Archivio di giugno 2019

Baturlo 2018 – Podere Giocoli

IMG_5964E’ da un po’ che sento parlare di Podere Giocoli. Da anni, amici di cui mi fido mi dicono che nel Valdarno sia uno dei più ispirati all’interno del nugolo (per fortuna crescente) dei cosiddetti “naturalisti”. Alcuni di loro li ho scoperti in moto andando a Duddova, altri li ho provati di persona come l’ottima Sagona. Da Marco Cannoni, istrionico viticoltore che coincide con Podere Giocoli (e viceversa), non sono mai andato. Ma ci andrò. L’ho incrociato una volta, lui stava uscendo dal ristorante La pieve ad Arezzo ed io stavo entrando dopo aver presentato poco prima il mio ultimo libro al Passioni Festival.
Proprio alla Pieve, gestito dagli ottimi coniugi Spiganti, ho provato giovedì scorso con Mesmeric Lady questo riuscito Baturlo 2018. Cannoni dà nomi molto aretini ai suoi vini. La sua produzione è contenuta, ma assai varia. Il sito Valdarno Oggi, in un articolo intitolato emblematicamente “Il perfetto equilibrio di Potere Giocoli”, ha scritto: “Per entrare nella filosofia produttiva di Marco Cannoni a Podere Giocoli pensiamo sia meglio iniziare dai numeri: 7 ettari vitati, 7 vigne diverse, 9 vini prodotti!! Questi numeri dicono tutto o quasi della ricerca estrema del potenziale di ogni singola parcella, di vinificazioni che rispettano ogni vitigno al meglio e di affinamenti in cemento o legno che siano quelli giusti per ogni vino. A tutto ciò aggiungiamo la completa adesione ai principi di una agricoltura “naturale”, con l’obiettivo di preservare IMG_5965soprattutto il terreno “vivo”, che possa dare alla pianta tutto quello di cui necessita senza aiuti chimici. Come dice Marco Cannoni “la terra ben gestita ti dà tutto, non bisogna aggiungere nulla, ma quel nulla è molto importante”“.
Podere Giocoli si trova dalle parti di Terranuova Bracciolini, Località La Penna. Produce sulle 30mila l’anno. Tra i più noti, tutti rossi, cito il Fottio, il Saeppolo e il Borgo Vignamaggio. Il Baturlo è invece un bianco. I vitigni sono assai inusuali: Malvasia lunga del Chianti (attorno al 70%) e Albano (sì, al maschile) come parte restante. E’ un bianco non macerato, gradazione alcolica contenuta. Tremila bottiglie l’anno o giù di lì. Di grande beva, ma anche di bella personalità. Naso di fiori bianchi (biancospino) e frutta bianca (mela). Una vaga nota agrumata. Di buona sapidità, è senz’altro equilibrato. Non lo definirei vino glou glou, perché si presenta con più ambizione. Al tempo stesso, non intende nascondere il suo desiderio di essere anzitutto un vino quotidiano. Al ristorante sta sui 30 euro, se andate da lui in cantina credo attorno ai 20. A oggi è l’unico vino che ho provato di Podere Giocoli, insieme a un sorso di Fottio durante non ricordo più quale occasione, ma è mia intenzione provarne altri. Anzi tutti. Segnatevi questa azienda: non vi deluderà.

Rujno 2001 – Gravner (e mia madre)

