Elogio dell’invecchiamento è tornato

Schermata 10-2457326 alle 12.55.29Elogio dell’invecchiamento è stato, ed è tuttora, il mio libro più fortunato. Non perché sia quello che ha venduto di più: è andato molto bene, certo, ma numericamente non quanto Non è tempo per noi e il mio primo romanzo La mia vita è un ballo fuori tempo. E’ stato però quello che ha unito tutti e non ha diviso i commenti. E’ la forza del vino, argomento meno divisivo della politica e dello sport (per quanto anche lì le fazioni si sprecano). E poi era il 2007, ero molto meno noto e dunque non era scattata la corsa comprensibile a stroncare “quello che ce l’aveva fatta”. Invidia e rosicamenti non erano ancora ai massimi livelli.
Elogio dell’invecchiamento, probabilmente, aveva poi la fortuna di unire toni divulgativi e al tempo stesso cazzari. In tanti lo usano ancora come bignami per l’esame da sommelier AIS e in tanti mi ringraziano ancora per avergli fatto scoprire il mirabile Flavio Roddolo (e non solo lui). C’è anche chi mi chiede se ci sarà un terzo volume sul vino. Me lo ha chiesto anche Mondadori, ma quel tempo è al momento passato. Dopo Elogio e Il vino degli altri non avverto l’urgenza di chiudere una trilogia che appunto non esiste.
Sono però felice che, a Elogio, tanti vogliano ancora bene. Per molti resta il mio libro migliore: non sono né d’accordo né in disaccordo. Rispetto semplicemente questo parere. Torno a parlarne perché, per anni, il libro era diventato introvabile se non come ebook. Alla fine Mondadori ha deciso di ristamparlo per sempre. A giugno è uscito come versione Oscar Mondadori: una grande soddisfazione. Lo trovate, e troverete, in ogni libreria “reale” e online. Esiste anche come ebook. L’ho lasciato com’era, non aveva senso aggiornarlo, ma troverete una nuova prefazione scritta a ridosso dell’uscita poco prima di abbandonare la mia casa di Cortona.
E’ stata una bella esperienza scriverlo e mi ha fatto piacere riprenderlo in mano e consegnarlo a un catalogo così importante e prestigioso. Sarò felice se tratterete bene anche questa versione Oscar, che consiglio tanto a chi aveva la prima versione quanto a chi non l’ha ancora letto (credo sia un ottimo entry level per avvicinarsi al mondo del vino). In ogni caso: grazie.

