Bourgogne Rouge 2008 – Domaine Heresztyn

Come prevedevo, il post sul Pipparello 2005 mi ha fatto arrivare scomuniche dai carnivori, robe tipo “Non sai goderti la vita”, “Perché lo fai?”, “Il vino vero è quello rosso”. Seeeh, buonanotte. Oltretutto non mangiare carne è una delle cose di cui più vado fiero nella mia vita, quindi con me è tempo perso.
In ogni caso, a scanso e scanzi di equivoci, i bianchi – fermi e mossi – mi piacevano già molto di più, anche quando (per uno-due anni) interruppi il mio essere vegetariano. Più o meno durante la stesura de Il vino degli altri. E i rossi muscolosi, naturali o meno, li ho abbandonati da tempo. Fa parte della – non solo mia – evoluzione del gusto. Non è né migliore né peggiore delle altre: è la mia.
Non ho però mai detto che non beva più rossi. Figurarsi. Ne bevo. Basta che siano digeribili, semplici ma emozionanti.
Il Pinot Noir rientra nell’identikit.  Ne ho bevuto uno qualche sera fa, importato in Italia da Les Caves de Pyrene.  Si trova sui 25-30 euro al ristorante ed è il rosso “base” di Domaine Heresztyn. L’azienda ha sede a Gevrey-Chambertin, uno di quei posti in cui il vino puoi solo rovinarlo da solo, perché la natura non poteva regalarti più di così.
Annata 2008, Pinot Noir in purezza. Poco meno di 10mila bottiglie prodotte. Altre informazioni qui. L’ho trovato di giusta polpa e splendida beva. Non troppo minerale forse, ma fresco ed equilibrato, con tannini felicemente smussati e una struttura né grassa né troppo magra.
Eravamo in due e la bottiglia è finita con felice agio.
Non il Pinot Noir della vita, ma – se mi perdonate il mezzo ossimoro – ambiziosamente quotidiano.
Bottiglia che vi consiglio.

19 Commenti a “Bourgogne Rouge 2008 – Domaine Heresztyn”

  • Stefano:

    Un po’ devo dire che mi irrita ‘sto fatto che, per far contenti fondamentalmente gli americani, bisogna scrivere in etichetta il vitigno anche nei vini con denominazione di origine Chiunque non abbia bevuto coca cola fino a ieri sera tardi sa che il Borgogna rosso è da pinot nero, e comunque che per i viticoltori da questo lato dell’atlantico il territorio conta quanto e più delle uve. Se si fa un vino da tavola, dichiarare le uve ci sta; ma per un vino che ha una storia e un disciplinare non si dovrebbe essere costretti a farlo – almeno, non in un punto così prominente.

  • fabio:

    bere un bourgogne rouge non vuol dire assolutamente niente: con tutti i crus che ci sono, perchè accontentarsi di un vino base?

  • fabio:

    comunque, per essere un base, il prezzo è ridicolarmente assurdo.

  • Christian:

    Buongiorno Fabio, il vino in questione a seconda dei ricarichi dei ristoranti può uscire tra i 25€ ed i 30€ mentre sullo scaffale di un’enoteca tra i 19€ ed i 21€. Lei definisce il prezzo ridicolamente assurdo, ma di solito a che prezzi trova in Italia Borgogna generici ?
    Buona giornata
    Christian Bucci

  • A3C:

    caro Fabio, 30 eur in Italia non è assurdo (ma hai ragione: il prezzo è sproporzionato ripsetto al valore dei vino). Vuol dire che in cantina in Francia lo trovi tra i 9 e 12 eur. Per un pinot nero non è caro…se poi aggungi trasporto, distribuzione e tasse nonché il giusto guadagno dell’importatore si arriva facilmente a quella cifra.

  • Valerio Rosati:

    Ho smesso di bere coca cola alle medie, ma confesso di non sapere che il Borgogna rosso è pinot nero. Poichè penso di non essere l’unico ad avere questo tipo di lacune (non solo sul Borgogna, ma anche su svariate Doc nostrane), credo che il consumatore, anche e soprattutto quello meno “colto”, abbia sempre il sacrosanto diritto di sapere cosa sta bevendo. E non vedo perchè questo dovrebbe essere considerato una deminutio per i produttori…

  • Gabriele:

    bere un bourgogne rouge non vuol dire assolutamente niente: con tutti i crus che ci sono, perchè accontentarsi di un vino base? … Fabio scusa ,ma la tua risposta non è’ intelligente …

  • fabio:

    per christian, a3c e gabriele: scusatemi, ma le vostre risposte denotano una perfetta non conoscenza dei borgogna. in francia quasi nessuno beve un bourgogne rouge, sono prodotti base quasi esclusivamente per l’esportazione, diverso è bere, e conoscere, un gevrey chambertin od un clos de beze….un buon borgogna, in questo caso rosso ma potrebbe essere anche bianco, deve quantomeno indicare in etichetta il comune di origine, e meglio ancora il vigneto di appartenenza….comunque, se per gabriele la mia risposta non è intelligente, il suo appunto è assolutamente sbagliato e fuori luogo.

  • fabio:

    30 euro per un bourgogne rouge anonimo sono una pazzia, con pochi euro in più si può bere molto ma molto meglio: morale la bottiglia in esame, e qui mi ripeto, è assolutamente esagerata nel prezzo.

