I ribelli del vino e l’annata 2014

IMG_6873MONTALCINO – Qualcuno non finge neanche di stupirsi, qualcun altro spera che sia “solo” una frode e non un vero e proprio taroccamento. Montalcino, di nuovo, diventa capitale di scandali enologici. “Credevamo di aver già pagato dazio una volta per tutte durante il Vinitaly 2008”, dicono alcuni produttori. Constatata la frode, la speranza in paese è che almeno stavolta le uve non autorizzate arrivino comunque dalla zona e non da regioni diverse. Nei giorni scorsi sono stati sequestrati 165.467 litri di vino: 220.600 bottiglie, di cui 75.620 litri di Brunello e 89.847 di Rosso di Montalcino. Valore attorno al milione di euro. Protagonista del presunto raggiro non è un enologo, ma un consulente di molte aziende: si impossessava illegalmente della documentazione attestante la Docg e la associava a partite di uva e vino comune, che vendeva alle cantine durante le fasi di vendemmia e invecchiamento. E’ stato denunciato per frode in commercio, accesso abusivo ad un sistema informatico, appropriazione indebita aggravata e continuata e reati di falso.
Sarà una vendemmia difficile, soprattutto nel Centro-Nord. L’annata 2014 avrà gli stessi limiti della 2002, quando non poche aziende blasonate rinunciarono a produrre i vini di punta (ad esempio il Barolo) per le piogge continue. La 2014 sarà addirittura peggiore, perché ha continuato a piovere tutta l’estate. I vini – con ovvie eccezioni – risulteranno scarichi, con basse concentrazioni polifenoliche, meno eleganza e meno gradazione alcolica. A Montalcino la grandinata del 12 giugno ha compromesso parte dei raccolti, tenendo conto che il Sangiovese è relativamente spargolo e dunque più soggetto a muffe. Lo scandalo, per quanto meno grave dei precedenti, è in qualche modo emblematico. La Toscana è ciclicamente epicentro di una propensione al taroccamento, vuoi per assecondare la moda dei vini “morbidoni” (che ha raggiunto il suo apice negli Anni Novanta e inizio Duemila) e vuoi per una tendenza a non accontentarsi mai. Neanche in quelle zone d’Italia in cui la natura sarebbe in grado di fare tutto da sola e basterebbe rispettarla, senza ricorrere a sofisticazioni in cantina e sbornie cafone da barrique. Chi ha buona memoria ricorda la puntata di Report di fine 2004, in cui – complice la meritoria denuncia di Sandro Sangiorgi, uno dei più grandi esperti del settore – si scopriva come di “vero” non ci fosse poi molto nell’enologia italiana. Quella situazione troppo spesso compromessa ha generato una reazione vibrante e per certi versi ugualmente estrema, costituita dal diffondersi dei cosiddetti “vini veri” o “naturali”. Niente più fermentazioni controllate, lieviti selezionati e abracadabra chimici, ma un pauperismo ostentatcolleoni-300x225o che oltrepassava le ambiguità del biologico e inseguiva una naturalità totale. Ora biodinamica e ora no. Il caso di Montalcino è davvero esemplificativo. Sebbene l’ultimo scandalo stia già allontanando qualche cliente, il commercio resta florido. A dominare sono le aziende chic, così perfette da risultare quasi respingenti. Prezzi esosi e una raffinatezza che – alla lunga – stucca. Del resto la regione è quella dei Supertuscans, “vinoni” fatti come se fossimo a Bordeaux o in California, col Sangiovese ritenuto “troppo tannico” e dunque ingentilito dai soliti vitigni internazionali (su tutti Merlot). C’è però chi resiste. Avamposti di resistenza e utopia che si oppongono alle mode, difendendo con le unghie e con le idee (più che con i denti) uno spicchio di terra troppo benedetto per essere involgarito. Basta visitare aziende garbatamente ribelli come Il Paradiso di Manfredi, Campi di Fonterenza o il Podere Sante Marie dei coniugi Colleoni, trasferitisi da Bergamo venti anni fa con il sogno non barattabile di una enologia semplice e sostenibile (anche nel prezzo). Squarci improvvisi di natura salva e vino autentico. L’enologia italiana, da Nord a Sud e ancor più in Toscana, non si divide tanto in “modernisti” e “tradizionalisti” ma in chi rispetta la natura e chi no. Questi ultimi hanno produzioni esigue, bottiglie poco glamour e vini non necessariamente impeccabili. Sono pochi e litigano tra loro come i partitini di sinistra. Non avendo paracadute in cantina, se l’annata è cattiva devono dire addio a metà raccolto o giù di lì: è accaduto ad Angiolino Maule a Gambellara, uno dei pionieri dei “naturalisti”. Eppure resistono. Li trovi a Sarzana, come Stefano Legnani, e nel parmense, come Camillo Donati. A Castiglione Tinella, come Ezio Cerruti, e a Castiglion Fiorentino, come Arnaldo Rossi. Ultimi passeri sul ramo. Uno dei più bravi a fotografarli è stato il cineasta americano Jonathan Nossiter, dieci anni fa in Mondovino e più recentemente nel riuscito Resistenza Naturale. Guarda caso, ha per scenario anzitutto la Toscana. Nossiter li definisce così: “Sono contadini moderni rivoluzionari, in grado di vedere la propria attività agricola in un quadro politico, sociale, ecologico ed economico molto più ampio e complesso di quanto non potessero fare i contadini fino a qualche generazione fa. La loro strenua lotta per la sopravvivenza del gesto artigianale indipendente e autentico, in un mondo post-globalizzato, mi ha emozionato”. Al netto di integralismi e retorica, il percorso di questi contadini illuminati pare in qualche modo necessario. La loro è una strada insidiosa, ancor di più in annate impietose come questa, ma smisuratamente autentica e non di rado commovente. Libera. (Il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2014)

