13 bourbon da provare

IMG_2526Non so quando è successo, credo in buona parte per colpa della serie Justified che ho consumato avidamente, ma d’un tratto mi sono scoperto appassionato (che non vuol dire esperto) di bourbon whiskey. Ovviamente continuo a bere anche whisky, quasi sempre scozzese e quasi sempre di Islay (sì, amo la torba). Il bourbon, però, mi affascina sempre più.
In materia c’è molta ignoranza. Il bourbon, essendo fatto a maggioranza mais (almeno 51%) e dovendo invecchiare in botti di rovere nuove e bruciate internamente, è fatalmente più “dolce” e caramellato del whisky scozzese. Se poi troverete un whiskey a maggioranza mais (corn whiskey, mais almeno 80%), sarà ancora più dolce. Per chi ama i Bourbon più rustici l’approdo naturale è il rye, ovvero a maggioranza segale (51%), che era peraltro il whiskey sgraziato del west. Solitamente un bourbon classico è fatto attorno al 70 percento da mais e il resto è costituito da segale (e/o grano) e orzo maltato. Il nome – anche se l’origine è controversa – viene da Bourbon County, facente parte dal 1792 dello Stato del Kentucky. Ancora oggi la capitale di Bourbon County è Parigi. I riferimenti alla dinastia borbonica e alla Francia furono un ringraziamento a Re Luigi XVI per il supporto durante la rivoluzione americana.
IMG_2528I bourbon sono un regalo degli emigranti irlandesi e scozzesi, che conoscevano il whisky. Non trovando l’orzo, o trovandolo poco, sfruttarono i cereali più diffusi in quelle nuove terre: mais e segale. Il bourbon ha un minimo di invecchiamento di due anni (Straight Bourbon). Sotto i 4 anni si deve dichiarare obbligatoriamente dell’invecchiamento, sopra i 4 anni è facoltativo. Il distillato è inizialmente incolore, acquisendo poi il giallo dorato – anno dopo anno – grazie principalmente al contatto col legno nuovo. Invecchia meno degli scotch perché l’escursione termica stagionale è decisamente maggiore e perché il legno nuovo e tostato velocizza (pure troppo) i tempi, ma in giro si possono trovare dei bourbon molto vecchi e in gran forma. Il mondo dei bourbon è molto affascinante e va al di là della realtà del Kentucky, che resta comunque capitale e riferimento. Il bourbon si può fare in tutti gli Stati Uniti. Nel Kentucky il cereale dominante è il mais, in Pennsylvania diventa la segale. Domenica scorsa sono stato al Whisky Day alla Villa Reale di Monza e ho focalizzato l’attenzione proprio sui bourbon whiskey (sì, in questo caso va aggiunta la “e”). Di seguito, senza tanti tecnicismi, vi segnalerò tredici bourbon (anzi qualcuno in più). Stanno tutti, più o meno, in una fascia economica tra le 20 e le 45 euro (il bourbon, lasciando stare bottiglie mitiche tipo il Pappy Van Winkle, è meno caro dei Single Malt). Sarò felice se, tra i commenti, vorrete anche voi segnalare bourbon meritevoli.
Maker’s Mark. Abbastanza facile da trovare, resta uno degli entry level più indicati per scoprire la tipologia. Pulito e un po’ ammiccante, difficile che non piaccia.
Knob Creek. Idem come sopra. E’ stato uno dei primi che ho scoperto. Al tempo mi piaceva molto, adesso un po’ meno. Immagino dipenda dal fatto che, nel frattempo, ho scoperto altro. Esiste anche l’etichetta nera: è un Rye, che però non mi ha fatto impazzire. Lo Knob Creek è uno dei 4 small batches della Jim Beam. Dei quattro lo Knob Creek è il più economico assieme al Basil Hayden’s. Si sale – di qualità ma anche di prezzo – con il Baker’s (mentolato, dritto e sorprendentemente elegante) e il Booker’s. Quindi: partite con lo Knob Creek e poi volate con Booker’s e Baker’s.
Jim Beam. Appunto. Il più noto è l’etichetta bianca, sin troppo facile e “base”. Lo si trova praticamente ovunque. Già col 12 anni Selected si sale e tanto. Come quasi sempre capita per le grandi distribuzioni, se non ci si ferma alle etichette più commerciali si trovano delle meraviglie (vedi anche punto precedente sui 4 small batches).
Jack Daniel’s. Vale lo stesso discorso del Jim Bean: più sei disposto a salire col prezzo e più cresce la qualità. Senza arrivare al Sinatra, consiglio il Single Barrel e il pulitissimo (e meno caro) Gentleman Jack. Tenete comunque conto che il Jack Daniel’s sarà sempre più “dolcino” degli altri. Viene fatto nel Tennessee ed è sottoposto al charcoal mellowing. E’ la caratteristica che differenzia i Bourbon whiskey dai Tennessee whiskey. Questi ultimi vengono sottoposti a una filtrazione goccia a goccia attraverso tre metri di carboni attivi di acero. Ne risulterà un distillato ancora più “bianco”, ma soprattutto ancora più morbido e rotondo. Per la cronaca, il fondatore della Jack Daniel’s – Jasper Newton “Jack” Daniel – morì nel 1911 a furia di prendere a calci la cassaforte. Si era dimenticato la combinazione e, dalla rabbia, si ruppe un dito. Il piede non fu curato, andò in cancrena e lui morì. E’ vero che l’etichetta nera è un tributo alla sua morte e ne sancisce il lutto inconsolabile, mentre la storia della cassaforte e del piede in cancrena è probabilmente una sciocchezza tramandata nel tempo.