IMG_6046Avevo da tempo una bottiglia di Rujno Gravner. Annata 2001. Mi era stata regalata da lui, dopo un pranzo nel suo eremo filosofico di Oslavia. Il Rujno è vino mitico e mitologico. Riporto da Callmewine: “Il Rujno di Gravner è un vino rosso ottenuto in prevalenza da uve Merlot, con piccola aggiunta di Cabernet Sauvignon che può variare tra il 5 e il 10% a seconda dell’annata. Le uve provengono dai celebri vigneti Hum e Ruk, in territorio sloveno, e la fermentazione avviene in grandi botti di rovere di Slavonia per 5 settimane, con contatto delle bucce e senza controllo della temperatura. Il processo di affinamento è lunghissimo e prevede 7 anni in grandi botti di rovere e altri 7 in bottiglia. Durante tutto questo lungo iter produttivo il vino non viene mai filtrato e chiarificato perché, secondo Gravner, il vino “oltre ad essere buono deve contenere batteri, enzimi e lieviti”“. Gravner è certo che, ogni sette anni, il ciclo (della vite e della vita) si compia. E dunque tutto si rigenero. Ecco dunque il 7+7 di questo bordolese per nulla bordolese, se non nell’uvaggio. Lo si trova a fatica e a un prezzo fatalmente importante: mai sotto le 135 euro (in rete: al ristorante poco sotto le 200). Attualmente potete forse ancora trovare qualche annata 2003.
Non sapevo mai quando aprirla, sia perché sono bianchista e sia perché aspettavo la serata giusta. Ogni tanto la toglievo dallo scaffale e lo tenevo lì, in rampa di lancio. Pronta a partire con me. Non di rado, quando sono fuori per lavoro e lo è anche la mia compagna, i miei genitori vengono a casa mia per tenere Zara. La mia labrador. Ho sempre detto loro di aprire i rossi che vogliono nella parte sinistra della cantina. Sono tutti buoni, ne avrò 3/400 e oltretutto non li apro mai. Lasciarli lì è un delitto. L’altra sera mia madre è stata da me. Deve aver visto quella bottiglia defilata, pronta per essere aperta, e convinta che fosse “un vino come un altro” l’avrà aperta con leggerezza. Me ne sono accorto il giorno dopo, al mio ritorno. L’ho trovata in cucina, aperta e richiusa pure male (sebbene abbia almeno 800 tappi “giusti” e la pompetta sacra per richiuderli ermeticamente. Ma lei proprio non vuole usarla). Lungi dall’arrabbiarmi (de che?), mi è venuto da ridere. E l’ho preso come un segnale: vuol dire che era giunto il tempo di berlo. Nonostante la canicola estiva. Così, non poco incuriosito, l’ho bevuto. Per meglio dire degustato. Non voglio star qui a dire se valga o no quei soldi. Il prezzo è un tema spinoso e scomoda troppe variabili, che non ho qui voglia di riprendere. Posso solo dirvi che non mi ero mai imbattuto in un bordolese, tipologia – insisto – a me distantissima, così emozionante e vero. Oltremodo elegante e meravigliosamente fresco, certo morbido ma per nulla piacione (come troppi Merlot). Sapido, di persistenza davvero infinita. I 13 gradi alcolici sono mitigati dall’acidità mai doma, nonostante i quasi vent’anni ormai, e il naso è una sciarada che muta e progredisce. Molto semplicemente, uno dei rossi più buoni in cui mi sia mai imbattuto.
Grazie, madre.

Ah, il vinho verde

IMG_5538C’è stato un tempo, un lungo tempo, in cui dovevo andare in Portogallo almeno due/tre volte l’anno. Era la mia seconda patria. Colpa, anzi merito, di Saramago e Pessoa. E pure di Rui Costa. Lo conosco benissimo da Nord a Sud. Una delle cose che più amavo era l’aperitivo. Entrada, cioè il formaggio lusitano, oppure un po’ di sardine. O anche solo le olive. E il vinho verde. A volte anzi sceglievo Porto bianco, quello secco, perfetto per cominciare la serata.
Il vinho verde non è uno vino specifico. Vuol dire solo vino verde, cioè giovane, e può essere bianco, rosato o rosso. A volte anche leggermente mosso. Va da sé che il vinho verde “vero” è – per me? – solo bianco. Vitigni Alvarinho e/o Loureiro, vendemmia anticipata, poco alcol. Tanta acidità e quando va bene bella mineralità. Da servire freddo: decisamente freddo, a costo di perdere qualcosa a livello olfattivo. A volte, anzi spesso, sono vini perfettini e tutti uguali. Ma se sei in Portogallo, e stai bene, ti piacciono lo stesso. In alcuni casi, invece, ti capita proprio die esultare. Per esempio con questo Quinta da Palmirinha. Io ho provato l’annata 2017, ma è buono sempre. 11,5 gradi, quindi pochi, che per il vinho verde è requisito essenziale. Ha carattere, lunghezza tutta sua e personalità spiccata. Bevibilissimo, con quel naso “verde” che vira poi per aroma di bocca su arachidi e mandorla. Puoi finirlo da solo e non accorgertene. Preso a Les Caves de Pyrene. Scopro da Jacopo Cossater su Intravino ulteriori pregi da questa azienda che vi consiglio senza indugio: “Il produttore, Fernando Paiva, 74 anni, è stato uno dei pionieri della biodinamica portoghese: certificato biologico dall’inizio, dal 2001, ha iniziato poco dopo a interessarsi ai principi steineriani arrivando a una conversione completa nel 2007 (ancora oggi è una delle pochissime cantine certificate Demeter del Paese). Ex professore di storia, ha ereditato 3,5 ettari di vigneto dai suoi genitori, in parte a Bouça Chã e in parte a Amarante. La cantina si trova appena fuori il centro abitato di Lixa, nel nord-ovest del Portogallo, nello stesso distretto della città di Porto e della zona in cui nascono i suoi vini più celebri, la valle del fiume Douro. Un bianco prodotto solo a partire da uve di loureiro (insieme all’alvarinho la varietà a bacca bianca più rilevante della zona), vinificato e lasciato maturare per poco meno di un anno in sole vasche di acciaio prima di una sosta di circa 6 mesi in bottiglia. Un vino che spiazza anche per il prezzo: difficile trovarlo a scaffale, in enoteca, sopra agli 8 euro“. In Italia si trova a un prezzo superiore (sui 12-15). Ma li vale tutti. Ah, il vinho verde (quando è buono davvero).