Il magico mondo dei torbati

ardbeg Questo articolo comincerà con uno sfogo salutare rivolto agli espertoni secondo cui “il vero whisky è senza torba”: ci avete rotto le palle. La torba è meravigliosa: vamos.
Esaurita questa promessa doverosa, e ringraziato una volta di più questo articolo di Suconlavite, vi segnalo i torbati più meritevoli. Provengono tutti – ovviamente – dall’isola scozzese di Islay. Fa parte delle Ebridi Interne: se guardate nella cartina la Scozia, sono le prime che trovate in basso a sinistra. Larga 40 chilometri e lunga 25, più che un’isola, Islay è una distilleria galleggiante. Le distillerie sono otto (dal 2006) e da sole producono ogni anno 25 milioni di bottiglie. Lo stile dei whisky di Islay non c’entra nulla con quello dei single malt di Highland (la zona più ampia, uno dei più noti è l’Oban), Island (Talisker, Isle of Jura), Speyside (Macallan, Glenlivet, Glenfiddich), Lowlands (Glenkinchie) e Campbeltown (dove, una volta, si faceva uso eccome di torba. E qualcuno sta ricominciando. Si pensi al notevole Longrow). I whisky di Islay hanno sentori di alga e iodio, per via della vicinanza delle distillerie al mare. E poi c’è quel sentore affumicato. Tutti, ad Islay, affumicano – chi più e chi meno – chicchi di malto d’orzo bruciando la torba. L’isola ne è ricca. La torba è un composto di resti vegetali, di fatto il primo stadio del carbone.
Ognuno ha i suoi gusti: c’è chi ama la torba accentuata, chi quella appena accennata. Nel mercato esistono decine di bottiglie particolari, figlie del gusto e della sensibilità dei selezionatori (Samaroli, Wilson & Morgan). Farò qui giusto un rapido accenno alle distillerie torbate (di Islay) da provare.
I più torbati.
port ellen
Lagavulin. Molti, come me, lo hanno scoperto leggendo Jean-Claude Izzo e il suo Fabio Montale. Di solito è l’entry level dei torbati, anche attraverso la bottiglia “base” che si trova al supermercato. Poi la si abbandona, cercando whisky più eleganti. Ma resta sempre un bel bere.
Caol Ila. E’ ritenuto da molti il più elegante tra i whisly “molto torbati”. Una sorta di sontuosa via di mezzo tra il troppo e il poco. Ottimo, ma non sono mai riuscito a metterlo al primo e neanche al secondo posto.
Laphroaig. Torbatissimo. O lo ami o lo detesti. La versione “base”, che si trova in ogni bar e supermercato, francamente non fa impazzire, ma salendo di livello – e avendo voglia di cercare – si trovano meraviglie. Durante il Proibizionismo era l’unico whisky non vietato, perché – per via della molta torba – i produttori potevano farlo passare come alcol medicinale.
Ardbeg. Forse il più torbato di tutti. Persino più di Lagavulin e Laphroaig. Ha sofferto varie vicissitudini finanziarie. Fondata nel 1815 e ciclicamente in crisi, nel 1997 è stata acquistata dalla Glenmorangie. Ne esistono vari tipi, come lo Uigeadail, invecchiato nelle botti di Sherry, e il Corryvreckan. Chi ama la torba non può non amarlo, anche se i puristi lo ritengono ormai troppo “commerciale” e un po’ imbastardito rispetto agli inizi.
Ileach. Bottiglia misteriosa, che ogni tanto incontrerete in qualche ristorante. Non è un blended malt: è proprio un Single Malt Peated di Islay. Solo che la distilleria non è dichiarata. Per forza: non esiste. O meglio, esiste, solo che non ci vogliono dire quale sia. Per un po’ si è pensato che l’Ileach Single Malt fosse un Lagavulin giovane (5 anni). Adesso che il Lagavulin non ha più botti da dare agli altri, il dubbio si ripropone: chi c’è dietro l’Ileach? Forse giovani partite di Laphroaig, forse di Caol Ila. In ogni caso, è un bel bere. (Un altro Single Malt misterioso di Islay è lo Smokehead. Anche questo non è un blended malt, ma proprio un Single Malt. E’ ritenuto una sorta di cugino minore del Lagavulin. Mai provato, ma ha buone recensioni e non costa un mutuo. Idem per il Peat’s Beast).
ileachPort Ellen. Distilleria mirabile, però con un grande difetto: è fallita e ha chiuso nel 1983. Fino a pochi anni fa si trovavano ancora tante bottiglie, considerata la grande quantità di merce da smaltire, ma sta diventando sempre più raro. Se non altro, la sua Malthouse continua a fornire malto alle altre distillerie locali. Insieme a certe tipologie Ardbeg, e forse anche di più, il Port Ellen è uno dei Single Malt di Islay che meglio si presta all’invecchiamento. Uno spettacolo.
I medio torbati.
Bowmore. Nata nel 1779, è la più antica distilleria di Islay. Oggi è anche una delle più moderne e turistiche. Mi è sempre sembrata né carne né pesce ed è forse – all’interno dell’isola – quella che sento meno vicina alle mie corde.
Kilchoman. L’ultima nata (2005) e la più artigianale. L’unica, ad Islay, a fare tutto da sola, dalla coltivazione dell’orzo all’imbottigliamento. Mai troppo torbata e sempre elegante, per quanto giovane mostra già potenzialità invidiabili.
I poco torbati.
Bruichladdich. Nata a fine 800, chiusa e riaperta nel 2001 da un gruppo di appassionati. Dal 2012 appartiene alla multinazionale Rémy Cointreau. Qualche bottiglia – ne esistono tante, e molto diverse tra loro – saprà stupirvi non poco. Il whisky più torbato dell’azienda si chiama Octomore (grazie ad Andrea Ferrari di Whiskynews.it per la dritta). La Bruichladdich produce anche un gin (The Botanist).
Bunnahabhain. Impronunciabile e ritenuta la meno rappresentativa dello stile di Islay. I suoi whisky sono i meno torbati dell’isola. Ogni tanto però escono delle bottiglie particolari, per esempio la Wilson & Morgan Heavy Peat 1997. Una sorta di “scarto” dell’azienda, che la reputava troppo torbata (appunto: heavy peat) per i suoi canoni. Ecco: ad averne di scarti così.
smokeyBlended Malt Scotch Whisky.
Big Peat. I “blended malt scotch whisky” sono i vecchi “vatted”, parola che non si può più usare. Non sono Single Malt e dunque non provengono da una singola distiilleria. Si tratta di assemblaggi di diversi whisky messi insieme per produrre un gusto particolare. Attenzione a confonderli con i “blended whisky”, che mettono nel calderone anche i dozzinali “Whisky Grain” (vietati nei “blended malt”). Si parla bene del Peat Monster, ma non l’ho provato. Il Big Peat, allo stato attuale, è senz’altro uno dei più ispirati. Fatto con un assemblaggio di Ardbeg, Bowmore, Caol Ila e Port Ellen, è senz’altro torbato ma senza minare l’eleganza e la complessità del prodotto.
Smokey Joe. Molto più torbato del Big Peat. Una sorta di parossismo di torba concentrata, quindi non adatto a tutti. E’ davvero come sorseggiare il mare affumicato.
Buone bevute.

