Ristorante Veritas (Napoli)

I due libri sul vino hanno aperto varchi spazio-temporali di cui continuo a stupirmi. Uno di questi si chiama Flavio Roddolo. In tanti sono andati in pellegrinaggio da lui, a Monforte d’Alba, dopo aver letto Elogio dell’invecchiamento. In tanti.
Tra questi, i proprietari del ristorante Veritas a Napoli. E’ andata così: una coppia fa qualche giorno di vacanza, passa per le Langhe, si ricorda del mio libro e decide di provare finalmente “questo famoso Roddolo”. Va da lui e lo trova (bontà loro) come lo avevo descritto. Da Flavio c’erano anche i coniugi Garanzini.
Nasce un’amicizia, anche grazie al mio primo libro enologico. I due ristoratori di Napoli vanno a pranzo dai Garanzini, pochi mesi dopo Gigi e Maria fanno una degustazione dei loro vini al Veritas di Napoli. Il feeling cresce e, poco dopo, anche Gianni Mura visita il locale. Due volte. Con il vecchio chef e con quello nuovo (presente da settembre di quest’anno, quindi non considerate le recensioni antecedenti a questa data che trovate sul web). Gianni rimane colpito dalla cucina, dal locale e dai prezzi. Ne scrive sul Venerdì di Repubblica.
Stefano, il proprietario, chiede il mio numero telefonico. Vuole ospitarmi. Troviamo un giorno buono, mercoledì scorso, a metà tra le mie apparizioni a Pescara e Caserta. Mi ospitano al Grand Hotel Parker’s, un cinque stelle bellissime in Corso Vittorio Emanuele. Il traffico è devastante, piove da giorni e sapete quanto efficace sia stato il governo Berlusconi a risolvere il problema dei rifiuti. In più vengo da Pacentro (vedi post precedente), sono un po’ stanco e mangiato più di quanto solitamente mangi a pranzo (quasi nulla).
Potrebbe andare male, va benissimo. Arrivo al Veritas, adiacente al Grand Hotel Parker’s (Corso Vittorio Emanuele 141), poco dopo le 21. Mi attendono Stefano e la sua compagna.
La cena, dall’antipasto al dolce, è impeccabile. Non mangiando carne, si gioca su pesce e verdure. Tutto al punto giusto, porzioni né lillipuziane né abbondanti, stile ricercato ma non troppo. Carta dei vini sontuosa, qualche birra artigianale, arredamento di chi sta emancipandosi (giustamente) dal concetto di winebar only.
Poiché non sono un critico gastronomico, ma un cazzaro a forte grado alcolico, non parlerò qui delle varie pietanze (alcune buone, altre impeccabili) ma dei vini. Non li ho scelti io, me li sono fatti scegliere dal maitre. Lo rifarei, perché la lettura della carta dei vini mi era bastata per capire che dietro alla scelta c’erano amore per le persone, rispetto della natura e ricerca garbata per la particolarità.
Il primo vino bevuto è stata una Falanghina Gallicius 2009 di Tenuta Spada. Classica Falanghina dalla schiena dritta, verticale, da aperitivo. Bella sapidità, ottimo prezzo, vino “basico” da tutti i giorni che d’estate ne berresti a secchi. Da provare.
Ho poi intuito che il maitre aveva un debole per una cantina beneventana, I Pentri. Mi ha fatto provare due vini aziendali, il Gran Momento di Flora 2002 e l‘Iss 2007. Il primo è una Falanghina botritizzata, ma vinificata secca. Quando me l’ha descritta, ho temuto quei bianchi un po’ grassi. L’ho trovata, a dire il vero, proprio così. I bianchi secchi da uve botritizzate non mi convincono quasi mai, non capisco perché a un bianco si debba dare un surplus di opulenza. Ancor più se il vitigno ha di per sé morbidezze spiccate (la Falanghina non è lo Chardonnay, ma neanche un Riesling della Mosella). Sarebbe come regalare una meringa a un obeso: che bisogno c’è? Mica ne ha bisogno. Sta già messo bene di suo. Per questo l’ho trovato un po’ stancante e in debito di eleganza e acidità. Anche l’Iss, vino da dessert a base di Fiano e Malvasia di Candia, non mi ha esaltato, soprattutto per un sentore finale di caramello bruciato che proprio non doveva esserci. Oltretutto io amo un vino dolce su cento, quindi non partivo entusiasta.
Il vino che invece mi ha convinto è l’Adam 2005 di Cantina Giardino. Un Greco macerato 4 giorni sulle bucce (lo so, ragazzi, lo so: state pensando che con questi orange wines ho un po’ rotto le palle. Non avete torto). Mi è parso un bianco di spessore e struttura, con morbidezza decisa, magari appena meno snello di quanto avrei voluto, ma riuscito e originale.
La serata è andata avanti fino a mezzanotte. Nel frattempo, ci avevano raggiunto Luca Miraglia, lettore casentinese-campano che da queste parti passa spesso, e sua moglie.
Una bella cena, un bel locale. Non posso che confermare quanto detto e scritto dai Garanzini e dai Mura, e non è una novità.

