Jonathan Nossiter ci scrive

Pubblico con grande piacere la risposta di Jonathan Nossiter al mio post sui vini naturali, che tanto dibattito ha generato (come speravo e credevo).
Lo condivido in larga parte e, quel che più conta, lo trovo particolarmente stimolante e prezioso. Risponderò ai vari punti non appena potrò. Non per controbattere, ma per continuare ed ampliare l’analisi.

Caro Andrea, Grazie di avermi spedito la tua riflessione sul vino naturale. Ti rispondo così:
1.) Difendere un movimento (qualsiasi) nel suo insieme non vuole dire mai difendere ogni espressione.
Che ci siano vignaioli, nel caso del movimento dei vini naturali, che non ti piacciono o che non mi piacciono, sicuro.
Che ci siano anche quelli che molti (alcuni) trovano senza talento o buona fede, sicuro. Non ho ancora visto nessuno difendere a 100% ogni viticoltore che si dice naturale.
Ma ad ogni modo, l’esistenza dei meno bravi o  dei furbetti non toglie niente, come dice uno dei tuoi lettori, al fatto che il movimento riesce a mettere insieme tra i viticoltori quelli più ammirevoli, progressisti e eccitanti al mondo…per me e per altri. Ci sono viticoltori senza talento o furbetti sia all’interno del movimento che altrove. E la loro esistenza non toglie niente a chi il proprio lavoro lo fa bene e in buona fede.
2.) Detto ciò, difendere il diritto al difetto – anzi, trovare nobiltà nel difetto, che sia in Pasolini, Fassbinder, Cimabue, Malaparte, Jackson Pollock o in un vino rosso, mi sembra essenziale in un mondo che richiede classifiche, giudizi assoluti, un idea anti intellettuale e anti-umanista della perfezione e un modello industriale della consistenza. Un cosidetto difetto, diciamo “tecnico”, secondo le regole di ogni mestiere, può essere nient’altro che uno sbaglio…o banale o poetico o distruttivo. Ma non è così semplice insistere su un vino “fatto bene”. Cosa vuol dire? Che non sia arancia, che non abbia traccia di Brett, che non abbia acidità volatile? Anche i più reazionari degustatori dei grandi Bordeaux, impazziscono per il Cheval Blanc 1947…che ha dei livelli di acidità volatile tra i più alti mai notati nella storia dei bordolesi. Solo suggerisco che dobbiamo andare tutti piano prima di dichiarare che qualcosa sia rovinato per sempre….o che un difetto è determinante su un insieme complesso di reazioni.
Come in ogni mestiere…nel vino naturale ci sono vini non buoni (secondo i miei criteri…e altri ovviamente non buoni secondo i tuoi)…ma è pericoloso parlare del vino naturale come se fosse una casa che accogliesse più i difettosi che gli altri. E dopo, cosa dire del vino tossico (perché basta una gocciolina di chimica per rendere un vino tossico)? O del vino industriale? Hanno meno bottiglie difettose rispetto ai vini naturali? Lo so che non lo stai dicendo Andrea, ma uno potrebbe anche intuire una logica che mi sembra non sia tua.
3.) Che ci siano dei furbetti e delle persone che seguono ciecamente e per motivi di moda il vino naturale, si. E allora? Il problema è il loro e non il nostro. Se ammiriamo qualcosa in buona fede o no, solo noi stessi, dentro di noi, possiamo giudicare. C’è un critico di cinema che era molto potente al festival di Cannes per trent’ anni, uno snob intellettuale parigino esagerato anche per loro. Un giorno degli amici americani in un festival mi hanno regalato una t-shirt con una foto (buffa) sua stampata insieme a una delle sue citazione. Dichiarava (e c’era scritto): “Non basta amare un grande film. Bisogna amarlo per i motivi giusti!” Senti, se riescono a sopravvivere i gran film e i vini naturali, beati noi. Non preoccupiamoci troppo delle motivazioni degli altri.
E nel vino naturale, le qualità e le caratteristiche sono molto ampie. Va da un classico, dritto Meursault o Macon biodinamico di Dominique Lafon all’estremo del più “normale” fino a uno spumante Vej antico “270”(giorni sulle bucce) del Emiliano Podere Pradarolo tra i più radicali. Capisco bene e accetto se il gusto di uno va verso Lafon e un altro più verso Pradarolo, anche se io ho piacere e imparo con entrambi.