13 bourbon da provare

IMG_2526Non so quando è successo, credo in buona parte per colpa della serie Justified che ho consumato avidamente, ma d’un tratto mi sono scoperto appassionato (che non vuol dire esperto) di bourbon whiskey. Ovviamente continuo a bere anche whisky, quasi sempre scozzese e quasi sempre di Islay (sì, amo la torba). Il bourbon, però, mi affascina sempre più.
In materia c’è molta ignoranza. Il bourbon, essendo fatto a maggioranza mais (almeno 51%) e dovendo invecchiare in botti di rovere nuove e bruciate internamente, è fatalmente più “dolce” e caramellato del whisky scozzese. Se poi troverete un whiskey a maggioranza mais (corn whiskey, mais almeno 80%), sarà ancora più dolce. Per chi ama i Bourbon più rustici l’approdo naturale è il rye, ovvero a maggioranza segale (51%), che era peraltro il whiskey sgraziato del west. Solitamente un bourbon classico è fatto attorno al 70 percento da mais e il resto è costituito da segale (e/o grano) e orzo maltato. Il nome – anche se l’origine è controversa – viene da Bourbon County, facente parte dal 1792 dello Stato del Kentucky. Ancora oggi la capitale di Bourbon County è Parigi. I riferimenti alla dinastia borbonica e alla Francia furono un ringraziamento a Re Luigi XVI per il supporto durante la rivoluzione americana.
IMG_2528I bourbon sono un regalo degli emigranti irlandesi e scozzesi, che conoscevano il whisky. Non trovando l’orzo, o trovandolo poco, sfruttarono i cereali più diffusi in quelle nuove terre: mais e segale. Il bourbon ha un minimo di invecchiamento di due anni (Straight Bourbon). Sotto i 4 anni si deve dichiarare obbligatoriamente dell’invecchiamento, sopra i 4 anni è facoltativo. Il distillato è inizialmente incolore, acquisendo poi il giallo dorato – anno dopo anno – grazie principalmente al contatto col legno nuovo. Invecchia meno degli scotch perché l’escursione termica stagionale è decisamente maggiore e perché il legno nuovo e tostato velocizza (pure troppo) i tempi, ma in giro si possono trovare dei bourbon molto vecchi e in gran forma. Il mondo dei bourbon è molto affascinante e va al di là della realtà del Kentucky, che resta comunque capitale e riferimento. Il bourbon si può fare in tutti gli Stati Uniti. Nel Kentucky il cereale dominante è il mais, in Pennsylvania diventa la segale. Domenica scorsa sono stato al Whisky Day alla Villa Reale di Monza e ho focalizzato l’attenzione proprio sui bourbon whiskey (sì, in questo caso va aggiunta la “e”). Di seguito, senza tanti tecnicismi, vi segnalerò tredici bourbon (anzi qualcuno in più). Stanno tutti, più o meno, in una fascia economica tra le 20 e le 45 euro (il bourbon, lasciando stare bottiglie mitiche tipo il Pappy Van Winkle, è meno caro dei Single Malt). Sarò felice se, tra i commenti, vorrete anche voi segnalare bourbon meritevoli.
Maker’s Mark. Abbastanza facile da trovare, resta uno degli entry level più indicati per scoprire la tipologia. Pulito e un po’ ammiccante, difficile che non piaccia.
Knob Creek. Idem come sopra. E’ stato uno dei primi che ho scoperto. Al tempo mi piaceva molto, adesso un po’ meno. Immagino dipenda dal fatto che, nel frattempo, ho scoperto altro. Esiste anche l’etichetta nera: è un Rye, che però non mi ha fatto impazzire. Lo Knob Creek è uno dei 4 small batches della Jim Beam. Dei quattro lo Knob Creek è il più economico assieme al Basil Hayden’s. Si sale – di qualità ma anche di prezzo – con il Baker’s (mentolato, dritto e sorprendentemente elegante) e il Booker’s. Quindi: partite con lo Knob Creek e poi volate con Booker’s e Baker’s.
Jim Beam. Appunto. Il più noto è l’etichetta bianca, sin troppo facile e “base”. Lo si trova praticamente ovunque. Già col 12 anni Selected si sale e tanto. Come quasi sempre capita per le grandi distribuzioni, se non ci si ferma alle etichette più commerciali si trovano delle meraviglie (vedi anche punto precedente sui 4 small batches).
Jack Daniel’s. Vale lo stesso discorso del Jim Bean: più sei disposto a salire col prezzo e più cresce la qualità. Senza arrivare al Sinatra, consiglio il Single Barrel e il pulitissimo (e meno caro) Gentleman Jack. Tenete comunque conto che il Jack Daniel’s sarà sempre più “dolcino” degli altri. Viene fatto nel Tennessee ed è sottoposto al charcoal mellowing. E’ la caratteristica che differenzia i Bourbon whiskey dai Tennessee whiskey. Questi ultimi vengono sottoposti a una filtrazione goccia a goccia attraverso tre metri di carboni attivi di acero. Ne risulterà un distillato ancora più “bianco”, ma soprattutto ancora più morbido e rotondo. Per la cronaca, il fondatore della Jack Daniel’s – Jasper Newton “Jack” Daniel – morì nel 1911 a furia di prendere a calci la cassaforte. Si era dimenticato la combinazione e, dalla rabbia, si ruppe un dito. Il piede non fu curato, andò in cancrena e lui morì. E’ vero che l’etichetta nera è un tributo alla sua morte e ne sancisce il lutto inconsolabile, mentre la storia della cassaforte e del piede in cancrena è probabilmente una sciocchezza tramandata nel tempo.