14 Commenti a “I ribelli del vino e l’annata 2014”

  • Ciao Andrea,

    Visto che sei un appassionato di viticoltura ed enologia, magari ti fa piacere guardare in anteprima il corto documentario “Zio Ninuccio” (zioninuccio.com) di mia moglie N. S.

    Ti ho inviato link e password su Facebook :)

  • Fabio Zanzucchi:

    Caro Scanzi,

    la moda dei vini morbidoni, come li chiama lei, è passata da almeno due lustri. I vini di Montalcino salvo poche eccezioni, non necessariamente positive, sono morbidi, nel senso positivo del termine (mi vengono in mente quelli del bravissimo Marino Colleoni); ossia hanno tatto dal setoso al vellutato, dove i tannini contribuiscono con un lieve “grip” a dare risalto al passaggio in bocca e un lieve amaro a bilanciare il dolce. Il Sangiovese è morbido, non nel senso dei merlottoni californiani di vent’anni fa, ma nel significato esatto della parola; si appoggiano morbidi – ed elastici – sul palato, alle volte addirittura sono felpati. Non confondiamo la morbidezza con la mollezza. I vini duri sono in altre lande; penso all’Irpinia, al Vulture, a certe zone del Nord Piemonte, a certe zone delle Langhe, e ovviamente a Montefalco, dove la durezza però è veramente solo un limite se non addirittura un difetto. Riguardo agli avamposti di resistenza, come li chiama lei, sappia che in realtà sono molto glamour, e guidano una moda, positivissima secondo me, ma pur sempre una moda. Non c’è nulla di male a essere di moda; ben venga la moda se ci aiuta a vendere e a raccontare un territorio. Vorrei ricordarle però, che oltre ai contadini illuminati, consapevoli del loro ruolo di custodi del territorio, ne esistono molti altri, meno “colti”, meno raffinati, certamente meno glamour di quelli che ha citato, che rinunciano anche loro a significative porzioni della produzione quando l’annata non è all’altezza, che bestemmiano quando la grandine gli distrugge il raccolto e che non hanno i margini di guadagno – forse giustamente – dei loro colleghi più chic. Ma anche loro sono difensori del gesto artigianale, magari senza accorgersene perché lo praticano da una vita come lo praticavano i loro genitori e i loro nonni, e inoltre non finiranno mai in una pellicola di Jonathan Nossiter.

