Luz – Garay

IMG_4958La Palma del Contado, provincia di Huelva. Andalusia, Spagna. E’ qui che opera Mario Garay. Famiglia di viticoltori. Mario ha fondato l’azienda nel 2013. Prima conferiva le uve ad altre aziende, ma non gli piaceva il prodotto finale e quindi s’è messo in proprio per valorizzarle appieno. Cinque ettari in espansione, vigne di oltre 50 anni d’età a 150 metri sul livello del mare, vitigno cardine Zalema. Un’uva a bacca bianca, che Garay declina in vari modi a seconda del tipo di affinamento. Il Red in legno di rovere americano, il Blue in legno di rovere francese, il Negro Roto sotto la flor e poi barrique americano. Io ho provato il quarto: si chiama Luz. 1200 bottiglie prodotte, la mia era la 175. Ne ho prese tre da Luca Martini, che le distribuisce in Italia. Il Luz viene ottenuto secondo l’antico metodo ancestrale, poi pressato e fermentato in anfore di argilla dove macera sulle bucce per 4 mesi in anfore da 1000 litri. E’ quindi un orange wine. Il colore, dice elegiacamente Mario Garay, “è come i tramonti sui nostri vigneti a La Palma del Contado“. Costo non esoso, sui 15 euro in enoteca.
L’ho provato qualche sera fa. Non brilla in freschezza e inizialmente si presenta seduto. Quasi statico. Meglio come aroma di bocca che all’entrata, è certo persistente e di carattere. Iodato, con note di albicocca. Speziato. Migliora con il passare dei minuti e il giorno dopo, se vi è avanzato, appare più risolto ed elegante. Non brilla in facilità di beva e non va bevuto freddo, come – e più – vale per qualsiasi orange wine “strong” come questo. Più particolare che pienamente riuscito. Però ve lo consiglio, anche “solo” per bere un angolo inconsueto di Andalusia.