Wild Turkey. Altra etichetta che si trova in molti pub. Il base è l’81 Proof. “Proof” è la gradazione americana ed equivale al doppio della gradazione italiana, quindi un 81 Proof è un 40.5 gradi alcolici europei. Più appagante il 101 Proof, adatto anche ai cocktail. Tra quelli più facilmente reperibili, il top è il Rare Breed. Da poco è arrivato in Europa anche il riuscito Rye (potete usarlo anche nel Manhattan, la cui ricetta prevede appunto il Rye Whiskey).
IMG_2529Benchmark. Marchio storico di proprietà Sazerac, la stessa dell’Eagle Rare e del Buffalo Trace (buon rapporto qualità/prezzo). E’ distribuito in Italia da Velier, come pure lo Hudson Whiskey che però – al di là della bottiglia molto fighetta – mi convince poco. Tra tutti segnalo il Benchmark 8 Brand Kentucky Straight Bourbon Whiskey.
Michter’s. Pregevole distilleria a Louisville, Kentucky. Più artigianale e dunque meno facilmente reperibile. Distribuita da Velier e non economica. Il nome Michter’s (o Bomberger‘s, e prim’ancora Shenk’s) è storico come l’Old Fitzgerald, anche se in realtà i produttori nuovi non c’entrano nulla e pure la sede storica è stata spostata dalla Pennsylvania al Kentucky. I due alambicchi originale usati dalla storica Michter’s, i Copper Pot Still, sono stati ritrovati quasi per caso 25 anni fa in un granaio nel Kentucky e ora vengono usati da una piccola distilleria nell’Ohio celebre anche per il distillato di sidro di mele Applejack (Tom Foolery). Fallita nel 1989 dopo essere nata nel 1753, l’attuale Mitcher’s è ripartita nel 1990 con nuovi produttori. Si tratta comunque di un prodotto di pregio. Segnalo in particolare il Michter’s US*1 Sour Mash, che deve il nome a uno specifico processo di fermentazione del bourbon (“sour mash”, letteralmente “miscela acida”: sta al bourbon come il lievito madre alla panificazione). Il sour mash non è obbligatorio nei bourbon, che possono seguire il procedimento di fermentazione “canonico” (lo stesso degli Scotch). Il sour mash ha due pregi: permette il controllo del Ph e in via (non troppo) teorica garantisce profumi più eleganti. Solitamente, ancor più dal 2005, i bourbon più nobili seguono il processo sour mash per la fermenteazione, mentre la distillazione è a ciclo continuo con alambicco a colonna.
Dad’s Hat. Distillato in Pennsylvania e distribuito in Italia da Velier. Il Rye (etichetta nera) è riuscito.
High West. Distilleria nello Utah, a 7mila piedi d’altezza. E’ una delle migliori distillerie di small batch whiskey  ed è l’unica a essere raggiungibile anche sciando. Il Double Rye! (sì, col punto esclamativo) è reputato uno dei migliori segale americani. In Italia è distribuito da Ghilardi. Da provare, ma qui il prezzo sale (dai 60-70 euro). I Rye vengono usato in Italia principalmente nei cocktail, ma è un utilizzo semplicistico e spesso sminuente. Segnalo anche il Campfire, azzardato blend tra bourbon, rye whiskey e single malt di Islay (quindi torbato).
IMG_2542Roughstock (Montana Whiskey). Meravigliosa distilleria nel Montana. I continui sbalzi di pressione della regione permettono di affinare al meglio i whiskey, che non vengono poi filtrati a freddo. Lo Spring Wheat (grano almeno 51%, tipo le Weiss nella birra) è una chicca e non è l’unica. Distribuito da Ghilardi, arduo da reperire. Da provare e riprovare, ma anche qui il prezzo sale (dai 60-70 euro in su).
McCormick. Distilleria nel Missouri celebre per il corn whiskey (solo mais) Platte Valley, caratterizzato da una splendida bottiglia di ceramica. Morbido, molto morbido.
Blanton. Qui torniamo nel Kentucky. E’ stata la prima a introdurre il Single Barrel, ovvero whiskey proveniente da una sola botte. La bottiglia ha la forma di un diamante e il contenuto non è meno prezioso.
Woodford Reserve. E’ la più piccola distilleria del Kentucky e produce uno dei più grandi bourbon whiskey del mondo. E’ stata acquistata dalla Brown-Forman, la stessa del Jack Daniel’s, ma l’approccio artigianale è rimasto più o meno lo stesso.
Buone bevute.

