Josko Gravner (Il Fatto Quotidiano)

“I miei vini capiscono benissimo chi hanno davanti. E si comportano di conseguenza. Se chi li beve è diffidente, si chiudono”. Josko Gravner è un filosofo applicato alla vite. Un contadino senza tivù, che legge molto e, quando va al ristorante, si porta il vino da casa. “Ormai è l’unico che bevo. Sono stato in California nell’87 e ho capito cosa non volevo fare nella vita. Ho sbagliato e sbagliato. Col tempo ho imparato a fare vino per me stesso. Mezzo chilo a vite, 25-30mila bottiglie l’anno quando potrebbero essere almeno il doppio. Io so che è buono: poi può piacere o no, ma riflette la mia vita”.
Oslavia, due passi dal confine sloveno. Terroir di vino e guerra, un ossario con 60mila morti e i vigneti che sputano ancora proiettili e granate dalla Grande Guerra. La casa di Josko, quasi invalicabile “perché spesso chi viene qui desidera solo vedere da vicino ‘il matto’”, è tra le poche rimaste in piedi dopo il primo conflitto mondiale. Fungeva da infermeria. Josko ha occhi timidi, sguardo vigile e modi antichi. Ha rivoluzionato il mondo del vino, attingendo da biologico e biodinamico senza legarsi a nessuno. Ha seminato come un eretico troppo avanti, persino per se stesso, e il cruccio è non avere eredi. In tanti lo imitano, in pochi gli somigliano, nessuno lo eguaglia. “Il contadino è solitario per vocazione. Individualista, come lo scalatore: qualsiasi compagno ti appesantisce se vuoi arrivare alla cima. Il vino è sacrificio. L’unica evoluzione è tornare indietro”. Ovvero lavorare a scomparsa, come lo scrittore che antepone al virtuosismo il minimalismo. I vigneti coi nidi di cinciallegre, i lieviti indigeni, di barrique neanche a parlarne. “Il vino buono è come l’acqua pulita, va cercato alla sorgente e non alla foce”. Unica deroga, lo zolfo: “L’uomo lo usa da 2000 anni. Ho provato, ma non ci si può rinunciare. Il naturale processo di evoluzione dell’uva non è il vino ma l’aceto: la solforosa, in piccole dosi, lo modifica”.
Il sancta sanctorum di Gravner, utopista radicale frainteso per burbero, è una cantina disadorna dove tutto ha la sua funzione (anche le ragnatele), che si sublima nella cripta delle anfore. Quaranta, di terracotta, interrate. Sembrano gli involucri di Cocoon: generatori di vita che – al contrario del film – incentivano l’invecchiamento. “Anatolia, Mesopotamia, Caucaso: il vino è nato lì. E nell’antichità si usavano le anfore. Il recipiente che permette di non perdere contatto con la terra. Le faccio costruire nel Caucaso dal 2001: le mie annate precedenti non mi somigliano”.
L’anfora è l’utero. “Dopo nove mesi, e adesso un anno, il vino deve nascere. Come un bambino. La botte grande rappresenta la successiva educazione”. I vini, che Josko si premura di far degustare in ciotole di vetro che esasperino la percezione tattile, non vanno sul mercato prima di 7 anni. “Un numero magico, il periodo lungo il quale l’uomo sostituisce tutte le proprie cellule”.
Più di qualsiasi altro esponente dei “vini veri” o “naturali”, Gravner insegue un’idea ancestrale di enologia. Produce vino come una opera d’arte spontanea che, suo malgrado, per reiterarsi ha bisogno dell’uomo. L’annata botritizzata 2008, impreziosita dalla muffa nobile, non verrà mai venduta. Riposa in una botte. “E’ l’ultima vendemmia fatta con mio figlio Miha”. Scomparso nel 2009 in un incidente. Josko ne parla con rispetto immacolato, come una guida immanente che veglia discreta sul viaggio a ritroso del padre.
La lunga macerazione a cui sono sottoposti i bianchi, inevitabilmente celebri, li rende antitetici al gusto omologato. A partire dalla Ribolla Gialla (30 euro più Iva in enoteca). Persistente, dotata di tannino e struttura. Stupefacente sin dal colore. L’anfora ne esaspera la “stranezza”. Può spiazzare. Eppure, in questo cavaliere solitario di un’Apocalisse morbida, che scorteccia credenze e finzioni, c’è un rigore che scuote. Un candore che ammalia. E una diversità così ostinatamente inseguita, da apparire miracolosamente salva.

(Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2012. Uno degli incontri più intensi e teneri del mio peregrinare. Avrei potuto scrivere molto di più, ma certe cose mi piace tenerle tutte per me)

34 Commenti a “Josko Gravner (Il Fatto Quotidiano)”

  • Luca Lopardo:

    Verrebbe da ribaltare ciò che Gravner dice di sé:

    “Non sono un contadino, sono un semplice genio”

    Grande Josko.

  • Luca Miraglia:

    Quello che hai tratteggiato ci basta, Andrea: gran bel ritratto di Josko e dei suoi vini, che delinea, negli anfratti del racconto, la “sottile linea d’ombra” ormai, dal tragico 2009, presente nel suo atteggiamento verso il mondo.

  • SBBoston:

    Conosco poco tutti e due voi, ma per qualche motivo il fatto che vi siate piaciuti mi sembra la cosa più naturale del mondo.

    Ammiro Gravner per tante cose, una delle quali (se ne parla poco ma non è secondaria) è che i suoi vini in pratica non hanno cambiato prezzo da vent’anni: a sessanta/settantamila lire li trovavo, a trenta euro si vendono. E non capisco come abbia fatto il Gambero Rosso a dargli addosso al momento del “grande cambio” (salvo cambiare idea anni dopo): io, un bevitore qualunque, mi sono reso conto al primo sorso che un grande aveva solo cambiato la forma della propria grandezza ma non il livello.

  • Molto bello questo articolo, bella persona Josko Gravner!

  • Daniele:

    Gravner è un mito, e Lei Sig. Scanzi mi piace molto come scrive.
    Però dire che un vino si chiude perchè chi li beve è diffidente, mi va bene se la prendo con un pò di immaginazione e filosofia solamente..

    Se un vino in generale, è chiuso e non trasmette, non trasmette, oppuro chi degusta non è pronto per quel vino, ma in generale il vino non dovrebbe essere così complesso no? Altrimenti rimane tra noi enostrippati ;)

    A presto
    Daniele

  • quandoseinatononpuoipiùnasconderti:

    un paio di considerazioni:

    1) gravner con le macerazioni e le anfore ha spostato tutto l’asse della discussione di nuovo sulla tecnica di cantina: è un pò come andare al ristorante e preoccuparsi di che pentola ha usato il cuoco per cucinare il risotto.

    1) il vino è un fenomeno di cultura, e la cultura è tale se condivisa e collettiva: l’individualismo di gravner fa sì che il suo vino sia completamente slegato dal territorio, a nessuno importa che gravner sia in friuli e che coltivi ribolla, potrebbe essere in puglia a coltivare aleatico e farebbe lo stesso; quando si va da lui o si compra una sua bottiglia, si cerca un gadget del “matto” gravner, il vino è totalmente secondario, è un pò come andare ad un concerto dei rolling stone e comprare un maglietta con la lingua. Se nella ciotola di vetro ti desse il minestrone sarebbe lo stesso, quello che si cerca è il contatto il personaggio, e quella del “personaggio” è una distorsione che fa del produttore di vino una sorta di genio o artista quando il vino è una produzione autenticamente culturale e frutto di saperi – ancora una volta – collettivi, stratificati nei millenni. Non esiste individualismo, uno prende quel che gli serve e poi si chiude a riccio e beve solo il suo vino….