  • Le sue considerazioni non mi convincono, specialmente quando definisce di moda i cosiddetti “avamposti di resistenza”. Io pensavo che la moda fosse un fenomeno effimero e fine a se stesso, mentre so con certezza quanto costa, in termini di fatica, di rischio, ed anche di denari, rispettare davvero la natura e conseguentemente il vino. Guardi che produrre vini facendo affidamento solo sulla qualità assoluta delle uve, non è cosa semplice! Chi glielo farebbe fare, tanto per fare un esempio, a certi produttori, a rinunciare ai fantasmagorici aromi del legno, preferendogli le asettiche pareti delle anfore? Altro che mode, dunque, ma onestà nel puntare tutto ed esclusivamente sulle uve.

  • Luca:

    L’affermazione “Avamposti di resistenza e utopia che si oppongono alle mode” è piuttosto criticabile e il commento di Fabio Zanzucchi centra in pieno la questione: “Riguardo agli avamposti di resistenza […] in realtà sono molto glamour, e guidano una moda, positivissima secondo me, ma pur sempre una moda […] oltre ai contadini illuminati, consapevoli del loro ruolo di custodi del territorio, ne esistono molti altri, meno “colti”, meno raffinati […] che non finiranno mai in una pellicola di Jonathan Nossiter”. Si veda anche il mio commento su un altro blog (http://www.vinoalvino.org/blog/2014/09/ritorna-leno-snob-grillino-andrea-scanzi-salva-tre-aziende-o-poco-piu-a-montalcino.html#comment-40479)
    A leggere il commento di Fabio mi sono subito venuti in mente 2 nomi ai quali Scanzi dedica 2 capitoli nei suoi libri: Biondi Santi e Valentini. Due produttori che fanno forse i migliori vini d’Italia, che non possono essere catalogati come naturalisti o vinoveristi ma che, insieme ad altri centinaia di produttori sparsi in tutta italia, sono assolutamente “avamposti di resistenza” di una viticoltura tradizionale.

  • Lorenzo Conci:

    Ci sono eccome altri vignaioli che, lontani da telecamere e proclami, cercano di perpetuare un modo rispettoso della natura e del territorio nel produrre il loro vino, e senza alle spalle il blasone di nomi altisonanti come Brunello o Barolo. Heinrich Mayr ( Nusserhof) di Bolzano, ad esempio, che dal 1974, quando di bologico ancora non si sentiva quasi parlare, spesso deriso dai colleghi, ha optato per salvaguardare la biodiversità del suo terreno e produrre vini senza uso di sistemici, concimi e quant’altro. Produce, a mio avviso, il miglior Lagrain (riserva) in assoluto e solo negli “anni buoni”. Continua a tenere in vita un vitigno autoctono pregevole per eleganza e finezza (il Blatterle) seppur osteggiato dalla burocrazia e concorrenza locale perchè vitigno non rientrante nella disciplinare DOC- IGT regionale. Ne potrei citare altri. Non è retorico definirli “resistenti”; utopici forse si in questi tempi dove il potere finanziario fa il bello e cattivo tempo e non solo in senso metaforico visto che riesce a trasformare annate pessime in annate buone per non turbare i mercati. Ma di questi utopici-resistenti c’è bisogno se non altro per tenere viva la speranza che un modo diverso di ragionare e di agire è possibile e, per permettere, scusate se è poco, a chi non si rassegna a bere vini seriali e/o più o meno manipolati di avere delle alternative.

  • Fabio Zanzucchi:

