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Barba Toni (Orio Canavese)

Ho appena terminato una settimana molto intensa, che mi ha visto globetrotterare tra San Giusto Canavese, Milano, Colleretto Giacosa, Roma e Parigi. In sei giorni. O comincio a drogarmi, e al momento non ho voglia, o rallento. Bah.
Non molto da dichiarare sul piano enogastronomico, al di là di un assai dignitoso Barolo Sarmassa 2007. L’ho bevuto a Milano, con Perfect39. Ve lo consiglio, ha stile e bevibilità, tutto al posto giusto senza compiacere o inseguire stranezze frivole. Nella mia top 3 dei Barolo non c’entra, nella top 10 sì.
Ora però voglio parlarvi di uno slowfood. Mercoledì scorso mi trovavo a San Giusto Canavese per un reportage su Centovetrine. Il Canavese è senz’altro luogo da scoprire, ma non ti travolge per allegria. Soprattutto di gennaio, con nebbia e freddo.
Dopo una giornata di viaggi e lavoro, digiuno e non poco stanco, ho consultato la guida Slow Food. Il luogo più vicino era Barba Toni, Orio Canavese (To), segnalato in particolare per i grandi formaggi (che non ho mangiato) e il vino (ho provato un Erbaluce di Caluso Fiordighiaccio 2010, poco più di 10 euro, senza infamia e senza lode).
Barba Toni è una cascina di fine Ottocentro, nel centro di Orio Canavese. Quando sono arrivato io, non c’era nessuno. Neanche dopo.
Ero così stanco che ho sbagliato la porta d’ingresso, tentando di entrare dalla cucina – e uscendo, non per colpa del (poco) bere, ho scambiato la porta d’uscita per quella del bagno. La mia imbranataggine tocca livelli siderali, ormai.
E’ un bel locale. La carta dei vini è buona, ma può migliorare. Mi ha ricordato quella di un appassionato che vorrebbe osare, ma se ne vergogna ancora un po’.
Il servizio è garbato, pure troppo: capisco che ero solo, ma non c’è bisogno di controllare sette volte al minuto se ho finito di mangiare (come faceva la signora Sara, credo moglie del cuoco Alain Zanolo e proprietaria).
Davvero di pregio la cucina, in particolare il risotto carnaroli bio con pistilli di zafferano e liquirizia.
Un vegetariano parte svantaggiato, perché è quasi tutto (troppo) carne, e nel Canavese hanno poi questa fissa – inaccettabile – per il coniglio. Ma le cose da provare c’erano, dal flan di asparagi con fonduta di toma al carrello dei formaggi (e il riso, ripeto, era davvero buono). Pane fatto in casa. Giusto il rapporto qualità/prezzo.
All’uscita, lo chef mi ha raccontato di come molti “magnati” vogliano portare il locale all’estero. In Svizzera, in particolare. Di sicuro il locale sarebbe sempre pieno, a Ginevra o Zurigo. C’era però in lui l’amore per il luogo e l’ostinazione appassionata di difendere e valorizzare un territorio che contempla vanti e perle.
Se vi capita, provatelo.