4.) Forse dobbiamo tutti fare più attenzione a dare un giudizio su un vino aperto solo una volta ( non conosco per niente il vino “Borgatta” che ti è tanto dispiaciuto, dunque non è una difesa di loro ma da un principio). Un vino è fatto per farci piacere si…ma il piacere che abbiamo non è solo gustativo (come suggerisce un altro lettore). Se no, andremmo a bere un prodotto industriale e prevedibile. Ma sopratutto, immagini che qualcuno legge uno tuo articolo Andrea, diciamo uno dei meno riusciti e dice “Scanzi è un pessimo scrittore”.  Che peccato visto le tante cose belle che fai. O qualcuno che vede solo un film mio e dice “Nossiter, senza talento” (ma in questo caso, può essere anche vero). Perché non diciamo che si dovrebbe almeno vedere tre film miei o leggere tre articoli tuoi più un libro, prima di pronunciarsi sul nostro lavoro. Così, ti suggerisco che manteniamo più umiltà davanti ai giudizi scritti e pubblicati. Magari, dovremmo dirci che se non beviamo tre bottiglie dello stesso vino della stessa annata in tre occasioni diversi, meglio aspettare un pronunciamento pubblico. Che ne dici?
5.) Pensando a un altro lettore tuo, mi dispiace per chi vuole sempre poter stappare il tappo e essere sicuro del suo piacere. Io credo piuttosto nel vino come nel teatro. Ci sono giorni e momenti quando anche i più bravi attori durante la migliore performance non riescono a cogliere le energie giuste per dare vita e piacere agli altri.  E il vino vivo, vero è così reattivo. Cosa che mi incanta.
6.) Sicuramente non sono d’accordo col tuo giudizio sui vini di Emidio Pepe, Camillo Donati, Giovanna Morgante o  Stefano Bellotti di Cascina degli ulivi. Pepe e Donati ne ho potuto apprezzare e amare profondamente centinaia di bottiglie per molti anni. Nella mia esperienza non fanno più che altri bottiglie con difetti tecnici che distruggono la personalità e la vitalità (neppure del tuo concetto di “digeribilità”…quello di “bevibilità” non riesco a capire). Anzi, per me, essendo dei vini più vivi (e allora reattivi) mi mettono nella posizione di anticipare un’esperienza nuova ogni volta. Perciò ho avuto meno delusioni con loro che con la maggioranza.  Morgante e Bellotti li bevo solo da poco tempo ma la vitalità e per me i piaceri complessi che i loro vini mi portano, mi sembrano un ottimo “anti-ossidante” alla noia del prevedibile. Anche quel 2006 Barbera Cascina degli Ulivi che abbiamo bevuto insieme…quanto cambiava durante due ore…aprendo spazi belli di percezione diversi (non tutti facilmente piacevoli ma alla fine, per me, molto più gioiosi che altro e dunque una bottiglia che ha più che compiuto la sua promessa!)
7.) Al di là del fatto che la maggioranza dei viticoltori naturali non mi deludono, c’è da non scordare che sono attori dentro un dramma che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi. Non vuole dire che dobbiamo accettare tutto per carità e non rimanere svegli e scettici! Ma è utile ritenere che le ricerche, per esempio, di ridurre o eliminare solfiti, rame e zolfo, di accompagnare con la massima attenzione le esperienze spontanee di una pianta dentro un territorio sono gesti radicali -avanguardisti- per il nostro piacere e benessere e per il benessere del pianeta. Ci fanno riflettere e rimettono in discussione molti a priori. Per chi non ha la voglia di accompagnare questo e richiede la garanzia della prevedibilità, capisco che può essere troppo rischioso.  Ma io sono felice – anzi mi sento fortunato – di accompagnare questo movimento…ma solo se non pago un prezzo troppo alto. Perché per me i vini naturali (come qualsiasi vino, con pochi eccezioni) dove il viticoltore chiede 40, 50 euro la bottiglia sono scandolosi;  l’etica del vino naturale è un’etica non solo in relazione all’ambiente ma anche davanti alla disuguaglianza economica.
Un bravissimo critico di cinema francese, Olivier Beuvelet, mi ha scritto ieri, dicendo che tramite l’internet “dobbiamo moltiplicare i discorsi di analisi di cinema  per lasciare, come nel Talmud, delle feconde contraddizioni di interpretazione.” Vero anche per il vino ovviamente. Ma andrei anche più lontano:il mio piacere risiede nel cercare le contraddizioni e i paradossi fecondi anche dentro la bottiglia stessa del vino.
Avanti allora con il tuo bel impegno, il tuo scetticismo e il ruolo di contestazione verso – sopratutto – le cose che ami e che amiamo.
Un abbraccio
Jonathan