    Gentile Sig Turi Migliore, immagino che si riferisse a me nel suo commento. Se mi sbaglio, la prego di perdonarmi. E comunque il suo commento mi spinge a ribadire alcuni concetti. Gli avamposti di resistenza in realtà non sono avamposti di resistenza. Nessuno mette in dubbio che sia faticoso e dispendioso fare vino nel rispetto dell’ambiente e della materia prima. Quello che contesto a Scanzi è proprio usare quella qualifica solo per un gruppo ristretto di vignerons e in più di bollare come glamour tutto quello che non cade nella sua definizione. A me invece pare che glamorous siano proprio quelli che Scanzi definisce avamposti di resistenza. Non solo mi pare, ne sono proprio convinto. Riguardo al fatto di rinunciare al legno preferendogli le anfore, beh questa si che è moda. Le anfore oggi hanno sostituito nell’immaginario degli appassionati, le barriques 100% nuove degli anni ’90. Che non significa certo che chi usa le anfore non le usi con oculatezza. Vedo inoltre che lei considera il legno come un apportatore di aromi, come uno strumento di maquillage, errore in cui caddero molti produttori Italiani da metà anni ’80 in poi. Il legno, con la sua capacità di creare un ambiente ossido-riduttivo unico, in realtà dovrebbe essere un catalizzatore, un amplificatore degli aromi che nascono dall’interazione fra vitigno e luogo. Rinunciare al legno comporta più che altro una forte riduzione dei costi di produzione, e anche meno problemi in cantina. Ad oggi la stragrande maggioranza dei migliori vini del mondo sono ancora fatti in legno, per lo più legno piccolo. Poi magari, fra cinquant’anni il figlio di Coche-Dury farà il Mersault in anfora, ma io fra cinquant’anni sarò in un altro luogo, sfortunatamente.

  • turi migliore:

    Ma questo nel caso in cui tutti dovremmo aderire ad una idea del vino, per così dire, alla francese! Effettivamente, fin quando resisterà (ma risente delle prime crisi) la filosofia secondo cui i vini per essere definiti “grandi” devono essere necessariamente ampi, palestrati, sontuosi, complessi ecc, in anfora, con quelle caratteristiche, non riusciremo mai a farli. Ma come lei comprenderà, si tratta di interpretare il vino in tutt’altra maniera, e segnare un percorso differente. Della sere: ad ognuno il suo vino. L’importante però che non banalizziate la ricerca e le personali interpretazioni. D’altronde non vorrà dirmi che siamo condannati per l’eternità a cercare buoni legni per fare buoni vini!

  • Fabio Zanzucchi:

    Guardi che non c’è nessuno ormai che dice che i vini devono essere “sontuosi o palestrati” come dice lei, men che meno i Francesi. I Pinot Nero in Borgogna sono vini tendezialmente sottili, miglia lontani dall’idea di vini muscolari. Ma anche i grandi vini del Medoc non sono mai eccessivamente muscolari ; magari hanno peso estrattivo, corpo, alcol, ma la prima cosa che si nota in quei vini è l’equilibrio, l’armonia. Comunque, lei ha ragione quando dice che non bisogna fossilizzarsi su un unico modello, e che l’adesione acritica a un modello di riferimento – fosse anche la tradizione – è l’anticamera della fine. Tuttavia io credo che il contenitore in cui viene fatto ed affinato il vino non determini il modello del vino. L’idea del vino ce l’ha il produttore nella testa: sarà poi lui a utilizzare gli strumenti che ritiene più adatti a raggiungere quell’obiettivo. Io penso che alla fine un vino buono è fatto da una scelta accurata del posto in cui si mette a dimora un vigneto e da un approccio in cantina che sappia valorizzare l’interazione fra vitigno e posto. E credo che ciò possa essere ottenuto col legno, con le anfore, col cemento, e forse anche con l’acciaio (anche se su questo materiale ho più di qualche dubbio)

  • Lorenzo Conci:

    Se posso intervenire nella discussione, vorrei dire che, a mio avviso ha ragione Fabio (mi scusi se mi permetto una confidenziale omissione di “signor”) quando afferma che si può fare un uso assennato di barriques e anche quando dice che pure “bio”, “naturale o altri simili definizioni possono essere, almeno in molti casi “una moda”. Il mercato ha la sorprendente capacita, forse poi nemmeno sorprendente ormai, di trasformare qualsiasi fenomeno in una moda per sfruttarne le opportunità o depotenziarne gli effetti di una possibile influenza sulla concorrenza. Premesso che non solo le barriques sono botti, ma pure i “tonneau” usati da molti vignaioli (i tadizionalisti del Barolo come Cappellano ecc.) e le anfore solo un modo alternativo di affinamento come il cemento (ancora usato) la distinzione non va fatta per “etichette” ma per conoscenza della filosofia di interpretare il vino di ciascun vignaiolo o produttore. Veronelli, prima di vedere il vino, vedeva la persona che lo aveva prodotto e la sua storia. Con questo metodo si può iniziare a fare una prima distinzione e poco importa stabilire chi è più bravo o più saggio. Si può però capire se prevale un rapporto privilegiato con la natura e il territorio o le esigenze di mercato… Io ho un podere in maremma dove Zonin, Antinori e francesi stanno facendo incetta di terreni (tipologia Monteregio di Massa Marittima). Non lontano da me stanno creando enormi colline artificiali per piantare vigna. Non so da dove facciano arrivare la terra e so che non è un reato ne legale e ne astrattamente “morale” E’ pur tuttavia uno stravolgimento del territorio, una forzatura della natura, in definitiva un raggiro verso chi acquisterà quei vini,dal momento che recheranno in etichetta dicitura DOC. Se io bevo un vino di un vignaiolo di cui conosco storia professionale, metodo di lavoro e magari di cui ho visto i vigneti lo sento anche mio, mi emoziona. Se bevo un vino di Antinori, Argiano, Zonin ecc. è come bevessi una bibita, a volte ben costruita, ben confezionata e spesso molto cara, ma una bibita. Oltre un quantità di prodotto non si può non “manipolare”, se si è quotati in borsa non si può non manipolare, se si vuole mantenere un gusto che soddisfi palati assuefatti ad un gusto standard non si può non manipolare… Ora pensare di cancellare il presente e tornare indietro è follia e se, come sembra, i cinesi stanno imparando a fare il vino… Sostenere un modo tradizionale di fare il vino, dove tradizionale non significa affatto non innovare ma mantenere quel legame con il territorio, quella biodiversità specifica che che rende un vino unico e quindi interessante è ribellarsi alla standardizzazione, alla Parkerizzazione dei gusti.
    Quando Veronelli diceva, provocatoriamente, meglio il vino del contadino che un vino “aziendale”, credo intendesse questo. E’ poi ciò che Petrini ha inteso creando Sloow food. Viste le difficoltà derivanti dalla concorrenza delle grandi aziende, dal mancato sostegno governativo, da burocrazie spesso cervellotiche, da oggettive maggiori difficoltà e oneri derivanti da un metodo tradizionale di lavorazione in vigna e cantina ora amplificati da cambiamenti climatici che sembrano irreversibili, parlare di “resistenza” non è solo una butade. Per sopravvivere e crearsi un angolino di mercato dentro le logiche attuali di mercato è un impresa spesso disperata; per fortuna c’è, ad esempio, un interesse vivo e attento, dei giapponesi per queste realtà. Io credo sia una battaglia da sostenere; poi per carità, c’è chi preferisce la Coca Cola…

  • simonetta:

    Benvenuto in Sardegna.Beni beniu , buona permanenza e buon vino!

    Se trova il tempo faccia una passeggiata nella splendida Marmilla: un posto dove mangiare:http://www.sapposentu.it/it/home;

    2 cantine giovani da visitare:
    http://www.cantinesuentu.com/it/
    https://www.facebook.com/Biazzu;http://www.cantinalilliu.it/,

    e da non perdere il nuraghe patrimonio dell’unesco:http://www.fondazionebarumini.it/wordpress/?page_id=139.

    Tutto nell’arco di 20 kilometri.

  • turi migliore:

