Vini ostinati e contrario: Cinque Terre Vetua

FullSizeRenderLe bottiglie prodotte sono poche, meno di 5mila l’anno. Appena un ettaro vitato. Lo Sciacchetrà, il celebre passito tipico della zona, è prodotto solo nelle annate migliori. In vigna la concimazione è naturale, e ai filari si alternano erbette selvatiche, bietole e insalata. I vitigni coltivati sono anzitutto Bosco, Vermentino e Albarola, il trittico – raro e inimitabile – che contribuisce a rendere ulteriormente uniche le Cinque Terre. Nella piccola azienda a conduzione familiare Vetua, a Monterosso sul Mare località Fuisso, si punta poi su altre uve autoctone pressoché scomparse. Il vino che più racconta questa realtà senz’altro eroica, benedetta da terre non riproducibili altrove ma al tempo stesso vessata dai rovesci climatici e con filari a strapiombo difficilissimi da lavorare, è il bianco Cinque Terre Doc. Un piccolo prodigio che ti stordisce per la sapidità spiccata, per la personalità, per la ispirata facilità del bere. Nel blog di Luciano Pignataro, esperto autentico, lo si definisce “lama grigio verde impreziosita da riflessi gialli e cristallini, carnosi e sfaccettati: una miscela dura e confortevole, quasi un infuso di tè bianco attraversato da lampi metallici e da quella salsedine delle chiglie di barche tirate a secco, che invade il naso di intensa mineralità”. Una descrizione sin troppo immaginifica, che però rende bene l’idea. Il proprietario è Sebastiano Catania, la cui piacevolezza è uno stimolo suppletivo per visitare l’azienda. (Il Fatto Quotidiano, 8 giugno 2015. Ventinovesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

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