Il novello? Se ne può fare a meno

novelloCi sono cose che fatichi a spiegare. Non te ne capaciti, non sai fartene una ragione. Perché Gasparri è vicepresidente del Senato? Perché Galliani è ancora amministratore delegato del Milan? E poi: a chi piace il vino novello? Perché, a novembre, ci si sente in colpa se non si ama quel vino rosso porpora strampalato e spesso deludente? Il novello è una brutta tassa alcolica che tocca scontare d’autunno, con la scusa che “sta bene con le castagne”. Che è anche vero, ma ci sono tante altre tipologie che ben si adattano a castagne e castagnaccio: per esempio un buon vino dolce. O magari il vino nuovo, cioè appena fatto e quindi giovanissimo, che non è il novello. Già, ma cos’è il vino novello? “La qualificazione di “novello”, regolamentata da un decreto del 1992, può essere attribuita solo a vini I.G.T. e V.Q.P.R.D. bianchi o rossi leggeri, prodotti con la tecnica della macerazione carbonica per essere imbottigliati e immessi sul mercato immediatamente dopo la vendemmia (inizio di novembre) e comunque entro il 31 dicembre dello stesso anno. Si tratta di vini dal sapore fruttato e fresco, con titolo alcolometrico totale minimo di almeno 11° e residuo zuccherino non superiore a 10 g/l”. Le parole chiave sono “macerazione carbonica”, una tecnica particolare che dovrebbe caratterizzare il novello. Nella vinificazione naturale le uve vengono pigiate meccanicamente, nel novello no: “L’uva viene fatta fermentare senza pigiatura degli acini di uva, trasformando così meno zuccheri della frutta in alcol cosa che terrà basso il valore alcolico del vino che ne verrà prodotto, conferendogli il classico gusto fruttato e amabile classico del vino novello” (dal sito Vinovini.it). Messa così potrebbe anche essere un vino curioso e in qualche modo tipico. Lo è però di rado, non solo perché nasce come vino di immediata fruizione e senza troppe pretese. In Italia, per chiamarsi novello, un vino può essere fatto anche solo con il 30% di uve sottoposte a macerazione carbonica. E le altre? Le altre non si sa. Ovviamente un vino novello sarà tanto più buono quanto la percentuale di uve sottoposte a macerazione carbonica sarà alta. E – altrettanto ovviamente – il novello che trovato a un euro al supermercato non sarà mai un gran novello. Qualcuno a questo punto potrebbe chiedere: “Perché il novello francese vi piace e il nostro no?”. Semplice: perché il celebre Beujolais Nouveau sottostà a una regolamentazione ferrea e deve essere fatto col 100% di uve sottoposte a macerazione carbonica. In Italia, tanto per cambiare, si è appena più elastici. Ne deriva un vino quasi sempre prescindibile. Fidatevi: anche con le castagne scegliete altro, e se avete voglia di qualche bollicina facile sceglietevi un buon Lambrusco o un bel Prosecco col fondo. (Il Fatto Quotidiano, 12 ottore 2015)