    2) sarebbe interessante capire come fanno anfore foderate di cera d’api, interrate e racchiuse in una camicia di cemento a mettere il vino in contatto con la terra. Tutto l’antropomorfismo poi dell’utero, dello svezzamento e dell’educazione è molto bello ma fare vino non è fare figli… tanto più che si prende la Ribolla (vitigno finissimo, di acidità nervosa granitica croccante: basta mangiarne l’uva per coglierne il carattere) e la si sottopone ad un processo di inspessimento/invecchiamento forzoso, tradendo un pregiudizio negativo verso la ribolla stessa. Per rimanere nel parallelo, è come se io guardassi a mio figlio come ad un uomo troppo giovane e non come ad un bambino…

    3) se Camilleri dicesse che legge solo i propri libri probabilmente lo si taccerebbe di una certa chiusura mentale… tra un pò leggeremo di Massimo Bottura che quando va al ristorante si porta il panino ;-)

  • Luca:

    Va be’, Daniele, è ovvio che il vino non metterà il broncio. ;) Si parla di sensazioni.
    Personalmente, poi, avevo assaggiato un Breg 2004 a ottobre 2010, se non sbaglio. Premetto di essere un ignorante (bevo e basta: buono-cattivo e finisce lì). Detto questo.
    All’olfatto mi aveva entusiasmato, mentre nel berlo non sapevo che pensare. Davanti a Gravner (simpaticissimo: posso immaginare quali tipi di personaggi possano averlo definito “burbero”), lo stesso vino, della stessa annata, mi è piaciuto da morire: molto ma molto di più di un anno e mezzo fa.
    Magari perché il vino stesso era cambiato in quell’anno e mezzo in più, o forse per la piacevolezza estrema di chi il vino l’ha fatto e bevuto assieme a noi, ma credo ci sia oggettivamente molto di vero nella frase di Gravner.
    Se c’è feeling, una bella aria attorno al vino, fra i commensali, questo si apre davvero. :)

  • Sandro Maselli:

    Salve Andrea, immagino non ti sia sfuggito questo simpatico articolo
    http://accademiadeglialterati.com/2012/03/06/teatro-dellassurdo/#more-372

    Non ho posizioni ben precise su cosa sia moda e cosa no; personalmente vivo il vino come il prodotto finale non solo di un processo chimico ma come il prodotto finale di un processo filosofico. E quello che bevo non ha un effetto solo sul mio corpo ma anche sulla mia anima. Preferisco un’allucinazione al nulla cosmico, seppure quest’ultimo risulti rinfrescante nelle calde sere estive.

  • Luca:

    @quando:

    Facci capire: Gravner dovrebbe abdicare al vino piú sano e semplice del mondo per partecipare all’incubo collettivo dei 300 additivi?
    Quell’individualista orribile di Berselli avrebbe dovuto imparare a scrivere come Moccia, perché quest’ultimo rientra in un movimento collettivo, mentre Berselli no?

    Non é colpa di Gravner se il mondo del vino (come gli altri, del resto) si é ridotto a un cumulo di poltiglia e persone orrende. Non é lui che é strambo, anche se capisco che in Italia basti essere onesti per apparire strani, pazzi, eretici, ma é tutto ció che lo circonda a essere fuori dal mondo.
    E poi la questione filosofica e il metodo vanno di pari passo: non credo Gravner dica e pensi cose troppo diverse dai primi vinificatori di tutti i tempi.
    E poi, il paragone con Camilleri non regge. Io personalmente proverei altri vini al ristorante solo se sapessi ció che c’é dietro. Perché rischiare di bere merda, pagandola cara, quando so benissimo che nel mio vino c’é giusto un po’ di zolfo?

    E poi, é un fenomeno da baraccone, un matto, lui, o tutta quella gente che si crogiola per la solforosa fregandosene altamente di aromi sintetici e altri abominii?

    Gravner slegato dal territorio, poi, é davvero bella. Vedi un po’ a cosa porta l’idiosincrasia. :)

  • SBBoston:

    @Sandro Maselli Ciao Santri’, torna a spulciare fra i commenti. Ce n’è uno molto interessante, http://accademiadeglialterati.com/2012/03/06/teatro-dellassurdo/#comment-50

    In pratica, Fabio Rizzari ammette di aver fatto una boutade per dimostrare un principio. Letto l’articolo, avevo capito tutt’altro anch’io. E comunque, hai ragione: parte del piacere del bere sono… emozioni? Poesia? Seghe mentali? Quello che vuoi, comunque è un teatro che mettiamo su a nostro uso e consumo per amplificare il piacere che il vino ci dà. Guai a chi entra in scena durante lo spettacolo gridando verso il pubblico “È tutta finzione scenica”

  • Mi piace l’intervento di quandoseinato…buoni argomenti da trattare direi.
    e che dire della solforosa e dei romani?