7 Commenti a “Jonathan Nossiter ci scrive”

  • Ciao Andrea,
    ho letto con molto interesse sia il tuo intervento sul vino naturale che la risposta di Nossiter e devo dire che nonostante siano state dette cose in gran parte condivisibili dimentichiamo che il mondo dei produttori è anche composto da contadini che ignorano chi sia Jackson Pollok, Fassbinder e compagnia bella o che il Cheval Blanc del ’47 abbia un acidità imbarazzante e che sentono parlare del Festival di Cannes nei telegiornali ma non credo che gli importi un granch’è sapere chi l’ha vinto. Con questo non voglio dire che siano degli ignoranti, tutt’altro. Mio padre e specialmente mia madre, che si possono identificare perfettamente con le persone descritte prima, erano due persone che avevano una cultura immensa anche se han saputo chi era Pasolini solo dalla tv , quando è stato ucciso. Purtroppo la loro generazione è vissuta nel periodo del boom economico, dico purtroppo perché in nome di quel benessere negli anni 60 e 70 sono state distrutte gran parte delle varietà animali e vegetali. In quel periodo è stato impostato un nuovo modello di agricoltura che tutti ben conosciamo e che adesso per fortuna qualcuno comincia a rinnegare. Ma il cambiamento non è cosa semplice, deve essere globale perché anche se il mio orticello è eco-compatibile, biologico e biodimanico non serve a nulla se il mio vicino continua ad usare fitofarmaci ed ad allevare vacche frisone. E qui intravedo un limite nel movimento dei vinnaturisti perché li trovo molto individualisti, poco inclini alla cooperazione e in alcuni casi dotati di enormi paraocchi. Per attuare questo cambiamento gran parte delle aziende devono essere assistite, ma non come è successo anni fa, con un regolamento CEE, la legge 2078, che dava un contributo di circa 300.000 lire per G.P. ( 3810 mq) a chi voleva passare dall’agricoltura convenzionale al biologico. Una parte dei soldi ( 20%) andava al tecnico della tua associazione di categoria che avrebbe dovuto vigilare ed assisterti. Cosa è successo ? Quasi nessuno è passato al biologico e in molti casi il tecnico faceva l’assistenza a tavolino, comodamente seduto nel suo ufficio. Dobbiamo essere noi a contagiare i nostri vicini, a trasmettere le nostre conoscenze, senza fare i superiori, io non vedo altro modo. Nel mio piccolo, la soddisfazione più grande è stata quella di aver convertito un vecchio contadino che mi dà una mano nelle vigne, al biologico anche se è una parola che non ha ancora ben compreso cosa significhi e non sa chi è Cimabue. Mi scuso con Jonathan se trova offensivo questo scritto, ma io non sono molto bravo a scrivere in modo diplomatico. Quello che voglio dire che bisogna fare molta attenzione a non trasformare il vino in qualcosa di “innaturale” . Negli anni 90 siamo passati da vini industriali a vini ipertecnologici e iperconcentrati e adesso stiamo rischiando di passare direttamente dall’altra parte. Lo so che le vie di mezzo a molti non piacciono, ma esistono, sono più comprensibili e danno una possibilità a tutti di vivere dignitosamente.Non dimentichiamo che poi questi vini dobbiamo venderli a tutti per sopravvivere, anche a quelli che non conoscono la Triple A. Non facciamo vini e cibi per i gastrofighetti, vi prego.
    Bruno