    Gentile Fabio, giusto il Pinot N non si presta al concetto di vino marmellata, ma tutti gli altri si (magari non tutti li concepiscono così, ma si prestano), e con le monotone, prevedibili note vanigliate e speziate. Cmq ripeto, non faccio crociate contro il legno, ma che si ammetti che si tratta di un abbellimento, di una aggiunta di aromi che viceversa le varietà non avrebbero. Divento intollerante poi quando si canzonano i vini originali che fanno affidamento esclusivamente sulle uve e sui propri lieviti, sugli aromi tipici della varietà. Troppo spesso questi vengono liquidati con lo sminuente appellativo di fashion. Lei poi sostiene che il contenitore non determina un vino; e allora la invito ad una prova chiarificatrice. Acquisti 2 bottiglie dell’az agricola Cos, un Cerasuolo di Vittoria classico, e un Pithos Rosso. Sono entrambi un blend di frappato (40%) e nero d’avola (60%). L’unica differenza è che il primo viene fatto maturare in botte grande, così come il disciplinare Docg reclama, mentre il 2° in vasi vinari di terracotta. Li assaggi in progressione, e poi mi dirà quanto influisce il legno grande (figuriamoci la barrique). A Lorenzo lo informo che le anfore di terracotta, diversamente da come sostiene, non sono alternative al legno, così come il cemento, l’inox…E si, perché le anfore respirano, garantendo così quel prezioso processo ossidativo-riduttivo delle botti, utile all’evoluzione, ma senza ricevere alcun genere di aromi estranei a frappato e nero d’avola.

  • Fabio Zanzucchi:

    Gentile Turi, grazie per la sua replica. Sono d’accordo con lei che un vino affinato in anfora sarà diverso da un vino affinato in botte o barriques. Aggiungo però che se Cos avesse affinato i due vini che lei ha citato in due botti uguali, sarebbero comunque venuti diversi, magari meno diversi. Dico anche che la differenza che lei ha notato potrebbe non dipendere da un apporto diretto del legno cioè da cessioni del legno, ma solo dal differente equilibrio ossido-riduttivo o ancora dal rapporto fecce / vino, o ancora dalla forma dei contenitori o da numero di travasi. Ma non era questo il mio punto. Secondo me il legno non maschera la specificità del territorio di provenienza, anzi può esaltarla. Certo se il legno è cattivo o usato male, maschera tutto. Per capire quello che dico basta assaggiare i vini della Cote d’Or, magari anche quelli fatti in barriques 100% nuove come Romanée Conti o Domaine Leroy. Questo ovviamente non esclude che se li facessero in anfora le differenze da vigna a vigna si noterebbero ugualmente, magari con sfumature diverse. Comunque a me le anfore vanno benissimo, basta che siano utilizzate come uno strumento di lavoro e non come una formula magica, come tante volte mi capita di notare: aspettarsi che un vino venga meglio solo perché lo metto in anfora mi sembra un po’ un ingenuità. Diverso è progettare il vino sapendo che affinerà in anfora e non in barriques. Insomma, ribadisco che il contenitore in cui il vino affina è solo una parte del mosaico, ma ciò che è importante è come gestisco l’affinamento in funzione del mio obbiettivo enologico. Domani comprerò una bottiglia di Pithos.

  • turi migliore:

    2 ne deve comprare, una di pithos e una di cerasuolo, se no come fa a compararle e comprendere l’apporto del legno? Tale da, magari (ma sarà dura), mettere in discussione qualcuno dei suoi granitici convincimenti, probabilmente frutto di letture e niente lavoro.

  • Fabio Zanzucchi:

    Il Cerasuolo di Vittoria classico ce l’ho già in cantina. Io non ho certezza granitiche, soprattutto sul vino. Mi pare invece che lei ne abbia molte. Quanto al mio lavoro, io lavoro da 20 anni nel mondo del vino ( e lo bevo con attenzione dal 1976 quando avevo 14 anni ) e ho bevuto di tutto le assicuro, proveniente da tutte le latitudini, fatto in tutti modi. Ho anche fatto il cantiniere, per una sola stagione lo ammetto, ma l’ho fatto. Ho lavorato con enologi ed agronomi, ho visitato ascoltato centinaia di produttori, e ho imparato qualcosa, forse non molto, ma ho imparato abbastanza per sapere che non è il vaso vinario che fa un vino “di territorio”. Poi se lei vuole continuare a credere che il legno sia un limite all’espressione territoriale di un vino, va bene. Lo vada però a dire ai Conterno, ai Giacosa, ai Mascarello, ai Daguenau, ai fratelli Foucault , ai Chave, ai Coche-Dury e a tutti quei produttori che fanno vini in legno da secoli. Saluti.

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