    Ritengo Gravner un genio, probabilmente inarrivabile, per i bianchi italiani.
    Non condivido le bucce, le anfore (paraffinate) e la solforosa; come contadino e’ geniale. ha sempre fatto, anche negli anni ’90, grandi cose.
    tanti eventi, uno in particolare, hanno segnato la sua vita e il suo approccio al vino.

    Bello l’articolo, Andrea complimenti davvero.

  • ivan:

    E così sui binari in tondo
    gira, illudendo la ragione,
    questo trenino a molla
    che si chiama cuore.

  • quandiseinatononpuoipiùnasconderti:

    @Luca

    la questione degli additivi l’hai tirata fuori te, c’entra come il cavolo a merenda…vino naturale non è affatto sinonimo di macerazione, nè di anfore

    che ti piaccia o no il vino è il risultato di un lavoro collettivo….i primi vinificatori di tutti (addirittura!) tempi avevano altri stomaci e altri gusti, se tu bevessi il vino dei primi vinificatori di tutti i tempi probabilmente moriresti

    la storia delle persone orrende nel mondo vino è una lagna ormai stucchevole: come ho già detto, allora portati al ristorante anche il panino o la pignatta di pasta e fagioli da casa, anzi fai proprio a meno di andarci al ristorante, chiuditi in casa col terrore che fuori il mondo cattivo ti dia merda da bere e merda da mangiare…

    “gravner slegato dal territorio, poi, è davvero bella” : complimenti, questo significa discutere nel merito con argomenti pertinenti

  • quandoseinatononpuoipiùnasconderti:

    …visto che è intervenuto anche Francesco Maule, aggiungo che la sua azienda è un esempio di sperimentazione collettiva, appunto “collettiva” : hanno delle idee forti, le mettono alla prova in più campi (in senso proprio) per poi renderle disponibili alla comunità

  • quandoseinatononpuoipiùnasconderti:

    @Luca
    la questione degli additivi l’hai tirata fuori te, c’entra come il cavolo a merenda…vino naturale non è affatto sinonimo di macerazione, nè di anfore

    che ti piaccia o no il vino è il risultato di un lavoro collettivo….i primi vinificatori di tutti (addirittura!) tempi avevano altri stomaci e altri gusti, se tu bevessi il vino dei primi vinificatori di tutti i tempi probabilmente moriresti

    la storia delle persone orrende nel mondo vino è una lagna ormai stucchevole: come ho già detto, allora portati al ristorante anche il panino o la pignatta di pasta e fagioli da casa, anzi fai proprio a meno di andarci al ristorante, chiuditi in casa col terrore che fuori il mondo cattivo ti dia merda da bere e merda da mangiare…

    “gravner slegato dal territorio, poi, è davvero bella” : complimenti, questo significa discutere nel merito con argomenti pertinenti

    …visto che è intervenuto anche Francesco Maule, aggiungo che la sua azienda è un esempio di sperimentazione collettiva, appunto “collettiva” : hanno delle idee forti, le mettono alla prova in più campi (in senso proprio) per poi renderle disponibili alla comunità

  • Giulia Angela:

    Che bell’articolo, che bell’armonia di parole.

  • Stefano:

    …solo una domanda Francesco , non capisco ….se è INARRIVABILE , come tu ammetti per i vini ….”ambra”……..non bianchi, perchè non condividi, le bucce, le anfore ecc ecc………….

    Tu non usi la solforosa nei tuoi vini ?