Wild Turkey. Altra etichetta che si trova in molti pub. Il base è l’81 Proof. “Proof” è la gradazione americana ed equivale al doppio della gradazione italiana, quindi un 81 Proof è un 40.5 gradi alcolici europei. Più appagante il 101 Proof, adatto anche ai cocktail. Tra quelli più facilmente reperibili, il top è il Rare Breed. Da poco è arrivato in Europa anche il riuscito Rye (potete usarlo anche nel Manhattan, la cui ricetta prevede appunto il Rye Whiskey).
IMG_2529Benchmark. Marchio storico di proprietà Sazerac, la stessa dell’Eagle Rare e del Buffalo Trace (buon rapporto qualità/prezzo). E’ distribuito in Italia da Velier, come pure lo Hudson Whiskey che però – al di là della bottiglia molto fighetta – mi convince poco. Tra tutti segnalo il Benchmark 8 Brand Kentucky Straight Bourbon Whiskey.
Michter’s. Pregevole distilleria a Louisville, Kentucky. Più artigianale e dunque meno facilmente reperibile. Distribuita da Velier e non economica. Il nome Michter’s (o Bomberger‘s, e prim’ancora Shenk’s) è storico come l’Old Fitzgerald, anche se in realtà i produttori nuovi non c’entrano nulla e pure la sede storica è stata spostata dalla Pennsylvania al Kentucky. I due alambicchi originale usati dalla storica Michter’s, i Copper Pot Still, sono stati ritrovati quasi per caso 25 anni fa in un granaio nel Kentucky e ora vengono usati da una piccola distilleria nell’Ohio celebre anche per il distillato di sidro di mele Applejack (Tom Foolery). Fallita nel 1989 dopo essere nata nel 1753, l’attuale Mitcher’s è ripartita nel 1990 con nuovi produttori. Si tratta comunque di un prodotto di pregio. Segnalo in particolare il Michter’s US*1 Sour Mash, che deve il nome a uno specifico processo di fermentazione del bourbon (“sour mash”, letteralmente “miscela acida”: sta al bourbon come il lievito madre alla panificazione). Il sour mash non è obbligatorio nei bourbon, che possono seguire il procedimento di fermentazione “canonico” (lo stesso degli Scotch). Il sour mash ha due pregi: permette il controllo del Ph e in via (non troppo) teorica garantisce profumi più eleganti. Solitamente, ancor più dal 2005, i bourbon più nobili seguono il processo sour mash per la fermenteazione, mentre la distillazione è a ciclo continuo con alambicco a colonna.
Dad’s Hat. Distillato in Pennsylvania e distribuito in Italia da Velier. Il Rye (etichetta nera) è riuscito.
High West. Distilleria nello Utah, a 7mila piedi d’altezza. E’ una delle migliori distillerie di small batch whiskey  ed è l’unica a essere raggiungibile anche sciando. Il Double Rye! (sì, col punto esclamativo) è reputato uno dei migliori segale americani. In Italia è distribuito da Ghilardi. Da provare, ma qui il prezzo sale (dai 60-70 euro). I Rye vengono usato in Italia principalmente nei cocktail, ma è un utilizzo semplicistico e spesso sminuente. Segnalo anche il Campfire, azzardato blend tra bourbon, rye whiskey e single malt di Islay (quindi torbato).
IMG_2542Roughstock (Montana Whiskey). Meravigliosa distilleria nel Montana. I continui sbalzi di pressione della regione permettono di affinare al meglio i whiskey, che non vengono poi filtrati a freddo. Lo Spring Wheat (grano almeno 51%, tipo le Weiss nella birra) è una chicca e non è l’unica. Distribuito da Ghilardi, arduo da reperire. Da provare e riprovare, ma anche qui il prezzo sale (dai 60-70 euro in su).
McCormick. Distilleria nel Missouri celebre per il corn whiskey (solo mais) Platte Valley, caratterizzato da una splendida bottiglia di ceramica. Morbido, molto morbido.
Blanton. Qui torniamo nel Kentucky. E’ stata la prima a introdurre il Single Barrel, ovvero whiskey proveniente da una sola botte. La bottiglia ha la forma di un diamante e il contenuto non è meno prezioso.
Woodford Reserve. E’ la più piccola distilleria del Kentucky e produce uno dei più grandi bourbon whiskey del mondo. E’ stata acquistata dalla Brown-Forman, la stessa del Jack Daniel’s, ma l’approccio artigianale è rimasto più o meno lo stesso.
Buone bevute.

