Triple A Live (a Rivergaro)

Stamani ho raccontato, sulle pagine del Fatto Quotidiano, il raduno di Triple A Velier a Rivergaro. Ecco l’articolo.

Rocco è un molossoide. Si muove, scodinzolando allegro, tra i tavoli. E’ un Bovaro del Bernese ed è l’unico che non ha bevuto.
Triple A Live: l’evento si chiama così. Lunedì, ad Ancarano. Cioè Rivergaro, val Trebbia. Nel piacentino. Centinaia di persone accorse per il raduno (gratis) dei vinonaturalisti. Dalle ore 12 alle 5 e 36 del mattino successivo: “Al primo raggio di sole”, informa la brochure.
Il luogo, notevole, è la struttura dell’Azienda Agricola La Stoppa. A organizzare tutto è Velier, società ligure d’importazione che, sette anni fa, ha cominciato a puntare sui vini veri. Il proprietario, Luca Gargano, famiglia ricchissima e un’isola di proprietà in Polinesia, accoglie gli ospiti. Introduce i “suoi” produttori, chiama l’applauso, non ha timore d’essere retorico (gli capita spesso). Al microfono si alternano i viticoltori. “Io sono ascendente Gemelli, Luca ascendente Dio”, sintetizza un vigneron, e non è l’unica volta che Velier sembri quasi “La setta di Gargano”.
La pioggia, a inizio giornata, non ha interrotto la fiumana di appassionati. Pullman dall’Abruzzo, dalla Puglia. All’entrata, un cartello scritto a mano: “Noi restiamo fuori!”. Allude a quei prodotti che da decenni contaminano il vino: gelatina alimentare, acido tartarico, erbicidi, antiossidanti.
Se fosse politica, e un po’ lo è, questo consesso rappresenterebbe l’antipolitica e il popolo di Ancarano farebbe le veci dei “grillini”. Gli iconoclasti, i nuovi partigiani. E’ uguale perfino lo slogan: “Siamo la Woodstock del vino”. Secondo i tanti detrattori, i naturalisti sono manichei, integralisti, populisti, giustizialisti. Proprio come l’antipolitica.
Anche la genesi è simile. Alla moda imperante del vino tutto uguale, a inizio Anni Duemila è montata una reazione uguale e contraria. Che, alla globalizzazione, ha reagito con la codificazione esaltata del pauperismo. Qualcuno è biologico, altri biodinamici. Alcuni inseguono il vino strano perché fa figo, altri perché desiderano ricollegarsi ai nonni. Bianchi macerati sulle bucce, rosati torbidi, rossi che spiazzano. Ora strepitosi, ora palesemente deludenti: ma non si può dire, perché del vino naturale – più che il gusto – si divinizza l’ideologia. L’approccio. Il gusto per la nicchia. L’ammicco alla tradizione. L’eresia dei produttori. La direzione dichiaratamente ostinata e contraria. Più che un vino, è un credo esistenziale.
Il movimento naturalista, per quanto giovane, si è già diviso in mille rivoli (litigiosi). Non c’è solo Triple A, che decide sovrana quali siano le aziende meritevoli delle sacre stimmate puriste (le “A” stanno per “Agricoltori, Artigiani, Artisti”). Esiste anche Renaissance. E poi l’associazione Vini Veri, langarola. E poi VinNatur, veneta. Se De Gregori ha inciso più dischi live che concerti, i vinoveristi hanno più partiti che bottiglie. In confronto, la sinistra extraparlamentare è coesa.
Districarsi nel mondo degli alternativi di Enolandia non è facile. Non esistono regole condivise, ognuno ha il suo mantra. Le direttive base sono: vino sano, abiura di agenti chimici, lieviti autoctoni, fermentazioni non controllate, no a filtrazioni e chiarifiche, uso nullo di barrique nuove, interventi minimi in cantina. Vini nudi e crudi (“che hanno ancora i peli sotto le ascelle”), bevibili e personali. Ai Tre Bicchieri premiati, preferiscono i Tre Bicchieri scolati. Di sicuro hanno una digeribilità encomiabile. Altrettanto sicuramente, spiazzano il consumatore occasionale non meno di un appassionato di musica che per decenni ha ascoltato Biagio Antonacci (va be’) e di colpo affronta le Variazioni Goldberg.
Gli amanti del genere hanno comportamenti simili. Si avvicinano rapiti al produttore, usano parole lisergiche, esalano domande astruse (“Fa uso di legno piccolo?”, “La temperatura fermentativa è controllata?”, “Ha spina dorsale acida?”). I produttori, assurti a semidei, rispondono con toni gravi, alludendo pensosamente a mineralità e suoli morenici. La dialettica assume connotati messianici.
Il Verbo si diffonde, contro la diffidenza degli addetti ai lavori istituzionali: guide di settore, Associazione Sommelier, sepolcri imbiancati a libro paga. Come per i grillini, il nemico è la casta: la partitocrazia del vino.
L’antipolitica enologica si ritrova ciclicamente in manifestazioni ostili al Vinitaly. Ha blog, siti, libri, documentari di culto (Mondovino, Langhe Doc, Senza trucco) e riviste settoriali, su tutte la colta e autoreferenziale Porthos, sorta di MicroMega del vino incorrotto.
Ad Ancarano, intanto, si è fatto buio. Non piove più. Prosegue lo speaker’s corner dei viticoltori, anche se questo non è Hyde Park e come reading era più coinvolgente Allen Ginsberg. Parte il concerto, accanto c’è un barbecue monumentale (ma la carne finisce subito). Al pomeriggio, gli adepti si erano avventati sulle svariate leccornie bio: capperi selvatici dei Monti Iblei, lieviti madre secolari, farina Gambo di Ferro biodinamica (eh?). C’era perfino la Grappa Punto G, che evidentemente nei distillati esiste. L’alba è lontana e il primo raggio di sole va atteso, sperando di non sbagliare orizzonte come in Ecce Bombo.
Luca Gargano sale sul palco, è su di giri e si butta sulla folla tipo Bono Vox. C’è fango, come a Woodstock. “Chi rimane incinta stanotte, avrà 24 bottiglie l’anno in regalo da Velier”. Boom. Nonostante i propositi, prima delle 5.36 sono andati via quasi tutti. Rocco, invece, c’è ancora. Dorme il sonno dei giusti. Un sonno astemio, senza afflati etilici.