    Stefano Zannier

  • enrico togni viticoltore di montagna:

    Comprendo il gravner pensiero: essere solitari, individualisti non vuole assolutamente dire chiudersi e non condividere le proprie esperienze.semplicemente vuol dire che, nella tua storia di vignaiolo. arrivi ad avere un’emaptia tale con la tua terra che le tue esperianze sono indissolubili dalla stessa.è per questo che non concordo con chi dice “l’individualismo di gravner fa sì che il suo vino sia completamente slegato dal territorio, a nessuno importa che gravner sia in friuli e che coltivi ribolla, potrebbe essere in puglia a coltivare aleatico e farebbe lo stesso; quando si va da lui o si compra una sua bottiglia, si cerca un gadget del “matto” gravner, il vino è totalmente secondario”.il vino di Joscko è tale perchè lui conosce la sua terra, sradicarlo da lì sarebbe come espiantarne le vigne!è difficile da capire, bisogna povarlo sulla propria pelle!onore al grande Joscko

  • Luca:

    @quando

    Non voglio alimentare polemiche, non mi interessa sapere cosa pensino gli altri di Gravner. Conta davvero poco. Il suo vino conta, e il suo modo di essere. Che é quanto di piú naturale possibile possa sperare di trovare stanti i miei canoni, evidentemente diversi dai tuoi.
    E mi basta. Magari c’entrerá come il cavolo a merenda, ma mi basta.

    Lo ripeto, Gravner slegato dal territorio é veramente bellissima. Basterebbe andare a Oslavia, per rendersene conto. Poi, se uno vuole essere cieco per forza, che lo sia.

    Sul vino dei vinificatori antichi, mi permetto umilmente di dissentire, per quanto capisco possa avere piú esperienza di me.
    Muoio spesso oggi, anche a fronte di vini naturali e collettivissimi. E ammetto che preferisco cucinare – egregiamente – da solo, a casa per donna e amici, senza buttare via troppi soldi e tempo in luoghi che 8 su dieci nulla hanno da offrire se non merda. Non é una lagna, ma un grido di gioia: personalmente godo come Monni a Poggibonsi.

    Saluti

    l.

  • Valerio Rosati:

    Bello il pezzo di Andrea. Non discuto il personaggio, che non conosco, nè le sue idee, che possono affascinare o far inorridire a seconda dei punti di vista. Ho però un ricordo nitido di un suo bianco in anfora acquistato nel 2005 per una 40ina di euro che fu una delusione totale… Colore opaco, profumi (?) che più ossidati non si poteva, gusto semplicemente CATTIVO. Sono stato io diffidente, come dice Gravner? Semplicemente la bottiglia era “partita” perchè non conservata a dovere? Forse il mio personale gusto non era abbastanza evoluto all’epoca (possibilissimo)? Non lo so, e molto probabilmente non avrò mai la controprova, poichè un pò per necessità e un pò per scelta mi rifiuto di spendere quelle cifre per una singola bottiglia…

  • quandoseinatononpuoipiùnasconderti:

    quando dico slegato dal territorio, intendo dire che si tratta di un vino in cui la tecnica di vinificazione prevale sul vitigno: provate a confrontare 5 ribolle macerate sulle bucce e ditemi che riuscite a distinguerle per altro che non siano le scelte di cantina (7 o 2 o 5 mesi di macerazione, anfora grande, anfora piccola, botte grande, tino tronco-conico, barrique, cemento etc…)

    resta comunque una tecnica per produzione di vini rossi applicata ai bianchi: è come pescare con tanta fatica un magnifico branzino e poi cucinarlo per ore nei fondi di barolo per farne un brasato

    a Oslavia ci passo un paio di volte al mese, e ancora una volta non vedo cosa c’entri: devo vedere le casupole in mezzo alle vigne per farmi innamorare del mito del buon fattore, facendolo depositario di tutti i valori perduti dalla civilità tecnologica? sarebbe interessante sapere quanto del vino di Gravner o di altri naturalisti viene bevuto in loco e quanto viaggi invece su navi merci verso USA o Giappone, con consumo di carburante e relativa emissione di CO2 (mi risulta che ben poco resti non dico in Friuli, ma già in Italia…)

    in ogni caso è vero quel che dice SBBoston: parte del piacere del bere sono emozioni e poesia, e il caso di Gravner ben esemplifica questo concetto poichè l’apprezzamento dei vini sta nelle premesse, ovvero nel racconto delle anfore e nella storia del personaggio. E qui mi vien da parafrasare Frank Zappa dicendo che parlare di vino è come ballare di architettura…

