo basta per tumulare in eterno la versione novello (anche se ne conosco di discrete).
La bottiglia che ho aperto ieri è una mirabile Vignes Centenaires, annata 2016, di Michal Clotaire. L’ho presa un anno fa all’Only Wine di Città di Castello. Di quella giornata ricordo non pochi stivali femminili meravigliosamente ben portati, due dei quali giusto accanto a me, fondamenta fascinose di un’amica non certo meno sensuale. Anche se non sembra, e pur circondato da siffatte esplosioni di femminea bellezza, ricordo bene anche alcuni vini lì scoperti. Tipo questo. Merito di Luca Martini, sommelier aretino di giusta fama mondiale, che al suo banco aveva questi Gamay sublimi e alcuni Riesling della Mosella che saccheggiai con cupidigia. Martini racconta così il suo amico francese: “Dal 2008 al 2012, Clotaire produce St. Joseph da uve Syrah ma non è pienamente soddisfatto della sua terra ,della sua vita. Nel 2013 compra una proprietà a sud di Broilly, precisamente a St Etienne la Varenne, in un posto baciato da dio. Lui lo chiama il suo “diamante grezzo” io ho visto e sentito l’energia che questo fazzoletto di terra di 3,5 ettari può donare. Esposizione a sud, vigne vecchie o meglio… più di un secolo sono la partenza che ha fatto scattare questa nuova avventura. Un’avventura che parla di rispetto, di fermentazioni a grappolo intero ,di solforose bassissime e interazione tra legno (vecchio) ed acciaio di grande lavoro in vigna e rispetto in cantina ..come dice Clotaire il vino lo fa il lavoro in vigna“. Credo costi sui 30 euro, forse meno ma non credo.
E adesso torno alla bottiglia bevuta ieri. Prodigiosa, di quel prodigio verticale che poggia quasi tutto su acidità e sapidità. Alcolicità contenuta (12.5 gradi), elegante e persistente, lampone croccante e spezie garbate, su tutte il pepe. Una nota balsamica e una bevibilità suprema, infatti la bottiglia è quasi finita (che è sempre il segnale più inequivocabile in merito alla bontà o meno di un vino).
Da tutto ciò ne conseguono, a cascata, alcune riflessioni. 1. Durante queste feste, ma più che altro durante questi anni di silenzio, tanti (gran) vini potevo ben recensirli. 2. Luca Martini mi ha dato una bella dritta: thank you, man. 3. Only Wine è una rassegna a cui sono legato e quest’anno ci inventeremo probabilmente un mio intervento ad hoc. 4. Il Gamay, non per nulla ritenuto da alcuni un “piccolo Pinot Noir“, a volte sa essere un vino sexy. Tipo certi Champagne Blanc de Blancs. Quello di ieri lo era. 5. Spero che, da queste parti, ci vedremo più spesso.