(Il Fatto Quotidiano, 8 giugno 2011)

26 Commenti a “Triple A Live (a Rivergaro)”

  • Kevin Bottarga:

    Rocco Regna. Radikon ha soverchiato?

  • Luca Miraglia:

    Come al solito, con poche pennellate hai tratteggiato un affresco molto puntuale di ciò di cui sei stato testimone: in questo caso, l’universo degli “enodiversi” in tutte le sue sfaccettature.
    Dai nomi che vedo citati nella locandina, suppongo che abbiate bevuto gran belle bollicine (Movia e, per chi ama davvero l'”oltre”, Lispida), un pò di grande Toscana (Bacchereto e Manfredi) e qualche grande vino meridionale (Occhipinti e Calabretta).
    Complimenti, con un pizzico della sana invidia di chi non c’era.

  • Simona:

    se potessi nella mia carta metterei tutte le triple a… il pouilly fuissé domaine vallette è ME RA VI GLIO SO!!

  • Donatella:

    sono in ufficio e per trattenere una risata mi è venuto il singhiozzo perciò se ti fischiano le orecchie mentre dormi sai il perché. bonne nuit mon petit chou ^_^

  • Luisa:

    Ironia ai limiti del sovrumano: bravissimo! “Dissacrare i dissacratori” è compito estremamente arduo e richiede grandissima libertà di pensiero. Chissà se l’antipolitica enologica sarà capace di ridere di se stessa..

  • Francesco:

    esco dalla suite da bagno,quella sulla destra per intenderci e per chi c’era,non in fila con proletari che hanno esultato per pisapia per l’urinata nel bagnetto comune.Rocco c’e’.e’ un paradosso vedere un cane enorme dalle movenze lentissim…e,quando non e’ in acqua,dietro una spianata di calici:o li rompe o li annaffia di bave appena riemerge dalla gamella da litro in cui lo trovo.quindi anche lui e’ li’ per bere.ma la Cadillac (Cadillac, Cadillac Long and dark shiny and black)all’ingresso raccoglie molti piu’ sguardi d’ammirazione.sto giusto chiedendomi se c’era gia’ quando sono arrivato,dietro al benvenuto del Gran Dragone o lui e’ arrivato col gran vecchio dinosauro(cit)?e’ tardi anche per questa risposta:le note del canto georgiano mi fanno ripiombare nel mistico.gia’ ,un inno dalla terra da cui tutto ebbe inizio e’ la prima scossa alla raccolta.il nostro Nascita di una Nazione come colonna sonora.KKK de’ noartri si direbbe,ma niente sughi all’amatriciana.in compenso appena cominciamo a tagliare il pane e condirlo con gli olii di arianna occhpinti e paradiso di manfredi(ottimi)ci circondano altri affamati come noi.mi devo ricordare di comprare dei salumi da slavceck,ne ha e ovviamente me ne dimentico.sulla strada del ritorno intoniamo i canti e ricordiamo i personaggi conosciuti.dopo tre autogrill che non ci sembravano all’altezza(cazzo siamo o no da triple kkk!)genialata:sottopasso al buio perche’ l’insegna di quello nell’altro senso di marcia ci sembrava migliore.il 4 mi ha sempre portato sfiga.infatti non ci accolgono da KKK e ci sentiamo pirla pirla pirla.

  • Andrea Scanzi:

    Mediamente e senza sicumera, Kevin. Ho intuito una certa rutilanza nel Trebbiano di Pepe, la nota piacevolezza machista di Movia e mi pare di potere affermare che Paradiso di Manfredi sia incline a redimere.

  • Kevin Bottarga:

    Mi era sfuggita la presenza di Emidio. Rimedierò subito con il Vino da Lei citato, al mero fine di festeggiare l’ingresso di Tabacci in Comune a Milano. Se magari mi consiglia un’annata, mi fa un piacere.

  • Gianluigi Bera:

    @ Luisa: ero fra i produttori della rassegna: scusami, ma veder appioppare del “dissacratore” a me come a tanti altri amici-colleghi, mi fa un effetto strano. Da una parte mi fa scappare da ridere, dall’altra mi mette un po’ di magone.
    Più che altro perché a me e agli amici-colleghi non interessa affatto “dissacrare”; ci interessa solo seguire le nostre scelte di vita, che, credimi, sono tutt’altro che facili o comode.
    Però mi pare che i “dissacrati” siamo sempre soltanto noi: con assai poco rispetto e comprensione per le nostre fatiche ed i nostri sacrifici. Non siamo cattivi, sai? E’ che ci disegnano così.
    Ora vado a dare il verderame a spalla, troppo fango per usare il cingolato. Quando vieni a trovarmi?

  • Sembra quasi che si possa passare dal soggettivo all’oggettivo.

  • Luisa:

    A Gianluigi Bera: lungi dal pensare che siate cattivi, anzi! E tutto il rispetto per i vostri sacrifici, sui quali non c’è motivo di dubitare. Ho avuto una nonna che ha prodotto vino con le sue mani fino a 90 anni, quindi conosco bene la fatica del verderame a spalla con fango, sebbene abbia provato personalmente solo quella della vendemmia. Mi piacerebbe tanto venirti a trovare, così oltre al piacere di conoscerti avrò forse anche modo di capire perché vi disegnano così. Cordialmente.

  • @ Luisa: sei sempre la benvenuta! Magari possiamo provare a capirlo insieme, perché io da solo mica ce la faccio! Dai, ti aspetto :-)

  • beppe:

    In pratica qui c’è la seconda parte della giornata raccontata benissimo e dagli armadilli la prima parte raccontata da par suo dal Guardiano. Ottimo reportage ragazzi!:-) quasi un boomerang alla fine della storia

  • […] della regia. E ieri Andrea Scanzi ci ha citati sul Fatto Quotidiano accanto a Mondovino, come “documentario di culto”. Ci stiamo godendo queste giornate di gioia, sperando che possano continuare e che ci diano la […]

  • Io sono arrivato alle 12.30 e me sono andato tra le 17 le 18 . Da leggere, qui, sembrerebbe che Andrea sia arrivato tra le 15 e le 16 e sia rimasto molto più a lungo. Quello che mi sembra evidente è una certa “continuità” delle sensazioni, e una simpatia condivisa per Rocco ;-)

  • Andrea Scanzi:

    Sono arrivato alle 14.10 e me ne sono andato a tarda notte.

  • Complimenti, non ce l’avrei fatta.