Un vino buono per l’estate (cit)

Schermata 2015-08-07 a 14.41.19Sperando che gli astemi non si arrabbino, e con essi quei bacchettoni in servizio permanente che vorrebbero mettere al bando tutto ciò che contiene anche solo l’1% di alcol, tra le cose da salvare c’è e ci sarà sempre il vino. Oltretutto, di questi tempi, è uno dei pochi refrigeri sicuri. Un refrigerio parziale e dall’effetto per certi versi controproducente, perché dopo aver bevuto (per via dell’alcol) senti più caldo di prima. Pazienza: il buon bicchiere di vino è sempre lì, pronto ad aspettarti. Anche d’estate. Certo, in questo periodo è da preferirsi il bianco. O al limite il rosato, sempre ammesso che se ne trovino di degni (è dura ma non impossibile). Il panorama ampelografico italiano, anche dopo il flagello della fillossera, resta ricchissimo. Nei rossi come nei bianchi. Meglio puntare sui vitigni autoctoni: diffidate degli Chardonnay, quasi sempre opulenti in Italia, e non puntate sui bianchi faciloni dai profumi immediati ma alla lunga stancanti (Gewurztraminer). La temperatura dovrà essere bassa: gli espertoni vi diranno che più un vino è freddo e più se ne uccidono i profumi, mascherando peraltro l’effetto dell’alcol e rendendo dunque il corpo umano meno vigile di fronte al rischio sbornia. Tutto vero, ma un bianco va bevuto comunque freddo, che sia spumante (secco), frizzante o fermo. D’estate non sono consigliabili i bianchi macerativi, quelli cioè che fanno contatto con le bucce e hanno tannini e più struttura: sanno essere meravigliosi, ma la bevibilità ne risente (ancor più col caldo). Le bollicine sono perfette: puntate sui Metodo Classico (rifermentati in bottiglia) e non sul Metodo Martinotti Charmat (rifermentati in autoclave e meno affascinanti). Se proprio amate i rossi puntati su certi Lambrusco ispirati, magari di Sorbara, meno “colorati” e spesso più eleganti. Non avvicinatevi ai vini dolci, col caldo vi stuccheranno più del solito. Sia poi lode al bianco frizzante, ancor più se un po’ sghembo e bruttino. Si pensi ad alcuni frizzanti non filtrati del parmense, oppure a quei Prosecco “sur lie” ovvero “col fondo”, rifermentati in bottiglia come si faceva un tempo (infatti li chiamano “ancestrali”). Si presentano non proprio bellissimi, ma vanno giù che è un piacere e hanno un ottimo rapporto qualità/prezzo. Lo Champagne, se ben scelto (e non è facile), non delude mai. Un vitigno autoctono che non cessa mai di stupire è il Timorasso. Di pregio alcune rarità citrine della Valle d’Aosta, una garanzia (quasi sempre) il Riesling. Cantava Ivano Fossati ne I treni a vapore: “Fra un bicchiere di neve e un caffè come si deve/ quest’inverno passerà”. Sostituite “vino” a “neve” ed “estate” a “inverno”. E il gioco – un bel gioco – è fatto. (Il Fatto Quotidiano, 27 luglio 2015)