P.S. Non pago della sua gentilezza rara, Stefano mi ha portato il giorno dopo a pranzo al Timpani e Tempura, bottega-slow food nel cuore del centro storico di Napoli. Del pranzo ricordo la torta rustica napoletana, con pasta sfoglia (dolce) e ripieno di scarola, pinoli e uvetta. B-u-o-n-i-s-s-i-m-a. E ricordo ancor di più il monumentale Poliphemo di Luigi Tecce. Un Taurasi, annata 2006, naturale e spietato. Vinificato con tutti i crismi. Lieviti autoctoni, sfecciatura in acciaio, no filtrazione. Giovanissimo, ma con un talento che ne bastava la metà per fare cortei. Speziatura sottile, rabarbaro a seguire il giusto fiore e frutto rosso. Di equilibrio e miracolosa beva. Gran persistenza. Uno dei migliori rossi del sud Italia, e lo dico anche pensando al prezzo – sui 35 euro al ristorante – e consapevole che mi sono reso vittima di infanticidio, bevendo una bottiglia bambina.

12 Commenti a “Ristorante Veritas (Napoli)”

  • Claudio:

    La torta di scarola è una droga. Te lo dice uno che da quando ha la suocera campana non ne può fare a meno. Ed ora vado a cercare Poliphemo.

  • gigi:

    L’Adam viene da vigne vecchissime non di proprietà ma di contadini che aderiscono a questo progetto enoculturale di Antonio di Gruttola el il suo fantastico team .

  • Adriano:

    Grandissima la torta rustina napoletana. Ci sono cresciuto, la adoro e l’ho cucinata pochi giorni fa. Talmente straordinaria che il ritorno mi offusca il fulcro della lettura: il vino:)

  • alberto:

    Bravo Scanzi !

  • Giovanni Corazzol:

    Una serata piovosa, reduce da una missione lavorativa atroce, mi sono regalato una cena regale alla Locanda di Bu a Nusco. Non è il mio genere di locale, ma serviva un regalo tiramisù. Complice la presenza di Luigi Tecce in persona, ho bevuto il suo Poliphemo rimettendo in discussione le mie convinzioni sul Taurasi. è un vino meraviglioso quello di Tecce, mentre il Taurasi è in genere solo troppo caro. si semplifica naturalmente, dando al solito pessima mostra di sè. ma son tempi grigi, bisogna usare toni pieni.

    domandina:
    son stato da G.D. Vajra e ho portato un amico a far pellegrinaggio a Barolo, scivolando volentieri in una degustazione da Borgogno(formula 1€ per annata a bicchiere, che sarà anche organizzata furbamente per svizzerie e germani, però che diavolo, ci ha offerto l’assaggio di un barolo del 1982!(puntoesclamativo)). Da Vajra abbiamo assaggiato tra gli altri (diossanto mi sveglio ancora la notte tutto sudato con in bocca il sapore del barolo di Luigi Baudana, che però picchierebbe 47 eurini) il Kyè (freisa). accipicchiolina che buono. però 21 euri in cantina. insomma non è troppo? d’accordo ne fan poco (ho scoperto che fanno anche pinot nero, non lo sapevo) però fatico a capire. par di ricordare giustamente che dicevi qualcosa sull’eccesso di rossi importanti in piemonte. pensavi a questo vino? me ne sono andato con la loro barbera e col nebbiolone entrambi a 12 euri (eccoci) felice, felice, ma anche stranito da sta cosa del freisa. mi riprenderò?