  • Enone:

    Una risposta bellissima ma purtroppo non perfettamente in sintonia con la tua “denuncia”. A mio avviso, infatti, ciò che volevi sostenere – se si legge attentamente la tua riflessione è lampante dato che arrivi ad affermare che “.. a me il vino naturale piace, e molto, e lo prediligo, ma solo se è fatto bene..” è che purtroppo di qualità ce n’è ancora poca in giro. E’ proprio qui il punto, Nossiter ti ammonisce sulla eccessiva genericità della tua denuncia, ed aggiunge che non si può giudicare un vino alprimo assaggio.. (non lo sapevo?!) ma a mio avviso la tua indagine parte da lontano, passa attraverso il confronto e la verifica e termina in ciò che hai detto. Morale della favola E’ IL TUO PENSIERO, libero e criticabile, certo, ma non certo interpretabile come il rovescio della medaglia di un tecnicismo rigoroso.. Scusa se mi sono intromesso, ma trovo il dibattito molto interessante..

  • Ben detto Bruno (io mi sento molto poco intellettuale e cervellotico)!

    Capisco e condivido l’accorato appello di Jonathan a non generalizzare o dare giudizi avventati e frettolosi su una singola bottiglia di vino cosiddetto naturale(non mi è sembrato che Andrea fosse in questo caso rigido in assoluto, ma anzi molto aperto ad un appello per la bottiglia non riuscita!) o su un intera categoria di prodotti oggi molto in auge tra gli eno-appassionati e professionisti del settore, ma ritengo che la vera questione è: qualità + emozione.
    La prima dev’essere oggettiva e prescindere da caste, dimensioni e categorie di classificazione, mentre la seconda è oggettiva e dipende dal proprio vissuto, dalla propria sensibilità.

    Generalizzando penso che nessuno di noi vuole bere del vino che faccia male, risultato solo di pratiche di cantina e massiccio impiego di chimica in vigna, ma allo stesso modo nessuno, presumo, ha piacere a bere dei vini che seguono le fasi lunari senza prodotti di sintesi in vigna e cantina ma palesemente difettati e difettosi (ossidati, ricchi di acetica, scollinati, molli, ridotti per giorni, amari…) solo perchè naturali, giustificati in nome della “genuina diversità” fine a sè stessa!

