Incontro con Andrea Scanzi (e il vino)

scanziPubblico integralmente l’intervista che ha realizzato Giorgio Demuru per l’AIS Sardegna: il mio rapporto con il vino, la scelta vegetariana, la predilezione per i bianchi, i vini naturali e la resistenza, l’evoluzione del gusto e il Portogallo. Eccetera.

“Una delle due date isolane dello spettacolo “Le cattive strade”, lo scorso 10 ottobre a Porto Torres, è stata l’occasione per incontrare Andrea Scanzi, qui nella veste di autore e attore teatrale, ma giornalista e scrittore di grande talento e dai tanti interessi, tra cui il vino. Andrea è Sommelier AIS e Degustatore Ufficiale e, soprattutto, autore di Elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, due volumi divenuti imprescindibili per professionisti, tecnici e semplici appassionati. Ne abbiamo approfittato per scambiare due chiacchiere sul nostro amato universo “vino & dintorni”.
Ciao Andrea, partiamo da una domanda banale: cosa ti spinse, a suo tempo, ad iscriverti ai corsi AIS?
“Quello che mi spinge quasi sempre: il desiderio di saperne di più. Amavo il vino, ma detestavo il non conoscerlo quanto volessi. Non sopportavo che, una volta al ristorante, fossi in totale balìa del proprietario. Non ne potevo più di dire “Scelga lei” o di sparare a caso un “Mi dia un Dolcetto d’Alba”. Volevo imparare e le 45 lezioni AIS sono state decisive. Non bastano per sapere, ma costituiscono la partenza migliore. Mentre stavo terminando il terzo livello AIS ad Arezzo, nacque – con il grande Edmondo Berselli e Beppe Cottafavi di Mondadori – l’idea di scrivere un libro semiserio su vino e sommelier. Era il 2007 e di lì a poco sarebbe uscito Elogio dell’invecchiamento, un successo che dura ancora oggi e continua a stupirmi”.
Negli ultimi tempi è notevolmente aumentata la tua esposizione mediatica, in ambiti diversi (politica, sport, musica, etc.) e senza disdegnare i contesti “pop”, assecondando quella che tu stesso hai definito “bulimica curiosità culturale”. In questa postmoderna ronde di contaminazioni, che posto occupa attualmente il vino?
“Occupa il posto dell’amico che non tradisce mai e sa divertirti, ascoltarti e comprenderti. Per un po’ ho smesso di scrivere di vino, e anche adesso lo faccio meno di prima per mancanza di tempo, ma per certi versi è un bene: mi permetterà di mantenere sempre l’approccio del curioso informato. Quando una passione resta un hobby e non diventa un lavoro, puoi permetterti di conservare quella leggerezza cazzara che aiuta a non prenderti troppo sul serio. Con il vino mi riesce, in altri ambiti forse no”.
Operando spesso a contatto con la gente, ho riscontrato un crescente interesse nei confronti della conoscenza “consapevole” del vino. Pensi che il pubblico degli appassionati sia ancora catalogabile come – ironicamente – hai fatto nei tuoi libri o hai notato una sorta di evoluzione?
“L’ironia, nei miei libri, era molto affettuosa. Sulla falsariga della imitazione del sommelier realizzata da Antonio Albanese. C’è stata una evoluzione nella conoscenza, che ha senz’altro portato a una maggiore consapevolezza. Permangono approcci pallosissimi, da cattedratici che tromboneggiano con l’aria di chi sta decidendo le sorti del mondo, ma continuo a pensare che il mondo del vino sia pieno – più di qualsiasi altro microcosmo – di personaggi straordinari: figure intimamente letterarie, che sono uscite da qualche pagina ispirata e chiedono in qualche modo di essere nuovamente raccontate. Avamposti utopici di resistenza enoica. Penso ad alcuni esponenti del cosiddetto “vino vero” e “naturale”, un movimento che nel 2007 era quasi agli inizi, ma non penso solo a loro”.
Mi permetto una metafora politica: in un contesto generale di “vini-PD” (cioè omologati e “piacioni”) quanto pensi possa essere ampio lo spazio per quelli che tu hai definito anche adesso “avamposti di resistenza enoica”?