Due gran bei Riesling

IMG_4823Nei giorni scorsi mi sono imbattuto in due Riesling che vi consiglio senza indugio. Il primo l’ho scoperto grazie a Luca Martini, il secondo grazie a Caves de Pyrene. Il primo è il Piesporter Goldtröpfchen di Julian Haart. Mosella. Annata 2017, senza residuo zuccherino. Scopro qualcosa di più  grazie al sito Vinissimus: “Julian Haart proviene da una famiglia di viticoltori di Piesport, nella Mosella Centrale, anche se ha iniziato la sua carriera professionale come cuoco. Dalla cucina è passato al vigneto, sempre accanto alle grandi stelle: ai fornelli, cucinando fianco a fianco di alcuni tra i migliori chef della Germania; in vigna, imparando da maestri del calibro di Heymann-Löwenstein, Emrich-SchönleberEgon Müller o Klaus Peter Keller, con i quali ha lavorato per oltre tre anni. Stabilitosi nel suo paese natale, Piesport, uno dei paesi con la più importante tradizione e storia vinicola della zona, Julian Haart si dedica totalmente alla sua piccola proprietà, 2,5 ettari nel Grosses Gewächs Goldtröpfchen (inclusi 0,7 ettari della parte che riceve il nome di Schubertslay, una sottoselezione di questo appezzamento con un microclima unico e grappoli centenari) e 1,3 ettari nel GG de Ohligsberg. Tutte le sue vigne sono piantate con la nobile varietà di uva riesling su terreni di ardesia decomposta, tipici della Mosella. Il lavoro in vigna segue il metodo tradizionale, a mano, e non prevede l’uso né di erbicidi né di sostanze chimiche, ma ricorre a depositi di acciaio inossidabile e a foudres da 1000 litri di rovere vecchio in cantina. Julian Haart è un uomo di talento, la cui filosofia assomiglia a quella seguita in Borgogna: sin dalla prima annata, il 2011, ricerca sempre l’eleganza e la delicatezza, mantenendo la purezza del frutto e preservando l’acidità propria dell’uva riesling in alcuni dei vini prodotti nella Mosella, vini con gradazioni moderati e che si bevono che è un piacere“.
Il Piesporter Goldtröpfchen 2017 si trova (male) in enoteca sui 35 euro e dai 40 in su al ristorante. E’ uno dei prodotti di punta dell’azienda e non ha residuo zuccherino (ma non c’è scritto in etichetta “Trocken” e differisce anche dal Goldtröpfchen “Kabinett” che costa la metà). Berlo adesso è – va da sé – un peccato, ma la bevibilità è prodigiosa. Molto fresco, bella mineralità, dritto e tagliente ma al contempo elegante. Si intuisce che negli anni evolverà assai bene, sempre ammesso che qualcuno tra voi riuscirà a non berlo subito.
IMG_4928L’altro Riesling è il Nature 2017 di Kumpf & Meyer. Stavolta siamo in Alsazia. Sempre niente residuo zuccherino. In enoteca lo trovate (male) attorno ai 15 euro, che è un prezzo oltremodo vantaggioso per uno dei Riesling che più mi ha colpito negli ultimi tempi. Minerale come pochi, elegantissimo e con una polpa vivida e inattesa di pesca gialla (anzi proprio bianca) che esalta ancora di più la mirabile beva. L’ho semplicemente adorato. Leggo da Bottegha.it: “La sua idea: vini tesi e minerali, espressione del terroir, dalla grande beva e che non lasciano nessuno spazio a zuccheri residui. 16 ettari di proprietà, tutti frammentati come da migliore tradizione alsaziana. Tanti terroir diversi ed altrettante microvinificazioni. Un’azienda giovane con un futuro radioso. Vino Bianco Da viti piantate su terreni argillocalcarei con un rendimento di 45 hl/ha. Fermenta per circa 10 mesi in botte da 40 ettolitri”. E poi da Wineyou: “Domaine Kumpf et Meyer si trova vicino alla città Rosheim, lungo la famosa strada del vino alsaziana. Nata dall’unione di due storcihe famiglie alsaziane che producevano vino oggi è gestita da Julien Albertus che è il cuore pulsante e pensante del Domaine con uno sguardo sempre proiettato al futuro e con nuove idee in testa. Juliene ha convertito al biologico i suoi 16 ettari di vigneto piantati principalmente a Riesling e poi a Pinot Bianco, Auxerrois e Pinot Nero. Come nella migliore tradizione alsaziana i vigneti sono frammentati in modo da avere tanti terroir diversi e altrettante microvinificazioni. Sono infatti più di trenta le cuveeè che ogni anno Kumpf et Meyer produce tra cui spiccano i due Grand Cru Bruderthal e Westerberg. I vini di Julien sono tesi e minerali, autentica espressione del terroir, dalla beva facile e senza zuccheri residui“.
Il Nature 2017 è il loro “base”. Ed è un Riesling glou glou (con potenziale enorme) da cortei e da torcida. Provatelo, provateli.

Premio “Il vino spiegato bene”

Schermata 2019-04-29 alle 12.36.45Ieri sono intervenuto al Festival Only Wine di Città di Castello con un monologo dedicato al buon bere. A fine evento, in maniera del tutto inaspettata, ho ricevuto un premio per la mia attività divulgativa legata al mondo del vino. Mi ha fatto molto piacere e condivido la motivazione con tutti voi. Viva!  “Ad Andrea Scanzi conferiamo il premio “Il vino spiegato bene”, per la straordinaria capacità di rendere accessibile il racconto del vino, aprendolo ad una vasta platea di appassionati, attraverso un linguaggio chiaro e a una narrazione intrigante. Per aver contribuito in maniera determinante ad ampliare il “discorso intorno al vino”, sottraendolo ad una comunicazione verticale e troppo spesso autoreferenziale, offrendo strumenti di lettura innovativi e coinvolgenti.”

Barbagianna 2017 – Bragagni

IMG_9699Due sere fa sono stato all’Enoteca Naturale a Milano. Sui Navigli. E’ un posto delizioso, nel palazzo di Emergency. Semplice, appassionato e con tanti vini naturali. A un certo punto, nella mia bella progressione, mi sono imbattuto in questo Barbagianna. Azienda agricola Bragagni (Andrea).Vino bianco, annata 2017. In rete si trova a 15 euro o giù di lì.
L’ho trovato meraviglioso.
E’ un uvaggio di Famoso e Trebbiano. Il Famoso vinificato in bianco, il Trebbiano macera sulle bucce per 20 giorni. I due vitigni – leggo dalle poche descrizioni reperibili – “affinano insieme in botti grandi di legno per circa 8 mesi. Ulteriori 6 mesi di affinamento in bottiglia prima della commercializzazione”.
Mi hanno colpito due cose. La prima è il naso, che ha quell’aroma sporco e sgarbato di legno vecchio, sottobosco e un che di feccino. Detta così sembra una cosa brutta, e per qualcuno lo è, ma – forse per un effetto madeleine proustiano – i vini così mi colpiscono quasi sempre in positivo. Ovviamente questo naso deve comunque essere gradevole e non difettato. E quel Barbagianna lì non era certo difettato. La seconda cosa che mi ha colpito è la grande bevibilità, mai scontata in un vino comunque macerato. Qui però avverti la tensione acida, una buona mineralità e una grande personalità.
Ve lo consiglio senza remore alcune.