  • Mi viene un pensiero molto semplice, direi quasi banale e che per certi aspetti concorda con molte delle risposte di Nossiter e di altri appassionati che ho trovato puntuali. Dico che il mondo dei vini naturali è popolato più o meno con la stessa varia umanità del mondo dei vini convenzionali, ci sono bravi produttori, altri meno bravi, altri peggiori; ci sono onesti e disonesti, illuminati ed ottusi.
    Direi che tutto rispecchia la varia umanità dei consumatori, dei critici e, insomma di tutto il genere umano.
    Un pensiero qualunquista? Non direi! Ma dove sta scritto che tutti i vini naturali sono perfetti e che i difetti diventano originalità(leggi pregi)? Chi può averlo sostenuto è quantomeno ottuso!
    Certo però che confrontando i due mondi, in modo sovrapposto, troviamo vini imperfetti in ambedue i casi, che solitamente hanno per loro natura minore fortuna o vengono venduti a prezzi inferiori senza la pretesa di confrontarsi con altri meglio riusciti! Sarà il vino di tutti i giorni, mentre quello migliore si berrà in occasioni più rare a seconda delle tasche, certo fra i due mondi, nella versione di tutti i giorni io preferisco quello digeribile e senza chimica, che almeno mi fa dormire tranquillo e svegliare in forma; per un altro sarà quello con la migliore limpidezza! Non siamo tutti uguali!
    Questo discorso però mi induce a dire anche qualcosa in più. Ci sono vari livelli di consapevolezza e di sensibilità, di contenuti e di pulsioni che complessivamente determinano l’atto di fare vino, così come di fare molti altri prodotti. Il primo livello di etica del produttore è quello della responsabilità verso l’integrità di chi consumerà il suo prodotto, verso la sua salute e verso il suo benessere. Esiste poi un livello estetico di scambio emozionale nel quale chi ha prodotto cerca di corrompere la sensibilità di chi consuma e così di comunicare, affascinare e creare una sorta di intimità.
    L’etica di un produttore si esprime inoltre nei riguardi dell’ambiente per le scelte che fa verso la preservazione e l’ interpretazione dell’ecosistema che ha a disposizione sia in vigna che in cantina (sono stufo di dire “territorio”). In questo senso la corrente dei vini naturali (per usare questo termine che mi piace poco, ma che rappresenta il meno peggio), rappresenta un’ occasione di evasione dagli schemi standardizzati di prodotto e di tecnica per sperimentare nuove vie e nuovi prodotti: può essere l’ occasione imperdibile per una rinascita culturale di sperimentazione e di provocazione che non va sprecata in antagonismi, invidie o manie di protagonismo.
    Certamente l’etica di un produttore si esprime anche nei livelli di prezzo che pratica, ma per questo tempo e mercato saranno galantuomini!

    Alberto
    Podere Pradarolo

  • Valerio Rosati:

    Sarò un pezzente ma sottolineo e condivido questo passaggio:
    “Perché per me i vini naturali (come qualsiasi vino, con pochi eccezioni) dove il viticoltore chiede 40, 50 euro la bottiglia sono scandolosi; l’etica del vino naturale è un’etica non solo in relazione all’ambiente ma anche davanti alla disuguaglianza economica”.

  • Al di là delle sterili contrapposizioni manichee fra vini naturali e vini tecnici che portano allo scontro frontale e irriducibile fra chi “crede” nel Bio e chi “crede” nelle tecnoscienze, ho apprezzato molto il Sig. Nossiter quando dice di cercare lo sbilanciamento nei vini, l’imperfezione che supera il suo essere “errore” e fa compiere al vino quel passo che lo porta nell’empireo organolettico.
    Ecco noi viviamo in una epoca figlia dell’enologia “progettuale” che disegna aprioristicamente i vini escludendo tutto quell’insieme di percezioni (ossidazioni, volatili, tannini, acidità) ritenute dal costruttore del vino spiacevoli.
    Dobbiamo riavvicinarci ai sapori nella loro complessità e pluralità e i vini meno tecnici ce lo permettono.
    Vi segnalo un link di un mio post recentissimo in cui tratto più o meno lo stesso argomento. http://www.gliamicidelbar.blogspot.com/2011/12/biobiochepensierisparsi.html

  • Simone Revelli:

    Quanti inviti alla cautela a fronte di un sacrosanto giudizio che è stato espresso, con tanto di premesse politically correct (forse era un caso, forse era una bottiglia sbagliata, ecc.), per un vino!
    Che sarà mai? Ben vengano i critici e i liberi pensatori – e guai a Scanzi se smetterà di esserlo. Chi parla sempre bene di tutti e tutto, oltre a suscitare una gran noia, finisce per non essere nemmeno credibile!

    Non è neanche pensabile che prima di esprimere un parere si debba cimentarsi in ponderose comparazioni stappando cinque o sei campioni dello stesso vino. Così, giusto per essere sicuri… no: apro un vino, lo bevo, lo ribevo ed esprimo un parere (semmai con riserva). E’ il mio parere e ne rispondo io, senza dovermi beccare paternali.

    Avanti così.

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