  • Gabriele:

    Già che c’eri potevi prendere a paragone il più importante dei 9 gran cru del comune di gevrey , quello che ha dato poi il nome definitivo al paese : lo chambertin … Facevi più un figurone …

  • Gabriele:

    Che poi non è’ altro che il vigneto che rimane alla destra del clos de beze …

  • gabriele:

    …non che con il clos de beze tu non l’abbia fatto(il figurone)…però gia che ci siamo ..perchè non esagerare …allora ricapitolando, cena a casa di Bucci che ci stapperà una bottiglia del vino in questione , fabio che porterà un clos de beze o ancora meglio un chambertin di armand R. (l’annata fai te) ,ed io per uscire un po dalla regione un vin juane poi vediamo di chi …:)

  • fabio:

    gabriele, perchè tanto accanimento? non ho scritto il mio post per fare un figurone come tu scrivi, non mi permetterei mai, mi sono limitato a scrivere il mio punto di vista, tutto qui e nel modo più sereno possibile. sappi comunque che mi sei simpatico, solo per il fatto che ami, almeno penso, il buon bere. fabio, ciao. p.s. il professore, comunque, hai cercato di farlo tu, non certo io….

  • Christian:

    Per stappare io sono sempre pronto!!! ; )

  • Gabriele:

    per christian, a3c e gabriele: scusatemi, ma le vostre risposte denotano una perfetta non conoscenza dei borgogna… p.s. il professore, comunque, hai cercato di farlo tu, non certo io….sian toscani … Si fa per ride …:)

  • Stefano:

    @Valerio: sono partito un po’ a lancia in resta, ma i commenti in un blog tendono ad essere tranchant per natura. Cerco di spiegarmi meglio (se il padrone di casa è d’accordo): come dicevo, per un vino a denominazione di origine conta il tutto. Se sai che un vino DOC è di una buona cantina e ti piace quella DOC, non ti serve molto altro per decidere o meno di berlo e molto altro non dovrebbe servire dire. Il posto per dichiarare le uve, pratica che in effetti a un consumatore curioso può far piacere, dovrebbe essere la controetichetta.
    Il produttore forse non è sminuito dall’indicare il vitigno in maniera così evidente, ma l’importanza del territorio sì. In USA, dove vivo, l’unica cosa che si considera sono i vitigni. Vero, se lavori principalmente in cantina alla ricerca di una qualità prevedibile, il vitigno conta più di tutto perché fondamentalmente hai ammazzato o messo sotto controllo tutto il resto; ma non dovrebbe essere così.
    Nei vini fatti come espressione del territorio, l’uva conta molto meno: ho sentito pinot nero e syrah toscani che sanno prima di vino toscano e poi di altro (per “vino toscano” intendo quel filo conduttore avvertibile che esiste(va?) fra vini pure diversissimi quali Chianti, Brunello e Nobile).
    Sono due scuole di pensiero diverse, la prima orientata al business (magari anche offrendo buoni prodotti, non dico di no) e la seconda più “artistica”, abbracciando l’imprevedibilità delle annate e tutte le caratteristiche di un vino, comprese quelle a volte più difficili da vendere. Chi intraprende la strada del disciplinare, secondo me, dovrebbe praticare quanto possibile la seconda – anche perché è comunque aiutato commercialmente da un marchio che qualche punto in più glielo dà e al quale dovrebbe come minimo tributare qualche attenzione. E una delle attenzioni è non dare troppo rilievo a un elemento che non vale più degli altri, perché va a discapito degli altri. Ergo, notazioni tecnico-didattiche in controetichetta, compreso il vitigno; in etichetta, nome dell’azienda, DOC, annata, informazioni di classificazione (“Riserva”, “Cru classé” eccetera), capacità della bottiglia e gradazione alcolica – questo serve.

  • Valerio Rosati:

    @Stefano:
    grazie per la precisazione. Mi scuso se la mia replica è sembrata più piccata di quel che in realtà intendessi, purtroppo sono i limiti della comunicazione scritta e, visti i tempi, frettolosa… Onestamente il tuo primo post mi era sembrato espressione di un esnosnobbismo che mi urta non poco e che, a mio parere, nuoce non poco a tutto il movimento vino, ma evidentemente (e per fortuna) mi sbagliavo. Tornando al punto, è giusto che venga dato il massimo risalto (ove possibile) al territorio, poi il vitigno può andare davanti, dietro, di lato… è uguale, basta che io consumatore possa sempre sapere chiaramente cosa sto bevendo. E questo può essere un elemento che dà ancora maggior risalto al territorio, perchè se intanto so di bere un pinot nero, posso poi apprezzare le diverse sfumature del Borgogna, dell’Alto Adige, dell’Oltrepo Pavese della California etc. etc. Sperando che in futuro si dia sempre più spazio a questo elemento e meno all’omologazione creata in cantina.
    Ciao

  • Marco:

    @Fabio: a quando un’impallinatura per una bevuta di Franciacorta? Perchè accontentarsi quando come MC si può bere Krug Clos du Mesnil?

    Ma di cosa stiamo parlando?

  • Gabriele:

    …me lo sono chiesto anch’io …

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