Durello sui lieviti Sotocà – Cristiana Meggiolaro

IMG_9334Non ricordo chi mi abbia donato questo vino. Credo sia accaduto dopo un mio spettacolo: un regalo di uno spettatore, forse di una spettatrice. Maledetta memoria: solitamente mi sorregge, ma in questo caso no. L’ho bevuto due sere fa.”Igt Veneto”, e in sé la denominazione non giustifica cortei. Durello 85% e Garganega 15%, e già questo è invece ben più curioso. Ancor più considerando che il vino, tipologia “frizzante”, è un rifermentato sui lieviti come certi Prosecco Surlie che piacciono a me. Spippolando in rete ho visto che Cristiana Meggiolaro fa vini naturali. Non ho però capito se faccia anche parte di qualche associazione.
Nel retroetichetta della bottiglia si legge: “Vino bianco frizzante sui lieviti da uve autoctone Durello coltivate a 450 metri di altitudine nel paesino di Brenton Ronca’ (VR). Proveniente da vigne piantate su suoli di origine vulcanica, rifermentato in bottiglia. Non filtrato”. In Rete ho trovato anche questo: “L’azienda si trova nel confine tra la provincia di Verona e Vicenza ed i vigneti di proprietà sono situati sulle pendici del Monte Calvarina che in parte si affaccia nella provincia di Verona nella zona del Soave e del Durello ed una parte nella provincia di Vicenza nella zona del Gambellara. I vitigni coltivati sono solo i bianchi autoctoni: La Garganega e la Durella. Dall’annata 2012 l’azienda ha abbracciato la tecnica agronomica ed enologica promossa dalla Vini di Luce”
Il colore è un giallo paglierino tenue: molto tenue. Non è “sporco” come certi Colfondo. Anche al naso e in bocca si presenta esile. Molto esile. Ma non anonimo. Non può certo avere chissà quale corpo e persistenza: deve essere un vino facile, glou glou, da aperitivo o pasto comunque poco impegnativo. Per quanto i vitigni siano ovviamente diversi, mi ha ricordato non tanto il Prosecco di Casa Belfi, quanto casomai il Garg’n’go dei Maule e più ancora il Prosecco – più educato e precisino – di Ca’ dei Zago, che a volte mi convince e altre meno. Fresco, buona mineralità, gran bevibilità. In rete si trova sui 15 euro, franco cantina immagino poco sotto i 10. Nella sua tipologia, l’ho trovato un vino riuscito.

