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Locanda Manthonè

Mi preparo a un’altra settimana a tutta velocità. L’ultima del 2010. Poi, dal 6 dicembre, andrò in letargo un mese e ricaricherò le pile. Ho mantenuto ritmi devastanti.
Ovviamente, anche a dicembre, continuerò a scrivere nei tre blog.
Mercoledì sera parteciperò alla degustazione di 3 moscati (Ca’ d Gal, Cerruti, Saracco) alla Compagnia del Taglio di Modena.
Giovedì sarò l’ospite d’onore (?) alla cena Ais della delegazione di Lodi.
Venerdì presenterò alle 18 l’ultimo libro di Vauro, Farabutto, al Circolo dei Lettori di Torino (un incontro ad alto tasso di criminosità). Poi, a cena, farò una fuga in Langa, dove ci sarà una mattanza inusitata di formaggi e vino dall’amico Pistone, con i sodali Ezio Cerruti, Federico Ferrero e il re dei tajarin talebani Musso.
Infine, sabato presenterò il libro nell’enoeca centrale Tredicigradi di Luserna San Giovanni (ore 17.30).
Ricordàti – anzitutto a me stesso – i miei impegni, e aggiunto che a Lodi c’è il tutto esaurito da settimane mentre a Luserna San Giovanni c’è ancora posto, mi piace fare un accenno alla serata di venerdì scorso.
A Pescara, dove ho ritirato il Premio Abruzzo Wine, è stata una splendida serata. Mi sono presentato, in maniera inaccettabile, nel Palazzo Comunale con la mia Tavira. C’era un sacco di gente e il contesto non era adattissimo ai cani. Ma Tavira è brava, figa e meravigliosa. Infatti alla fine era assurta (?) a mascotte di tutti.
Tra i tanti produttori c’era anche Francesco Valentini. Mi ha stretto la mano, sorridendo. Entrambi un po’ imbarazzati. Credo che il “caso” nato dopo il libro sia stato uno dei più grandi nulla del mondo. Avendo di lui, e del suo lavoro, grande stima, sono felice che questo gigantesco malinteso – alimentato pateticamente da qualche trombone che non ha più nulla da dire, eppure continua a dirlo (e sempre male) – sia finito. Al prossimo brindisi, Francesco. E rileggiti, oggi serenamente, quel capitolo. E’ uno dei più belli del libro e non so se altri ti dedicheranno mai pagine così sinceramente vibranti. Lo riscriverei identico e lo sai.
La cena si è svolta alla Locanda Manthonè di Luca Panunzio, un pazzo scatenato che avevo conosciuto la settimana precedente per il convegno Qualità Abruzzo. La sua osteria è nella guida slowfood e comincio a conoscerne tante in Abruzzo: Villa Maiella (da poco stellata Michelin), Taverna de li Caldora, Beccaceci. Posti strepitosi. Locanda Manthonè non fa eccezione.
Della cena, protrattasi piacevolmente tra ospiti illustri, sorsi di Kurni Oasi degli Angeli, rossi come si deve di Torre dei Beati e una bella Ribolla Gialla di Venica & Venica, ricordo tutto. Anche il Trebbiano d’Abruzzo 2005 di Valentini, un bianco pazzesco da commuoversi. Da commuoversi (per me i Valentini sono anzitutto bianchisti, con buona pace di chi pensa il contrario).
Ma ricordo soprattutto un piatto perfetto. Era buono tutto, okay. E io, si sa, non mangio carne (e neanche dolci: che due palle, Scanzi). Era tutto buono, davvero. Ma quell’antipasto, cacigni con fagioli tondini del Tavo e peperoni dolci croccanti, era la Perfezione. Madre misericordiosa, che portento. Un piatto da gridare al miracolo. Un capolavoro incredibile. Così semplice, così territoriale. Così geniale. I cacigni, per la cronaca, sono un’erba spontanea che cresce nelle campagne abruzzesi. Il resto d’Italia la chiama tarassaco.
Se andate da Luca Panunzio (foto), provatelo. E’ un posto – e un pasto – che non tradisce. Mai.
Il mio amore per l’Abruzzo cresce sempre di più. Che terra intatta e dolorosa. Splendida. Come il pranzo, il giorno dopo, con la famiglia Graziani a Teramo. La Teramo di Ivan, il grande Ivan. Conoscerli è stato come chiudere un cerchio, aperto quando da piccolo ascoltavo Pigro sul vinile.
Tutto perfetto, come Tavira (“lei è la numero uno“, l’ha battezzata Panunzio a fine serata). Tutto giusto, a parte la locanda slowfood che avevo scelto. Villa del Pavone, a Pescara. Pulita, prezzi onesti, carina. Okay. Se però mi dici che accetti i cani, e poi smusi quando vedi il cane perché è troppo grande (troppo grande rispetto a chi? A un carlino lillipuziano?), allora mi piaci meno. Allora io mi inalbero. Non poteva fare i bisogni fuori (che avrei ripulito, ovviamente). Non poteva stare libera neanche cinque secondi. E la padrona di casa aveva un senso dell’ospitalità non esattamente pronunciato. Bocciati.
Pazienza. L’incanto della due giorni resta. Come la neve, poco distante, a far da vestito al Gran Sasso.