  • Ce l’ho fatta io e senza troppa fatica, me ne sono andato alle 5,36 del mattino e senza troppa fatica, faccio piu’ fatica a raccontarvelo, ma questa è un’altra storia che forse terro’ per me o forse no..

  • Ultimamente sempre meno rispondo o scrivo, alle tante cose che si dicono intorno al mondo del vino, di leggerle però quando ho tempo mi fa sempre piacere. E quindi Andrea grazie, perché mi hai dato uno spunto di riflessione. L’articolo mi è piaciuto!
    Mi fa…ci fa piacere divorare critiche, osservazioni e complimenti, ci fa piacere pensare che intorno al nostro lavoro ci sia un gran da fare di scrittori e critici, della prima e dell’ultima ora, ci fa piacere e sorridiamo a tutto. E io non posso non sorridere di fronte ad alcune cose scritte, non posso non soffermarmi, anche se oggi tra sole e vento e qualche pioggia, i vigneti ci chiamano.
    Triple A live, nasce da un desiderio di tutti, di Elena Pantaleoni, di Luca, di Paolo, di giocare e divertirci, di lavorare e assaggiare le cose insieme con i clienti, di confrontarci ed essere criticati ed ha subito avuto il consenso di tutti. Clienti, produttori, amici. Dopo anni, è vero! di manifestazioni, su manifestazioni, sul vino naturale o presunto abbiamo deciso di fare una festa e voi siete stati invitati. PUNTO
    Le prime tre ore di degustazione prima delle 17, quando sono cominciati i momenti con i produttori, sono state utili per tutti, per conoscerci, assaggiare, discutere, barrique o non barrique, chi se ne frega! Non ci penso più a queste cose. PUNTO.
    Dopo, Luca, che ti assicuro non fa retorica o setta, ma ha solo il pregio di saper parlare e lavorare divertendosi; (se così non fosse, non si troverebbe tra le mani un azienda bella come la Velier, che ha bisogno di una grande forza continua e di innovazione giornaliera per andare avanti. E chi nel mondo ha fatto retorica, ha sempre stufato velocemente, Luca no, è in piedi da 25 anni con l’azienda e non ha smesso di divertirsi) ecco mi sento solo di dire che è stato bravo a tenere alta la tensione, come in questi casi bisogna fare, per presentare tutti quanti i produttori. PUNTO. Per me era solo questo. Ricco o meno, chi se ne frega!
    Le sette sono gruppi chiusi, nascosti nelle loro idee, noi le nostre, le portiamo avanti a testa alta, libere come il vento.
    Felici di poter essere condivise da più gente possibile, felici di bere una bottiglia e un’altra ancora di buon vino, ovunque c’è voglia e desiderio, di fare buon vino, ovunque sia ha la forza di rispettare il nostro territorio.
    Se dietro gli ultimi anni di “vino naturale” e dopo la fine degli anni novanta del “vino omologato”, (giusto per usare le ennesime parole trite e ritrite) vedete un’altra moda, del biologico, biodinamico, vuol dire che non ci avete visto bene e vi soffermate solo al superficiale. A noi, e lo dico una volta per tutti e per sempre, non interessa un bel nulla di codificarci, di tagliare fuori produttori, di metterci nel primo gradino della scala. Noi, non siamo “semidei”, non vogliamo esserlo, non lo saremo mai. NOI SIAMO AGRICOLTORI, FACCIAMO VINO. PUNTO.
    Io in Sicilia, gli altri ovunque e bene, se c’è un territorio che può esprimersi dentro un bicchiere. Non vogliamo polemiche, non odiamo il Vinitaly, vorremmo essere tutti quanti insieme a tutti perché il confronto è quello che mi anima, è quello che ci anima, grandi piccoli, produttori e clienti.

    Attenzione a non fare confusione, attenzione a non addossarci parole o concetti, che sono state create invece dall’idea degli altri si, attenzione a non scivolare nelle parole e rimanerne intrappolati. A me piacciono i fatti, se il vino è buono o no, e se lo è , voglio sapere come è fatto, dove, da chi, quando e perché. PUNTO.
    Il resto è noia.
    Gli ultimi sono andati via verso le 4 di notte, cantando le canzoni di Barotti , con lui e la sua chitarra. Non vi pare che il vino debba essere anche questo? Rocco, che sempre scodinzola, come tutti i cani felici e che stanno bene, l’ho visto prima di andare a letto, mi sembrava contento.. io lo ero pure…

  • Andrea Scanzi:

    Ho risposto nel post successivo.