Beaujolais Vignes Centenaires Beaujolais-Villages 2016 – Clotaire Michal

IMG_9237Chissà perché non scrivo più di vino, anche se continuo a berlo e a berlo bene. Occorre che, prima o poi, ponga rimedio sul serio. Meno politica, più vino: non solo nel privato, ché quello accade già da sempre, ma pure nel pubblico. Cioè nel lavoro. Cioè anche qui.
Comunque.
Ieri sera son tornato dall’Inghilterra. Ho visto Hinckley, e dunque la Triumph, e poi Cambridge, e quindi anche e soprattutto Syd Barrett. Ero stanco morto, pile finite e la Mesmeric Lady era tornata pure lei alla base dopo i nostri giorni nelle Midlands britanniche. Corro qualche chilometrico, giusto per non sentirmi in colpa dei tre giorni senza jogging nel Regno Unito, e appronto (cazzo di parola è, “appronto”?) una cena frugale. Serve un vino. Mi torna alla mente un rosso anomalo, quindi adatto a uno come me che al 90% beve bianchi. E’ un Beaujolais e dunque un Gamay. Vino e vitigno di cui in Italia si conosce più che altro la versione Nouveau, ovvero – brutalizzando – il “novello”. Ricordo che, una volta, Berlusconi definì il marginalissimo calciatore Ibou Ba come “una bella bottiglia di Beaujolais frizzante“. E già questo basta per tumulare in eterno la versione novello (anche se ne conosco di discrete).
La bottiglia che ho aperto ieri è una mirabile Vignes Centenaires, annata 2016, di Michal Clotaire. L’ho presa un anno fa all’Only Wine di Città di Castello. Di quella giornata ricordo non pochi stivali femminili meravigliosamente ben portati, due dei quali giusto accanto a me, fondamenta fascinose di un’amica non certo meno sensuale. Anche se non sembra, e pur circondato da siffatte esplosioni di femminea bellezza, ricordo bene anche alcuni vini lì scoperti. Tipo questo. Merito di Luca Martini, sommelier aretino di giusta fama mondiale, che al suo banco aveva questi Gamay sublimi e alcuni Riesling della Mosella che saccheggiai con cupidigia. Martini racconta così il suo amico francese: “Dal 2008 al 2012, Clotaire produce St. Joseph da uve Syrah ma non è pienamente soddisfatto della sua terra ,della sua vita. Nel 2013 compra una proprietà a sud di Broilly, precisamente a St Etienne la Varenne, in un posto baciato da dio. Lui lo chiama il suo “diamante grezzo” io ho visto e sentito l’energia che questo fazzoletto di terra di 3,5 ettari può donare. Esposizione a sud, vigne vecchie o meglio… più di un secolo sono la partenza che ha fatto scattare questa nuova avventura. Un’avventura che parla di rispetto, di fermentazioni a grappolo intero ,di solforose bassissime e interazione tra legno (vecchio) ed acciaio di grande lavoro in vigna e rispetto in cantina ..come dice Clotaire il vino lo fa il lavoro in vigna“. Credo costi sui 30 euro, forse meno ma non credo.
E adesso torno alla bottiglia bevuta ieri. Prodigiosa, di quel prodigio verticale che poggia quasi tutto su acidità e sapidità. Alcolicità contenuta (12.5 gradi), elegante e persistente, lampone croccante e spezie garbate, su tutte il pepe. Una nota balsamica e una bevibilità suprema, infatti la bottiglia è quasi finita (che è sempre il segnale più inequivocabile in merito alla bontà o meno di un vino).
Da tutto ciò ne conseguono, a cascata, alcune riflessioni. 1. Durante queste feste, ma più che altro durante questi anni di silenzio, tanti (gran) vini potevo ben recensirli. 2. Luca Martini mi ha dato una bella dritta: thank you, man. 3. Only Wine è una rassegna a cui sono legato e quest’anno ci inventeremo probabilmente un mio intervento ad hoc. 4. Il Gamay, non per nulla ritenuto da alcuni un “piccolo Pinot Noir“, a volte sa essere un vino sexy. Tipo certi Champagne Blanc de Blancs. Quello di ieri lo era. 5. Spero che, da queste parti, ci vedremo più spesso.

Cronache dalla Sicilia

Ho appena passato, per puro diletto e non per lavoro, alcuni giorni in Sicilia. Ho avuto modo di visitare tre aziende, che già stimavo (e bevevo) ma che mai avevo visitato. E’ stato bello.

sferlazzo

Porta del Vento. Ovvero Marco Sferlazzo. Ovvero Camporeale (Palermo). Prendo una strada il cui asfalto è una condanna biblica, risalgo, attraverso Camporeale – un paese a strapiombo di se stesso – e salgo ancora verso Contrada Valdibella. C’è Cantine Aperte e ti aspetti la folla, ma per fortuna ci sono “solo” una decina di appassionati a tavola. Il paesaggio è incantevole e vagamente lunare. Sferlazzo, fino a poco più di dieci anni fa, era farmacista. Poi la svolta. L’azienda fa parte di Renaissance. Più o meno 65mila bottiglie prodotte. Uomo di cultura e appassionato, ci fa provare i suoi vini mentre ogni tanto spuntano ricotte, formaggi mirabili e altre prelibatezze. I vini mi hanno colpito molto. In alcuni casi moltissimo. Segnalo anzitutto Catarratto e Perricone, i due vanti di Sferlazzo: in pochi, in Sicilia, li declinano come lui. Recuperare il Perricone, vitigno affascinante e difficile, è ormai una sorta di missione esistenziale (riuscita: l’annata 2011 è davvero di pregio). Il Catarratto (ottimo anche il “base”) è proposto anche Metodo Classico (Mira) oppure macerato (Saharay). Il Trebbi potrebbe essere un riuscito vin jaune dello Jura. Io vi consiglio anche il Voria, un rifermentato in bottiglia meravigliosamente glou glou (8 euro franco cantina). Clima splendido, accoglienza come deve essere. E prezzi giusti. Applausi.