Vini ostinati e contrari: Pico La Biancara

pico-angiolino-maule-la-biancara-2008-300x225Raccontando al pubblico la genesi del suo Mondovino, film che ha cambiato non poco la maniera di raccontare (e probabilmente concepire) l’universo enologico, il regista Jonathan Nossiter non mancava quasi mai di ricordare quanto fosse rimasto stupito dalla piacevolezza di un bianco italiano. Quel bianco – poco costoso e non troppo famoso – appariva un po’ strano, appena torbido, vivificato da un giallo dorato così distante dalla neutralità asettica dei troppi “giallo paglierino” in commercio. Quel bianco era il Pico dell’Azienda Agricola La Biancara di Gambellara, in provincia di Vicenza. Dietro l’azienda si cela la famiglia Maule, dominata dal padre Angiolino. Personaggio vulcanico, di gran talento e grandi spigoli, sinceramente appassionato (per qualcuno pure troppo). Era e rimane uno dei grandi pionieri del vino naturale, allievo di Gravner (con cui poi puntualmente ha litigato) e dominus della meritoria associazione VinNatur (nata da una scissione con Vini Veri). La Biancara produce anche rossi e Recioto, ma il meglio lo dà nei bianchi, tutti Garganega in purezza. Un vitigno di indubbio pregio, ma spesso banalizzato da aziende più interessate alla quantità che alla qualità. Si possono scegliere tre Garganega: il base Masieri, il medio Sassaia, il cru Pico. Sono vini di una piacevolezza, e di una grazia, davvero rare. Maule rispetta la natura come pochi e non smette mai di cercare. La sua è un’azienda semplicemente irrinunciabile. (Il Fatto Quotidiano ha cambiato grafica, al lunedì, e anche la rubrica del vino va in cantina. Qui, però, continua. Ogni settimana, o giù di lì).

Vini ostinati e contrari: Trebbiano Casale

FullSizeRenderCertaldo è un luogo incantevole in provincia di Firenze, famoso per molte cose. Per aver nato i natali (pare) a Boccaccio e per una mostra del fumetto al cui interno, se cerchi bene, incontri Dylan Dog e Martin Mystère. Non è però nota, non immediatamente almeno, come luogo vitivinicolo particolarmente vocato. Per cambiare idea vale la pena arrivare a Località Casale, Via San Martino, Certaldo. La famiglia Giglioli-Rinaldi, qui, vinifica addirittura dal 1770. Azienda biodinamica dal 1979, e se non è un record in Italia poco ci manca, produce anche vin santo, grappa, olio e farro. Se vai a visitarla, e ne vale la pena, trovi anche molte damigiane con il vino sfuso e botti con dentro bianchi (Trebbiano) e rossi (Sangiovese) vecchi di decenni. L’Azienda Agricola Casale fa parte di VinNatur e vanta una conduzione felicemente ruspante e per nulla formale. Il vino che più colpisce è il Trebbiano Igt. Non si trova facilmente, 6mila bottiglie delle 12mila complessivamente prodotte ogni anno. Le viti hanno età media di 50 anni. Una settimana di macerazione sulle bucce (ma dipende dall’annata) senza follatura o rimontaggio. Maturazione sulle fecce per 6 mesi, leggera chiarifica e 2 mesi di affinamento in bottiglia. Ha un rapporto qualità/prezzo quasi imbarazzante, nel senso che – in tutta onestà – costa davvero poco. Non immaginatevi il vino della vita, ma piuttosto un vino quotidiano che non ti stanca mai e si lascia bere senza disturbare o stancare. Delizioso. (Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2015. Trentunesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Chiarofiore Tunia