  • hazel:

    Sono tuo compagno di infanticidio,al Poliphemo di Tecce 2006′ non seppi resistere il mese scorso e appena possibile pecchero’ nuovamente.What a wine!

  • Armando Trecaffé:

    Premessa 1: sono un fanatico Scanzista della prima ora e se il nostro condottiero organizza la marcia su Wine Advocate lascio tutto e lo seguo. Premessa 2: conoscono personalmente i produttori del Flora e mi piacciono molto anche loro. Svolgimento: caro Andrea, d’accordo che il Flora non è vino del millennio ma dove lo trovi un altro bianco campano in grado di resistere in forma perfetta per 9 anni e oltre dato che la bottiglia che hai bevuto non pareva a fine corsa? Perché non dirlo…la Falanghina non mi sembra particolarmente morbida di suo (mi sbagliero’) ma è il sole sannita e la muffa nobile che l’hanno addolcita…detto questo, de gustibus… ma mi pareva che il tuo giudizio fosse eccessivamente severo…con stima immutata, Armando

  • Andrea Scanzi:

    Caro Armando, ti ringrazio della stima. Riguardo al Flora: non ho detto che è imbevibile. Ho detto che a me non convince. Preferisco la Falanghina senza troppe pretese, ma ben fatta. La Falanghina botritizzata mi ricorda, in peggio, il desiderio smodato di certi produttori piemontesi di barolizzare il Dolcetto, rendendolo longevo ed “eterno”. Tu mi dici: dove lo trovi un altro bianco campano in forma così perfetta per 9 anni? Risposta A: Alcuni Fiano (il primo che mi viene è Picariello, ma non il solo). Risposta B: la Flora 2002 non è in forma perfetta, pecca in acidità e ha una morbidezza che non la strozzi. Risposta C: sei sicuro che la Falanghina debba PER FORZA essere longeva 9 e più anni? Dove sta scritto, chi lo dice, chi ci obbliga a vinificarla così?
    Non ho dubbio che i produttori siano bravi e dotati.
    Un saluto, a.

  • Armando Trecaffé:

    Grazie per la risposta, ricca e ben argomentata come sempre, e per gli spunti di riflessione che offri… continua cosi’… Armando

  • Armando Trecaffé:

    Considerazioni randagie:

    a) come spesso accade in Italia meridionale le versioni base dei produttori sono superiori a quelle elaborate: anche dei Pentri io preferisco i loro vini base, ma vaglielo a spiegare…e poi secondo me si divertono pure a sperimentare (dico i produttori in generale)…forsde ogni cento tentativi un l’imbroccano.. (è propio il caso di dirlo)

    b) In Campania vi sono alcuni Fiano (Picariello) ma anche alcuni Pallagrello bianco che si preparano a correre a lungo…

    c) O.T. :quacuno mi sa dire qualcosa del Taurasi del prof Romano? Non vorrei aver investito male i miei quattro soldi “mancando” Tecce….grazie ai lettori…

  • Luca Miraglia:

    Ciao Andrea; beh, devo riconoscere che, clima e monnezza a parte, la tua due giorni campana è andata veramente bene, sia perchè mi sembra di capire che a Caserta l’organizzazione è stata ottimale (ma perchè, fra tanti, Elio Altare?), sia perchè, in due giorni, hai avuto modo di assaggiare tre fra i vini campani di cui si parla di più: Nanni Copè e Poliphemo in primis, l’uno e l’altro figli di vignaioli autentici ed attenti, e poi Adam di Cantina Giardino; quest’ultimo, ti assicuro, ha avuto un grande successo anche a Vinnatur Taranto, manifestazione cui, purtroppo, la mancanza di ubiquità ti ha impedito di partecipare.
    Peccato! Grandi vini e bellissime persone, tra le quali ho conosciuto il tuo amico Principiano – autore di una Barbera monumentale – che ti saluta per interposta persona (me) con una tirata d’orecchie per il prolungato silenzio …

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