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Nino Barraco. Non arrivi mai ed è Marsala ma non è Marsala. Contrada Bausa. Nessuna indicazione, ma con Google Maps ci arrivi. A un certo punto, solo vigne e nulla. Nessuna insegna (per scelta). Poi, una struttura tutta bianca, con delle vetrate che mi hanno ricordato chissà perché Insider di Michael Mann. Mi accoglie Paolo, che aiuta il proprietario Nino. Barraco espone all’interno del Vinitaly, ma nello stand degli “eretici” naturalisti (come Dettori, Dottori, etc). Sulle 40mila bottiglie prodotte. L’idea di Barraco, allievo di Marco De Bartoli, è tornare a quel(la) Marsala non malamente turistica e industriale ma vera. In questo senso, provate l’Alto Grado e il Milocca. A me hanno colpito più ancora il Catarratto e il Grillo senza solfiti. Quest’ultimo si chiama Vignammare e riesce appieno a restituire vitigno, terroir e quella personalità (senza dimenticare la bevibilità) che dovrebbero essere l’approdo finale di chi fa vino. Come il bravo Barraco.

marilena

Marilena Barbera. Qui siamo a Menfi (Agrigento), che non è “solo” Settesoli e Planeta. Marilena Barbera, dopo la scomparsa del padre nel 2006, è approdata alla viticoltura biologica e “naturale”. Non fa parte di associazioni e, per la sua idea per nulla talebana e giustamente aperta (basta con le nicchie), mi ha ricordato Arianna Occhipinti. Donna di grande competenza, sa spiegare benissimo le meraviglie e le insidie dell’Inzolia (ovvero dell’Ansonica) e dell’Alicante (ovvero Cannonau). Sulle 50mila bottiglie annue, anche se per grandezza potrebbe produrne quattro volte tanto. Un bel coraggio. Ogni etichetta racconta una vigna. Con lei è sempre un bel bere, ma vi segnalo in particolare l’Inzolia da vecchie vigne (Dietro le case), il Catarratto (Aremi), il Grillo (Costa al vento) e il Perricone (Microcosmo). Le vigne di Inzolia sulla spiaggia sono pazzesche. I prezzi, come per le due aziende precedenti, sono molto onesti. Il pranzo dal mitico Vittorio di Porto Palo me lo ricorderò a lungo. E Marilena è brava, ma brava parecchio.