“C’è sempre spazio per l’opposizione, per la resistenza, per la diversità. Anzi: più emerge un pensiero massificato (anche se “pensiero” è una parola troppo forte se applicata al renzismo) e più si verifica una reazione uguale e contraria. Da qui il bisogno di percorsi diversi, in questo caso di vini non omologati. Parliamo e parleremo sempre di una minoranza, ma non così esigua come si crede”.
scanzi-il-vino-degli-altriNella settimana che ha preceduto le due date teatrali, hai avuto modo di girare l’isola, in modalità random: che idea ti sei fatto, in generale e – nello specifico – delle realtà vitivinicole che hai potuto osservare da vicino?
“Ho trovato una regione straordinaria. Ho viaggiato su e giù per la Sardegna, divertendomi come un bambino. Ogni suo angolo racchiude uno splendore a cui è impossibile resistere. In termini enoici, gli incontri che più mi hanno colpito sono stati quelli con Alessandro Dettori in Romangia (Tenute Dettori) e con Gianfranco Manca poco fuori Nurri (Panevino). Del primo, che mi ha ospitato due volte a pranzo, amo in particolare la cultura, la voglia sana di emergere e i bianchi; del secondo, con cui ho cenato una sera, apprezzo l’approccio rigoroso, la chiarezza con cui persegue i suoi principi (oserei dire filosofici) e i rossi, tra i pochi ormai che riesco a bere con piacere raro”.
Hai più volte dichiarato che, negli anni, le tue preferenze in ambito vinicolo sono, ovviamente, cambiate, in un graduale processo di affinamento del gusto che ti ha portato a privilegiare bianchi “verticali” e bollicine, con qualche significativa eccezione, come gli eleganti rossi ottenuti da Nebbiolo, Pinot Noir e affini. E’ un percorso abbastanza comune tra noi dell’ambiente, anche se non scontato. Pensi possa diventare un percorso condiviso anche dal grande pubblico, una volta tramontata – per fortuna – la moda dei vini palestrati e, per semplificare, di impronta USA?
“Ognuno ha la sua storia e non puoi pretendere che una persona che ascolta solo Laura Pausini si innamori un giorno di John Coltrane. C’è chi si ferma alle prime emozioni e chi invece è bruciato da un fuoco interiore che lo porta a inseguire sempre nuove strade. All’inizio il vino morbido, e magari con residuo zuccherino, piace a tutti. Poi cerchi i tannini. Poi ti innamori del “vino verticale”: dell’eleganza, del fascino. E dunque Champagne, Riesling, Pinot Noir. Ma non capita a tutti: quando esco con una donna, spesso mi dice che “beve solo rossi” oppure “bianchi profumati”. A quel punto, se le fai provare subito un orange wine o un Pas Dosé, corri un rischio enorme. Vale anche per un familiare, un collega, un amico. Per apprezzare determinate tipologie, ancor più se naturali, occorre avere un interesse spiccato per il vino ed essere disposti a intraprendere un percorso. Non tutti ne hanno voglia e va bene così. Allo stato attuale bevo bianchi al 90% e rossi al 10%. Il requisito che più cerco, prim’ancora dell’eleganza, è la bevibilità. Adoro i vini glou glou e detesto i vinoni che stancano”.
Hai sempre avuto un debole per il Portogallo, paese che, in termini enologici, dalle nostre parti è stato spesso associato ai terribili Lancers e Mateus o, al massimo, alle pallide versioni base del Porto Ruby. Invece, Porto e Madeira sono delle grandissime realtà quasi misconosciute.
“Il Portogallo resta un amore eterno, però più geografico e letterario. Per me il Portogallo è Pessoa, è Saramago, è Lobo Antunes. E’ Lisbona, l’Alentejo, è il vento che non si stanca mai di agitare l’Oceano. I vini vengono dopo. Alcuni Porto sono strepitosi, soprattutto i Vintage e gli LBW, ma qualche anno fa ne bevevo di più. Vale ancora di più per i Madeira: è una realtà dalle potenzialità notevoli e poco conosciute in Italia, hai ragione, ma è raro che beva “vini da meditazione”. Una delle pochissime eccezioni è il Sol di Cerruti”.