  • @ quando, grazie. Ma potresti scrivere il tuo nome e rivelarti, suvvia!
    @ stefano. Lo ritengo un grande maestro, di certo vista la mia poca esperienza probabilmente capiro’ le anfore e le macerazioni prolungate solo fra qualche anno. Per ora la penso come quandoseinato….
    Poi i vini sono bianchi, rossi, rosati, dolci e frizzanti. Non farei ulteriori distinzioni.

    Vorrei tanto poter conoscere, adesso da adulto, Josko. Ci ho provato due volte, ma mi e’ andata male. Ma mi piacerebbe davvero, provare a capirlo; di certo di batoste ne ha prese e credo sara’ difficile scovare qualcosa in lui, chissa’. Alla fine e’ solo un contadino!

    Resta un genio tra i vignaioli, come lui pochi, in Italia, negli ultimi decenni.

  • ivan:

    “è come pescare con tanta fatica un magnifico branzino e poi cucinarlo per ore nei fondi di barolo per farne un brasato”
    Mi sembra un paragone improprio. Lui con tanta fatica coltiva un’uva che decide di tramutarla nel vino che lui ama (e non solo lui). Buttare un branzino ore in un fondo al barolo è una cosa stupida. Far macerare l’uva con le bucce non credo.

  • Luca:

    @quando. Ora che ti sei spiegato nel primo paragrafo, posso capire. Continuo a non condividere, ma capisco.

    Non credo sia colpa di Gravner se il suo vino viene bevuto più all’estero. Quasi mai si è profeti in patria. E poi penso, così, sempre da ignorante, che mettere sul mercato un Breg dopo 7 anni sia un bel rischio. Da qui i 30 euro a bottiglia che possono starci, o no? Poi però si comprano gli champagne a 100 euro. Qual è allora il problema? Chissà.

  • Alessandro, Enea:

    Io adoro Gravner, di certo non è un vino semplice e neanche un vino la cui bottiglia non si finisce con facilità in due. E’ un vino che ricorda il contadino di una volta, perchè adesso la maggior parte dei contadini lo compra già fatto.
    E’ quindi un ricordo, che chi non l’ha provato, lo trova strano nell’analisi della degustazione olfattiva, visiva e gustativa. Non è una mannequin che sfila, ma è un solco di persistenza storica che rimane nel cuore di chi ama il vino.
    Grazie Gravner!

  • quandoseinatononpuoipiùnasconderti:

    @Luca. no certo, la colpa non è di Gravner se il vino viene bevuto all’estero, però non è del tutto vero, io un pò di responsabilità gliela imputo, se non altro per il fatto di non riuscire ad entrare in sintonia con la sua gente (e vi prego non ditemi che sono gli altri che non riescono ad entrare in sintonia con lui)… Gravner non è l’unico contadino sopravvissuto in Friuli, ce ne sono tanti, vecchi, e anche giovani che si collocano nel solco dei vecchi, la cosiddetta “tradizione” non è registrabile come marchio protetto da un’unica azienda. Quanto ai 7 anni del Breg, posso azzardare con buona probabilità che quei 7 anni sono una formula romantica più che un tempo di maturazione minimo, il rischio se lo prende sì, però se può permettersi di tenere 7 annate in cantina vuol dire che guadagna molto da una bottiglia, e qui cadiamo nel paradosso che il contadino che recupera il metodo ancestrale di produzione, vive in simbiosi con la terra, mangia solo verdure crude poi fa un prodotto in realtà elitario, cioè non per contadini, non per suoi pari.