Sia lode alla Chartreuse

fullsizerender-4Due settimane fa, a Cremona, mi sono imbattuto in un bar dedicato pressoché interamente alla Chartreuse. Ero lì per due date del mio spettacolo, Il sogno di un’Italia, nel mitico Teatro Ponchielli. Il bar si chiama “Bar Italiano” ed è davvero la mecca della Chartreuse. Qualcuno si domanderà: di cosa stai parlando? Avete ragione: non la conoscono certo tutti. Della Chartreuse mi aveva più volte parlato Giulio Casale, amico e collega di teatro. E’ un liquore francese, prodotto in origine dai monaci certosini nella cantina della certosa Grande Chartreuse, nelle prealpi della Chartreuse a Voiron. Ora è prodotto da una fabbrica nei pressi di Voiron, sempre però sotto la supervisione dei monaci certosini e comunque in quantità modica. L’artigianalità è stata più o meno salvata. Come spiega Wikipedia, “La Chartreuse nacque nel 1605 quando i monaci certosini di Vauvert, nel luogo dell’attuale Giardino del Lussemburgo, rinvennero un manoscritto con la formula di un elisir di lunga vita”. La ricetta, molto complicata, fu effettivamente studiata solo a partire dal 1737. Ancora oggi, i soli a conoscere tale ricetta sono i monaci certosini: per l’esattezza due o tre, non di più. Ne esistono varie versioni. Le principali sono quella gialla (40 gradi, sui 30 euro) e quella verde (55 gradi, sui 42 euro). C’è anche la boccetta di Elisir Vegetale della Grande Chartreuse, 71 gradi, direttamente dalla ricetta fullsizerender-5originaria, che si usa come “sciroppo” – non dimenticate che nacque come medicinale, addirittura come elisir di lunga vita – ed è densissima. Il colore diverso è dato dalla diversa miscelazione delle erbe (130). Esistono poi alcune versioni speciali. Per esempio la Chartreuse 1605, uscita due anni fa per festeggiare i 400 anni dalla scoperta della ricetta e sorta di versione deluxe della Chartreuse verde: la trovate attorno ai 50/55 euro. Non troppo dissimile è la Liquer du 9e Centenaire, in rete sui 58 euro, realizzata per il nono centenario della fondazione della Grande Chartreuse: stesse caratteristiche della verde, ma più morbida.  Poi c’è la Chartreuse VEP, che è la mecca della Chartreuse: sempre versioni gialla e verde, però invecchiata 12 anni. Costa tanto, la boccetta da mezzo litro viene 80 euro. Ma è pazzesca. Parlo con cognizione di causa, avendole provate tutte e avendo acquistato la Chartreuse 1605 (su Amazon), la 9e Centenarie (online su Terra in Cielo) e la VEP verde (alle Carovaniere di Arezzo). In Italia è distribuita da Velier.
Cos’ ha di speciale la Chartreuse? Tutto. Usata anche nei cocktail, servita liscia o con ghiaccio, può ricordare lo Strega. Ma solo vagamente: è molto meglio. Carattere deciso, ora speziata e ora pungente, lo zucchero residuo non fa sentire l’alcol e la mattina successiva non la senti. La Chartreuse è inspiegabilmente magica, evocativa e personalissima. Più ancora: è lussuriosa. Più che un liquore, è un invito continuo e gioioso a fare sesso. Una meraviglia.

Santòn – Borgo San Daniele

schermata-2016-12-04-alle-12-00-00Una settimana fa ero a Cormòns, per la rassegna Cormòns Libri. Mi avevano chiamato anche un anno fa, prima con La vita è un ballo fuori tempo e poi con I migliori di noi. Ho dormito a Borgo San Daniele, azienda da 60-70mila bottiglie l’anno con qualche camera. Un luogo incantevole. Non ho conosciuto Mauro Mauri, ma sua sorella Alessandra. Non appena arrivato,  ho notato che stavano facendo una degustazione con due signore. Mi sono fermato con loro, sebbene fossi reduce da qualche bicchiere (e un bel mangiare) alla Subida.
Non stavano degustando un vino, ma un vermouth. Il primo vermouth artigianale del Friuli Venezia Giulia. Si chiama Santòn e lo fanno proprio a Borgo San Daniele. Un loro vecchio sogno. Non sono un esperto di vermoth (bianco, nello specifico), ma ultimamente sto studiando – e molto – il mondo dei gin. Quindi, di botanicals, un po’ ne so. Come ne so di artemisia e assenzio (non fate battute, su). Ci sono realtà italiane artigianali meravigliose. Senza spostarmi dalla mia provincia, penso per esempio al Sabatini Gin e al Vallombrosa Gin. Il primo lo cito anche ne I migliori di noi, eleggendolo a componente dominante di un fantomatico “Gin Tonic all’Aretina” che non esiste. Ma potrebbe esistere.
Cito dal Messaggero Veneto: “A BorgosanDaniele di Cormòns, i fratelli Alessandra e Mauro Mauri producono vino dal 1990. Diciotto ettari per 67 mila bottiglie l’anno, lungo il confine con la Slovenja dove le Doc Collio e Isonzo si incontrano. Poche rispetto alla media, ma anche questo fa parte della filosofia aziendale. Più della metà è venduta all’estero. Qui, sono venticinque anni che si produce vino biologico anche se i Mauri non hanno mai chiesto la certificazione. Almeno fino a due anni fa e visto che la burocrazia impone tre anni di “controlli”, quel “marchio” arriverà nel 2017″. Sul vermouth Santòn: “Il sogno di Alessandra e Mauro era quello di realizzare un prodotto utilizzando le erbe del territorio. Fare qualcosa che avesse il gusto e la storia delle loro vigne. Alcuni anni fa in un locale di New York, Mauro resta folgorato da impolverate vecchie bottiglie. Tra queste anche di vermouth antichi. Scatta qualcosa. In fondo il vermouth è vino. Per legge il 75 per cento è vino bianco e poi artemisie. La gradazione alcolica non deve essere inferiore ai 14,5 gradi. Per tutto il resto ci si affida a infusi, a qualche ricetta, anche di origine farmaceutica”.
I fratelli Mauri si affidano a una vecchia ricetta di Vienna. Due anni di prove, assaggi, errori. Tre le uve utilizzate, tutte autoctone: Friulano, Malvasia Istriana e Pinot Bianco. Trenta specie diverse di erbe officinali e spezie aromatiche. La componente essenziale del vermouth è l’artemisia. Nel Santòn ne trovate tre. La più caratteristica, e dunque decisiva, è l’artemisia caerulescens, ovvero l’assenzio marino. Cresce nella laguna di Grado. Nel dialetto locale viene chiamata Santonego o Santonico. Da qui il nome del vermouth artigianale in oggetto: “Santon”. L’assenzio marino di Grado dona ulteriore sapidità al Santòn, di per sé spostato su toni salini grazie alla Malvasia Istriana. Fermentazione, ossigenazione e macerazione avvengono all’Opificium Lt di Spilimbergo, lo stesso dove si fa anche il Gin friulano Fred Jerbis (ve l’avevo detto che il Gin un po’ c’entrava). Venticinque euro in enoteca, 1600 bottiglie prodotte.
Io l’ho bevuto, su consiglio di Alessandra, con ghiaccio e scorza d’arancio. E’ perfetto come aperitivo e per certi versi mi ha ricordato il Porto bianco, che mi faceva impazzire quando – ah, che meraviglia – passavo molto più tempo a Lisbona sulle orme di Saramago. Ma va bene anche a fine pasto, perché ripulisce davvero (mica come certi amari industriali che ti propinano al ristorante).
Provatelo. Il Santòn è un gioiellino.