Negli ultimi anni sei diventato vegetariano. Hai raccontato che, nella scelta, fu decisiva la lettura del libro Se niente importa di Jonathan Safran Foer (al quale aggiungerei Il dilemma dell’onnivoro di Michael Pollan, di cui parleremo a breve su questa pagine, nella rubrica “Letto per voi”). Ti chiedo: nella decisione ha pesato di più l’attaccamento assoluto alle tue amate Labrador o il desiderio di ammantare di consapevole e coerente rigore anche le tue scelte alimentari?
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“La scelta vegetariana, e ormai quasi vegana, è molto mia. Ne vado fiero, ma non cerco proseliti e provo un fastidio vivissimo per i carnivori che fanno battute idiote o ti incolpano di essere vegetariano “però hai il giubbotto di pelle”. Ognuno faccia la sua vita e nessuno dia lezioni. So di essere oltremodo perfettibile e contraddittorio, come tutti del resto, ma incidere “4” sul mondo animale mi fa stare meglio di quando incidevo “7” o “9”. Certo, potrei incidere “0” e vestire solo in jeans e tela, ma per ora mi va bene così. Sono vegetariano dal 2001 e dall’inizio di quest’anno ho praticamente tagliato tutto ciò che è grasso, ancor più se proveniente dal mondo animale. Per un mese ho vissuto solo di frutta, verdura e legumi. Poi ho fatto un bilancio e mi sono reso conto che l’unica cosa che mi mancava era il vino: così ho ricominciato a bere vino. E ho continuato a non mangiare – e bere – il resto. Niente birre, niente superalcolici se non un whisky o un distillato come si deve ogni tanto. Pane e pasta quasi mai, men che meno a cena. Formaggio assai di rado. Non amo neanche le uova, le salse e i dolci, quindi chi mi invita a cena – a pranzo mangio pochissimo – se la cava con una verdura grigliata e qualche legume (tanto il vino lo porto io). Al limite, ma solo quando ceno fuori e sono costretto perché non c’è proprio altro, in casi eccezionali mangio un po’ di pesce. Ma preferisco di no e chi mi conosce lo sa. Ormai sono diventato un esperto di seitan, tofu, mopur e tempeh. Sto bene così, sia da un punto di vista etico che salutistico: ho perso 15 chili dal febbraio scorso. Oltre ai libri di Safran Foer e Pollan, mi ha certo condizionato vivere con due labrador. Amo gli animali e, finché posso, non intendo nuocere loro in alcun modo. Spesso vado a cavallo: ecco, l’idea di mangiare carne di cavallo la trovo (personalmente) inconcepibile. E per me vale lo stesso per un coniglio, un capretto o un maiale. Lo so, dovrei evitare anche il tonno una volta al mese e il pezzo di formaggio con caglio animale ogni morte di Papa, ma l’ho già detto: sono perfettibile, ho margini di miglioramento e mi piaccio così. Neanche poco, peraltro”.
Hai più volte confessato di essere un toscano “atipico”, dal cuore (enoico) spostato decisamente verso il Piemonte. Tra poco, proprio a Torino, ci sarà il Congresso Nazionale AIS: pensi di riuscire a trovare qualche ritaglio di tempo per tuffarti nelle degustazioni dei grandi vini piemontesi?
“Confermo di essere un toscano enoicamente atipico, a un ottimo Sangiovese preferirò sempre un ottimo Nebbiolo. Riguardo al tuo invito: mi piacerebbe e ti ringrazio, ma fra teatro, tivù e vita privata viaggio già anche troppo. La mia auto non ha neanche undici mesi e il contachilometri dice già 60mila. Per questo ho smesso di partecipare a dibattiti, convegni e degustazioni (pubbliche: quelle private eccome se le frequento). Quando posso, sto molto felicemente a casa: focolare acceso, una bella donna accanto, due labrador fighissime a fare la guardia (si fa per dire) e la bottiglia giusta di vino. Difficile chiedere di più” (AIS-Sardegna, grazie a Giorgio Demuru, 4 novembre 2014)

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