FullSizeRenderTunia è una giovane azienda immersa nella Val di Chiana. Animata da due ragazze, nessuna delle quali nata nella provincia aretina, cerca di valorizzare un territorio non poco sottovalutato. I vini sono naturali e Tunia fa parte dell’associazione Vin Natur animata da Angiolino Maule, ma i prodotti messi in commercio hanno una pulizia che li rende accattivanti per chi non ama troppi azzardi (ma al tempo stesso li rende “troppo poco strani” per chi beve solo vini spigolosi e al limite quasi del difettoso). Azienda meritoria e coraggiosa, migliora di anno in anno. Oltre a un Sangiovese felicemente bevibile e ispiratamente umile, a spiccare è il Chiarofiore. È un orange Wine, un bianco macerativo a maggioranza Trebbiano e con un’aggiunta di Vermentino. Le prime annate erano gradevoli ma un po’ opulente, mentre col passare delle vendemmie si nota una crescita di bevibilità e di equilibrio. È’ frutto di 4 diverse vendemmie, la prima a inizio settembre (per sfruttare l’acidità del Trebbiano non ancora maturo) e l’ultima per inserire nel blend una piccola porzione di Trebbiano sovramaturo e attaccato dalla muffa nobile (per dare corpo e morbidezza: scelta comprensibile, ma forse azzardata). Le quattro parti vengono vinificate separatamente. Il vino affina in acciaio sulle fecce fini per 12 mesi e poi in bottiglia per altri 6 mesi. Non ancora troppo noto, il Chiarofiore è un vino inizialmente spiazzante, ma che difficilmente delude e non ammalia. (Il Fatto Quotidiano, 15 giugno 2015. Trentesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrario: Cinque Terre Vetua

FullSizeRenderLe bottiglie prodotte sono poche, meno di 5mila l’anno. Appena un ettaro vitato. Lo Sciacchetrà, il celebre passito tipico della zona, è prodotto solo nelle annate migliori. In vigna la concimazione è naturale, e ai filari si alternano erbette selvatiche, bietole e insalata. I vitigni coltivati sono anzitutto Bosco, Vermentino e Albarola, il trittico – raro e inimitabile – che contribuisce a rendere ulteriormente uniche le Cinque Terre. Nella piccola azienda a conduzione familiare Vetua, a Monterosso sul Mare località Fuisso, si punta poi su altre uve autoctone pressoché scomparse. Il vino che più racconta questa realtà senz’altro eroica, benedetta da terre non riproducibili altrove ma al tempo stesso vessata dai rovesci climatici e con filari a strapiombo difficilissimi da lavorare, è il bianco Cinque Terre Doc. Un piccolo prodigio che ti stordisce per la sapidità spiccata, per la personalità, per la ispirata facilità del bere. Nel blog di Luciano Pignataro, esperto autentico, lo si definisce “lama grigio verde impreziosita da riflessi gialli e cristallini, carnosi e sfaccettati: una miscela dura e confortevole, quasi un infuso di tè bianco attraversato da lampi metallici e da quella salsedine delle chiglie di barche tirate a secco, che invade il naso di intensa mineralità”. Una descrizione sin troppo immaginifica, che però rende bene l’idea. Il proprietario è Sebastiano Catania, la cui piacevolezza è uno stimolo suppletivo per visitare l’azienda. (Il Fatto Quotidiano, 8 giugno 2015. Ventinovesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: “C” di Catarratto Guccione

FullSizeRenderNon fatevi sfuggire questo bianco: è uno dei migliori orange wine italiani. Francesco Guccione ha una storia pesante, e affascinante, alle spalle. E’ il percorso, tra vigne confiscate e fratelli che se ne vanno, di una ripartenza. Dice di sé e dei suoi vini: “Appartengo a una famiglia che da generazioni si occupa principalmente di agricoltura. Ho iniziato a fare il vino aggiungendo lo stemma di famiglia. Al tempo ero insieme a mio fratello. Nel 2011 la frattura, la fine di una storia e per fortuna l’occasione di una rinascita. Le stesse vigne, la stessa mano che vinificava i primi vini: la mia. E una nuova cantina per ripartire”. Guccione cura personalmente le vigne. Sei ettari, agricoltura biodinamica. L’azienda ricade nel territorio di Monreale, 500 metri sul livello del mare. “Sono però più vicino a San Cipirello, il paese che ospita la mia nuova cantina. Qui comincia la valle del Belice, una grandissima vallata, un vero e proprio forziere di prodotti di grandissima qualità”. Sedicimila bottiglie circa prodotte l’anno. Nerello Mascalese, Trebbiano, Perricone. E Catarratto: è la sua bottiglia più affascinante. Si chiama “C” e si presenta essenziale sin dalla etichetta, come fosse un vino da tavola qualsiasi. Macerato (abbastanza ma non troppo) sulle bucce, ha il colore dell’oro vecchio. I profumi ricordano gli agrumi e gli idrocarburi, il tè e il balsamico, poi sensazioni resinose e un’acidità prodigiosa. Più che un vino, un piccolo capolavoro. (Il Fatto Quotidiano, 1 giugno 2015. Ventottesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)