Ognostro 2012 – Tinessa

schermata-2016-11-21-alle-23-06-41Ci risiamo. Sono alla Cieca di Via Vittadini, Milano, con Perfect39 e partiamo coi bianchi. Poi arriva Michele e ci riprova con uno di quei rossi che “okay che son rossi, ma piacciono anche a voi che ormai bevete solo bianchi”. Se lo dice lui, può esser vero. Proviamo.
Ci propone così questo Ognostro 2012, dicendo che è fatto da un giovane mago della finanza – Marco Tinessa – pieno di soldi e di vini pazzeschi in cantina (non ha detto proprio così, ma col tempo ho imparato la sintesi brutale). La presentazione, in sé, non è sinonimo di gran vino. Anzi: mi aspetto un vino yuppie, apparentemente naturale ma fighetto e piacione. Oltretutto è Aglianico in purezza, vitigno splendido che però di rado mi appassiona appieno. Tannini duri, acidità elevata: non è certo un vitigno complicato, e la tendenza alle rese troppo alte e a non aspettare la maturazione piena (spesso a inizio novembre) per non rischiare di perdere il raccolto per via della pioggia complica il tutto. Oltretutto qui il nome, Ognostro, allude dichiaratamente all’inchiostro. Fatale, e inevitabile, pensare a un vinone concentrato e iperalcolico.
E invece.
Ti ritrovi questo nettare che ha sì un colore molto carico, e pure 14.5 gradi, ma è dotato di una freschezza e di una eleganza pazzesche. Un vino ben fatto, difetti zero al gusto al naso e pure all’esame visivo, che ha carattere e freschezza (prodigiosa), buona (non enorme) mineralità e grande complessità olfattiva. Bevibilità suprema, alcol che c’è ma non lo senti. Ha un che di Etna, anche se non dovrebbe entrarci molto, ma poi capisci (un po’) perché: le uve vengono da vigneti a Montemarano, provincia di Avellino, ma la vinificazione è effettuata nelle cantine asettiche di Cornelissen nel cuore dell’Etna (Munjebel eccetera). Il prezzo in enoteca è sui 30 euro, qualcosa meno. La produzione al momento è irrisoria, 600 bottiglie che col tempo potranno salire a 1000/2000, ma non troppo di più. Un passatempo, più che una produzione vera e propria. Ma un gran bel passatempo.