  • renato orlando:

    caro Scanzi, ti mando con piacere una nota che avevo pubblicato sul nostro profilo face book ai primi di maggio, ancora fresco di vinitaly. Molto ben centrato il tuo articolo, divertente per lo humour ed equilibrato per il criterio di valutazione del vino. Mi dispiace che Arianna Occhipinti, che conosco e stimo, produttrice di vini tra i più interessanti in questo momento in Sicilia, se la sia presa. Non c’era veramente motivo. E forse anche tu hai sopravvalutato la sua risposta. Penso che se vi incontraste fareste amicizia. Comunque , complimenti per il taglio così puntuale del tuo scritto. Un caro saluto, Renato, dell’enoteca Le Due Sorelle di Messina.

    GLI AVENTINIANI DI VERONA
    Ci sono vari aspetti del Vinitaly, buoni e cattivi. Da una parte è una orgia di marketing, stand che sembrano luna park, astronavi, baite alpine, metropolitane, casette dei sette nani ecc., dove fanciulle scollate e in minigonna, fanno da cornice poco elegante al così detto mondo del vino. È un posto dove si mangia di schifo con file inverosimili alla cassa, superate solo dalle file ai bagni femminili. D’altro canto è un luogo ove chi è interessato al vino può assaggiare di tutto, altrimenti dovrebbe correre per l’Italia dall’Alpi a Pantelleria. Infine è un’occasione per incontrarsi, discutere, confrontare, prendere la birra a piazza Bra, andare insieme al ristorante. Voglio dire che, nonostante il lato volgarmente pubblicitario e di mala organizzazione, è bene che ci sia ed è un appuntamento al quale difficilmente si rinuncia.
    Ora accade che tanti produttori che si son messi sulla difficile strada del vino “diverso”, biologico, biodinamico, “naturale” ecc. , si vogliano diversificare anche nel luogo ove esporre. Sarebbe logico che prendessero un’area all’interno della fiera, e noi, poveri enomani che facciamo chilometri tutto il giorno da uno stand all’altro, potremmo dedicargli il tempo che riteniamo opportuno. Macchè! Non solo non sono all’interno della fiera, ma si son pure divisi in collocazioni varie, alcuni a sud di Verona, altri a Vicenza, altri ancora in Alto Adige. Mi sembra che facciano un po’ come quella parte della sinistra extra-parlamentare nel sessantotto, quando i gruppi ml si frammentavano in un progressivo delirio catartico. D’altro canto se una esposizione serve a farsi conoscere e a vendere, escludersi dal flusso principale dei visitatori, non mi pare cosa proficua. A meno che non si voglia sotto sotto mostrarsi differenti. Mi si obietta che i costi del vinitaly sono molto, molto più alti e questo mi sembra un argomento valido. Ma forse si può provare a trattare con l’ente, farsi assegnare una struttura più semplice ove sistemare banchetti uguali con la tovaglia bianca, restando comunque insieme e mantenendo uno spirito alternativo al consumismo della fiera e dei facoltosi. Mi si obietta che le persone interessate a quei vini si presentano comunque alle esposizioni decentrate. Vero, ma all’interno del vinitaly forse ne verrebbero di più e tanti che non hanno idea dei vini “naturali” scoprirebbero un mondo nuovo e affascinante; e altri ancora che, come me, questo mondo l’hanno già scoperto, e che non hanno molta voglia di mettersi in macchina o prendere bus, già stressati dal viaggio e dai collegamenti, che magari pernottano a Desenzano o a Bardolino, potrebbero accedere facilmente agli assaggi anche dividendoli nei cinque giorni e facendo confronti con i vini tradizionali (dove stia la tradizione, è un altro discorso ancora …).
    Penso insomma che l’Aventino sia sempre una tentazione, magari di stimolo e rottura all’inizio, ma dopo storicamente perdente. Se poi i colli si moltiplicano che facciamo? Esquilino, Palatino, Campidoglio… vogliamo anche noi arrivare al Quirinale?
    Poi parlo con amici produttori, rifletto, ricordo che dietro ogni movimento nella società ci son sempre motivi economici. Non quelli che ho detto prima, i costi del vinitaly. Intendo altro. Io non so esattamente chi e cosa ci sia dietro l’organizzazione di questi eventi “alternativi”. Ma, considerando anche che Villa Favorita e Cerea sono frutto di una scissione, mi chiedo quali interessi si agitino, di leadership o di denaro, in quest’aventinismo di periferia. Se questi interessi esistono, mi sento più vicino allora a quei piccoli e piccolissimi produttori che non possono sostenere le spese di partecipazione alla fiera grande e decidono di partecipare alle piccole, ma che non vorrebbero essere così decentrati. E d’altro canto che fare? Una nuova scissione? Mi rendo conto che trovare una soluzione non è così facile.
    Troppo spesso sovrapponiamo il vino e il mondo del vino, ma questa è un’ingenuità. Tra le due cose, ahimè, corre la stessa differenza che ci può essere fra un innamoramento e un amore a pagamento; fra una persona bella, col suo odore e il suo sorriso, che incontri per la strada e una ragazza falsamente ammiccante, sdraiata su una motocicletta, infimo prodotto della pubblicità televisiva.

