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Josko Gravner (Il Fatto Quotidiano)

“I miei vini capiscono benissimo chi hanno davanti. E si comportano di conseguenza. Se chi li beve è diffidente, si chiudono”. Josko Gravner è un filosofo applicato alla vite. Un contadino senza tivù, che legge molto e, quando va al ristorante, si porta il vino da casa. “Ormai è l’unico che bevo. Sono stato in California nell’87 e ho capito cosa non volevo fare nella vita. Ho sbagliato e sbagliato. Col tempo ho imparato a fare vino per me stesso. Mezzo chilo a vite, 25-30mila bottiglie l’anno quando potrebbero essere almeno il doppio. Io so che è buono: poi può piacere o no, ma riflette la mia vita”.
Oslavia, due passi dal confine sloveno. Terroir di vino e guerra, un ossario con 60mila morti e i vigneti che sputano ancora proiettili e granate dalla Grande Guerra. La casa di Josko, quasi invalicabile “perché spesso chi viene qui desidera solo vedere da vicino ‘il matto’”, è tra le poche rimaste in piedi dopo il primo conflitto mondiale. Fungeva da infermeria. Josko ha occhi timidi, sguardo vigile e modi antichi. Ha rivoluzionato il mondo del vino, attingendo da biologico e biodinamico senza legarsi a nessuno. Ha seminato come un eretico troppo avanti, persino per se stesso, e il cruccio è non avere eredi. In tanti lo imitano, in pochi gli somigliano, nessuno lo eguaglia. “Il contadino è solitario per vocazione. Individualista, come lo scalatore: qualsiasi compagno ti appesantisce se vuoi arrivare alla cima. Il vino è sacrificio. L’unica evoluzione è tornare indietro”. Ovvero lavorare a scomparsa, come lo scrittore che antepone al virtuosismo il minimalismo. I vigneti coi nidi di cinciallegre, i lieviti indigeni, di barrique neanche a parlarne. “Il vino buono è come l’acqua pulita, va cercato alla sorgente e non alla foce”. Unica deroga, lo zolfo: “L’uomo lo usa da 2000 anni. Ho provato, ma non ci si può rinunciare. Il naturale processo di evoluzione dell’uva non è il vino ma l’aceto: la solforosa, in piccole dosi, lo modifica”.
Il sancta sanctorum di Gravner, utopista radicale frainteso per burbero, è una cantina disadorna dove tutto ha la sua funzione (anche le ragnatele), che si sublima nella cripta delle anfore. Quaranta, di terracotta, interrate. Sembrano gli involucri di Cocoon: generatori di vita che – al contrario del film – incentivano l’invecchiamento. “Anatolia, Mesopotamia, Caucaso: il vino è nato lì. E nell’antichità si usavano le anfore. Il recipiente che permette di non perdere contatto con la terra. Le faccio costruire nel Caucaso dal 2001: le mie annate precedenti non mi somigliano”.
L’anfora è l’utero. “Dopo nove mesi, e adesso un anno, il vino deve nascere. Come un bambino. La botte grande rappresenta la successiva educazione”. I vini, che Josko si premura di far degustare in ciotole di vetro che esasperino la percezione tattile, non vanno sul mercato prima di 7 anni. “Un numero magico, il periodo lungo il quale l’uomo sostituisce tutte le proprie cellule”.
Più di qualsiasi altro esponente dei “vini veri” o “naturali”, Gravner insegue un’idea ancestrale di enologia. Produce vino come una opera d’arte spontanea che, suo malgrado, per reiterarsi ha bisogno dell’uomo. L’annata botritizzata 2008, impreziosita dalla muffa nobile, non verrà mai venduta. Riposa in una botte. “E’ l’ultima vendemmia fatta con mio figlio Miha”. Scomparso nel 2009 in un incidente. Josko ne parla con rispetto immacolato, come una guida immanente che veglia discreta sul viaggio a ritroso del padre.
La lunga macerazione a cui sono sottoposti i bianchi, inevitabilmente celebri, li rende antitetici al gusto omologato. A partire dalla Ribolla Gialla (30 euro più Iva in enoteca). Persistente, dotata di tannino e struttura. Stupefacente sin dal colore. L’anfora ne esaspera la “stranezza”. Può spiazzare. Eppure, in questo cavaliere solitario di un’Apocalisse morbida, che scorteccia credenze e finzioni, c’è un rigore che scuote. Un candore che ammalia. E una diversità così ostinatamente inseguita, da apparire miracolosamente salva.

(Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2012. Uno degli incontri più intensi e teneri del mio peregrinare. Avrei potuto scrivere molto di più, ma certe cose mi piace tenerle tutte per me)