    @Francesco. Capisco quando dici che ti piacerebbe provare a capirlo ma per ora non ci riesci. Mettiamola così: Gravner è un pò come un pittore che passa dalla rappresentazione diciamo analogica della realtà ad una forma più astratta, attraverso una tale proprietà di controllo della materia vino da poterne ribaltare la grammatica a noi comprensibile. Avendo provato, compreso a fondo e quindi superato le varie tecniche (prima acciaio, poi barriques), ha ora raggiunto un punto così alto della sua parabola di produttore da parlare una lingua per noi ostica. Prendiamo Beethoven: tra le prime sonate per pianoforte e gli ultimi quartetti d’archi c’è un enorme salto in termini di difficoltà di ascolto, perchè l’elaborazione del linguaggio musicale viene portata ad un livello così elevato che l’architettura classica viene stravolta, viene fondato di fatto un nuovo codice. Certo Beethoven non è andato a comporre musica per le cetre di epoca greco-antica….Oppure è la seduzione pericolosa della visione ideologica del vino, quella sorta di santificazione della natura che ricorda un pò l’Emilio di Rousseau…non lo so, io personalmente vedo certi produttori farsi un pò sedurre dall’estetizzazione della cantina, certo l’anfora è più bella di una vasca in vetroresina…

  • Claudio:

    Al di là dei vini di Gravner, sui quali ognuno ha ovviamente la sua opinione, molti (quasi tutti) i vignaioli del Friuli Venezia Giulia con cui ho avuto modo di parlare mi hanno detto che la Ribolla, per caratteristiche del vitigno ha molto più senso se vinificata in rosso.

  • Luca:

    P.S. Quoto parecchio Ivan. Bravo Ivan.

  • Luca:

    Quando, più ti leggo e meno ti condivido. :)

    30 euro temo siano troppi per il popolo, ma troppo pochi per l’elite. Paradossalmente avrebbe più mercato se se le facesse pagare 60 euro, le bottiglie. Ribadisco: un Berselli al popolo non può piacere; e se da un lato non è giusto fregiarsi snobisticamente di un prodotto Alto da contrapporre al volgare gusto di massa, resta comunque fuori dalla realtà che si obietti allo scrittore di non accaparrarsi l’affetto del popolo.
    Ti posso capire se ne fai un discorso di prezzo, che io comunque ritengo onesto, ma assolutamente è illogico fare discorsi di gusto. Io il vino lo faccio così, perché secondo me va fatto così: chi vuole, lo compri. Non c’è un granché da discutere.
    Poi, capisco non ti piaccia Gravner, ma se organizzano serate di un certo tipo e con certi (vani, inutili e miserrimi) tentativi, un motivo ci sarà.

  • @quando, si posso condividere le tue parole.
    @claudio: da quando hanno iniziato ste macerazioni?

  • e comunque, venite a Villa Favorita? Ad assaggiare vini rossi, bianchi e arancioni; bianchi macerati, champagne, rifermentati in bottiglia, spesso torbidi, alticci di volatile, concentrati o scialbi, di grande qualita’ o appena sufficienti (che vorra’ dire?). Al mio banchetto ho anche l’annata nuova dell’acqua rossa, come l’ha definita l’amico Scanzi: http://www.vininaturali.it/index.php?option=com_content&view=article&id=138:vinnatur&catid=3:blog&Itemid=69
    Ciao vi aspetto e ti aspetto, Andrea.

  • quandoseinatononpuoipiùnasconderti:

    @Claudio. Sono curioso: per quali caratteristiche del vitigno la Ribolla ha molto più senso se vinificata in rosso?

  • […] anche http://www.andreascanzi.it/ilvinodeglialtri/?p=2181 Tags: […]

  • Luca caliari:

    Ho conosciuto Jasko (non personalmente) da poco attraverso il libro di Farinetti: Storie di coraggio,e da allora mi sto documentando su di lui e sul suo modo di fare il vino essendo anch,’io un piccolo viticoltore con qualche tentativo di vinificazione .
    Per ora dico che sono affascinato e incuriosito convinto comunque che un vino deva rispecchire il territorio e la filosofia di chi lo fa.
    La stima va anche per l’autore dell’articolo.

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