  • Eleutherius:

    Articolo d’immediata intelligenza. Lo si può infatti riassumere immediatamente e in un solo termine, che peraltro si ritrova proprio al suo interno. Articolo conchiuso, quindi. Brilla d’intima e semiotica coerenza.
    Il termine in questione è: autoreferenziale.
    Altrimenti detto: mi urge di parlar, mi parlo addosso.
    Alternativamente: blatero, ergo sum.

  • Michel:

    Ciao Scanzi,
    anch’io ero al Triple A Live. Bell’evento, non c’è che dire. Molti bei vini, alcuni ottimi, altri meno (e altri meno assai). Gargano è così da sempre, quindi direi: di che stupirsi? (e non è una critica, ma una constatazione). Spiacevole la querelle con Arianna sul blog, quantomeno a mio avviso. Alla fin fine, battendo un colpo al cerchio e uno alla botte – e non per fare il ruffiano, ma perchè mi balza al naso – tu un po’ di maligno sarcasmo nel tuo articolo ce l’hai messo, la Arianna si è un po’ girata male da sana siciliana, forse anche perchè stanca delle tante cazzate – che io sappia mai dette da te, beninteso – che ancora si sentono dire su questi produttori, e tu in risposta hai azzannato un po’ troppo da macho/fighetto inverso. E per dirla tutta, se l’intento dell’articolo era quello di “dare al lettore – che magari ignora l’esistenza di Bera, Radikon o Calabretta – un piccolo excursus di cosa sia e perché sia nato il vino naturale. Da qui alcuni accenni alla genesi del movimento” (cit), non mi pare azzeccato troppo bene, ci sei riuscito molto meglio – e con maggior oggettività – altre volte. Detto questo, per quel che vale, l’importante è che sia vino, e che sia buono. Un saluto, e spero un giorno di poterti servire un bicchiere di vino e di fare due chiacchiere con te. Mi piacerebbe molto.

  • Andrea Scanzi:

    Taluni hanno un talento, nel discorrere lungamente del nulla, che ne basterebbe la metà.
    Il suo post, Michel, se si fosse fermato alle prime due righe, sarebbe anche stato apprezzabile.
    Questa litania del Vino Vero=Intoccabile, e questa difesa (appena appena onanistica) della donna in quanto donna, sono linguisticamente deprimenti. Aborro la concezione messianica, liturgica e fideistica del vino. Un approccio terrificante, poiché acritico.
    Che senso ha essere Robert Parker al contrario?
    Ora però basta, veramente. La noia sta toccando vette kiarostamiche.

  • Michel:

    Caro Scanzi, spiace continuare questa menata, però non è nelle mie corde accettare insinuazioni per dare spazio e fiato alle anime belle. Nel mio commento – come d’altra parte è visibile, battuta dopo battuta – non trovo alcuna “litania” né alcuna “difesa appena appena onanistica”, né tantomeno alcuna “concezione messianica”. Quindi di che si sta parlando? Del nulla davvero, ma è mia colpa – evidente, a questo punto – aver tentato di sdrammatizzare. E sia, ma torniamo a parlare (o a leggere, nel mio caso) di vino. Buona mattina, oggi qui è una gran bella giornata.

  • Paolo:

    parole sante Michel

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