Le cantine nascoste (Blue, maggio 2012)

Pubblico qui l’articolo che mi ha dedicato Blue nel numero di maggio 2012.

“Sfrontato, colto, irriverente. Mai banale. Controcorrente e al tempo stesso divulgativo. Iconoclasta più per carattere che per convinzione. Andrea Scanzi è così, prendere o lasciare. Blogger, opinionista del “Fatto Quotidiano”, ora anche autore teatrale, nella stessa conversazione può passare con sorprendente agilità dal tennis al motociclismo, dalla musica alla politica, a Gaber, che in questi mesi sta portando in giro per l’Italia con uno spettacolo da lui scritto e interpretato.
E, appena può, ne approfitta per fare una sosta in una cantina, alla scoperta dei gioielli più o meno nascosti nel mare magnum enologico italico. Il vino. La sua passione più recente, da quando nel 2005 ha preso i “voti” all’Ais (Associazione Italiana Sommelier), tirandone fuori due libri di culto (L’elogio dell’invecchiamento e Il vino degli altri, entrambi editi da Mondadori), capaci di avvicinare il consumatore a un mondo troppo spesso circondato da tabù e stereotipi.
«Non se ne poteva più del sommelier “macchietta” col cucchiaione appeso al collo che percepiva sentori di anice stellato e pipì di gatto… – scherza Scanzi, ma neanche troppo -. Ho provato a raccontare il vino così come lo vedevo io, come un divertimento, una giostra, senza prendersi troppo sul serio. Poi, ovvio, i tromboni ci sono anche qui, con questo approccio un po’ da casta, ma, dopo un po’ che ci sei dentro, impari a bypassare, andando a cercarti il prodotto direttamente alla fonte».
Sarà per questo che da tempo ormai non lo si vede più alle grandi fiere tradizionali. «Non mi divertono più» ammette Scanzi. Che alla grande produzione preferisce le piccole realtà diffuse sul territorio. «Mi piacciono i vini che assomigliano alle persone, che nascondono delle storie». Storie che sono la materia prima del suo seguitissimo blog, “Il vino degli altri”: un viaggio tra amici lungo le strade del vino, dal Piemonte al Veneto, al Friuli Venezia Giulia, raramente in Toscana, la sua terra d’origine («dove abbiamo imparato a fare il vino dagli americani»), sempre di più in Liguria.
«Una terra sacra, per me che mi sono laureato sui cantautori, e al tempo stesso ricca di sorprese – l’elogio di Scanzi – Mi affascinano le regioni piccole e ancora da scoprire, in particolare la Liguria, che ha il pregio di avere diversi vitigni autoctoni. Sono venuto qui la prima volta al porto Lotti di La Spezia per presentare il mio libro insieme a Walter De Battè, uno dei migliori enologi italiani e straordinario maestro dello Sciacchetrà».
Nella sua personale carta dei vini liguri c’è il Rossese di Dolceacqua, il Granaccia, il Vermentino Colli di Luni, tanto Pigato e «in generale, i bianchi diritti, verticali, che, da vegetariano, amo in modo particolare». Ma non disdegna neppure la produzione vinicola biologica e naturale («l’azienda Biovio d’Albenga su tutte»), che ha definito, con affetto, «la sinistra extraparlamentare del vino», per la proverbiale incapacità di fare rete, di aggregarsi attorno a un progetto comune. Scanzi è così, prendere o lasciare”. (Lorenzo Tosa)

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