5 Commenti a “13 bourbon da provare”

  • Alessandro:

    Interessante articolo e interessante (pare) la manifestazione a Monza. Sarebbe buona cosa , a mio avviso, che se fossi a conoscenza si manifestazioni del genere (vino, whisky o altro) magari le “pubblicizzassi” sul questo sito, cosi che si possa partecipare, anche a prescindere dalla tua presenza (se ci sei, tanto meglio, ovvio). Un saluto

  • Gigi Coretti:

    Il mio preferito da sempre è “Il tacchino selvaggio” specie nella variante “Red Breed” mentre ancore non ho provato il “Rye” anche se, a mio parere, ogni bourbon va bevuto liscio e, soprattutto, senz’acqua o ghiaccio!!!

  • Visto che sta studiando i bourbon, mi permetterà qualche precisazione. Appassionato ormai da anni, mi preme evidenziare che esiste una sensibile differenza tra i bourbon (almeno 51% mais), i rye (almeno 51% segale) e non ultimi i wheat (almeno 51% frumento). Una differenza non così sottile, soprattutto per chi ne fa una fonte di studio. Esistono poi dei sottogruppi, ma non voglio diventare noioso.
    Aggiungo un altro piccolo appunto sul fatto che il Jack Daniel’s, come anche il George Dickel, sia veramente un bourbon nella sua accezione più pura, controversia non ancora risolta, ma per la quale non è ancora utile addentrarsi.
    In merito al suo interessante articolo, le segnalo inoltre che Wild Turkey ha immesso sul mercato diverse bottiglie qualitativamente superiori al Rare Breed, ma non facilmente reperibili. Su questa azienda si potrebbe inoltre scrivere molto, dato che il master distiller, il celeberrimo Jimmy Russell, vi lavora ormai da 60anni: che cosa non darei per conoscerlo…
    Il Blanton’s è solo single barrel e la casa produttrice è stata la prima ad introdurre questa tipologia.

    Da buon estimatore e consumatore, non posso rinunciare ad evidenziare la “mia lista” di bourbon:
    • Four Roses, ma non quelli che si possono trovare sugli scaffali del supermercato. Ho assaggiato proprio qualche giorno fa un Single Barrel e mi e’ piaciuto molto
    • Smooth Ambler Old Scout, ottimo anche il rye
    • Evan Williams, anche qui come il Four Roses
    • Bulleit, non mi ha entusiasmato neanche nella sua versione rye
    • Willett pot still reserve, uno dei miei preferiti
    • Booker’s, non lo ricomprerò
    • Basil Hayden’s, mi piace usarlo nella preparazione del Manhattan
    • Eagle Rare 10, nessuna emozione
    • George T. Stagg, interessante
    • Stagg Jr., come il precedente, ma invecchiato meno
    • Pappy Van Winkle 15, forse mi aspettavo troppo, ma anche qui ci sarebbe molto da scrivere
    • Cyrus Noble, californiano…
    • Blanton’s special reserve, a me e’ piaciuto molto
    • W.L. Weller special reserve, se non riuscite a trovare il Pappy questo potrebbe essere più che un ripiego.

    Rye:
    • Old Rip Van Winkle Old Rye Time 12 ,questa bottiglia la si può trovare solo a casa mia!! E non aggiungo altro
    • Hudson manhattan rye, buono, ma esoso
    • WhistlePig 10 rye, da riprovare…
    • Sazerac rye, necessario nella preparazione dell’omonimo cocktail
    • Old Overholt rye, se proprio le dovesse capitare di assaggiarlo…
    • Willett rye 4 anni, mi aspettavo qualcosa di diverso, ma ci sarebbero da dire più cose
    • Rittenhouse 100 rye, perfetto per chi ama miscelare

    Wheat:
    • Ne ho assaggiato uno, ma non riesco a ricordarne il nome! Mi spiace.

    Le successive bottiglie sono “vintage”, ovvero prodotte in annate particolari o stabilimenti specifici: i profumi e i sapori, quindi, non sono quelli che si possono sentire acquistandole oggi. Le cito ugualmente:
    • Wild Turkey 101 (1994)
    • Old Taylor (UPC-Code “86259”, del 1989)
    • Old Charter 12 (Louisville, del 1998)
    • Old Forester (DSP-KY-414, del 1977)

    Tra le vintage ho ancora da aprire un Maker’s Mark del ’97, quando il master distiller era Dave Pickerell e un Kentucky Colonel del 1992.

    Naturalmente, come non sarà difficile immaginare, ho assaggiato quasi tutti quelli da lei citati e mi trovo in buona parte d’accordo con le sue opinioni.

  • Aggiungo due whiskey provati ieri sera:
    Baby Bourbon, il legno si sentiva un po’ troppo per i miei gusti e come il Manhattan Rye un po’ troppo caro. Voglio dire, allo stesso prezzo si possono trovare bottiglie della stessa qualita’ , ma con una quantita’ di prodotto doppia.
    Wild Turkey Rye, sincero ed onesto come tutti i prodotti della WT

  • GIUSEPPE GENTILE:

    Condivido la passione per il bourbon.
    Ad essere sincero, trovo i single malt scozzesi complessivamente superiori, anche se, rispetto a te Andrea (mi consentirai il “tu”), prediligo quelli delle Highlands e dello Speyside proprio perché amo meno la torba (Glenfiddich e Macallan su tutti).
    Il Bourbon però mi piace sempre di più, e cito da ultimo il “Bulleit Bourbon” (28% di segale, 68% di mais e 4% di orzo)…ho gustato molto anche la variante “Bulleit Rye Whiskey” (con addirittura il 95% di segale), ma trovo il bourbon più morbido e gradevole.

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