Qualcosa sui vini georgiani

IMG_5177Quante volte abbiamo sentito parlare di vini georgiani? E’ qualcosa di affascinante, sconfinato e misterico. Richiede curiosità e studio. Qualche settimana fa, da Les Caves de Pyrene, ho acquistato tra le altre cose alcune tipologie di vini georgiani. Tre bianchi autoctoni: Tsoulikori, Tsiska e Rkatsiteli (non fate battute facili).
Prima di parlarvene, cito volentieri alcuni passaggi del bel reportage di Leone Zot nel Caucaso (Georgia, Armenia, Azerbaigian) che Intravino ha pubblicato nel gennaio 2018: “Scavando questa montagna l’archeologia vi ha individuato le tracce più antiche attualmente note, di fermentazione dell’uva. In Armenia in prossimità del villaggio Areni, nome del vitigno coltivato in questa zona, è stata rinvenuta una grotta, adiacente ad una necropoli, contenente anfore interrate e un torchio con resti di raspi, bucce e semi di uva. La datazione al radiocarbonio posiziona questi manufatti a circa 6100 anni fa. L’analisi su campioni di ceramica ha rilevato tracce di acido tartarico e malvidina, pigmento vegetale, entrambi indicatori del vino. Qualche chilometro più a sud, in Iran, altri resti di vinificazione databili a 7000 anni fa. Oggi camionisti iraniani attraversano il confine ad Areni e caricano vino e oghee (distillato di pesche), per riportarlo clandestinamente in  patria (..) Si comincia dalla Terra, cavando l’argilla per fabbricare le Qvevri, grandi anfore di terracotta capienti talvolta oltre i 1000 litri. E’ in questi recipienti che viene fatto il vino. L’arte per costruire le Qvevri è custodita in poche famiglie che si tramandano la conoscenza di generazione in generazione. Dalle vinacce si distilla la Chacha, corrispondente georgiano della grappa. La filtrazione avviene naturalmente attraverso il cappello di fermentazione che, finito il processo, si immerge lentamente verso il fondo portando con se tutte le particelle in sospensione. I bianchi sono vinificati tutti con lunghe macerazioni sulle bucce, generando vini dal colore dorato brillante e dai sapori complicati, scorbutici, opulenti, inattesi. In Europa si chiamano Orange wine, qui li chiamano Amber wine (..) Ai tempi dell’Unione Sovietica questa tradizione ha rischiato di scomparire. La Georgia era diventata la vigna della Russia. Vennero impiantati stabilimenti industriali per la vinificazione che usavano metodiche europee. La piccola e montuosa Georgia non aveva uva a sufficienza per soddisfare la sete della Grande Madre Sovietica e, per arrivare alla quota assegnata, si aggiungeva acqua e zucchero alla massa da fermentare. I russi amano i vini dolci assenti nella tradizione autoctona. Ancora sopravvive una varietà semi-dolce molto amata dai russi che vengono in vacanza nella economica e calda Georgia. Oggi queste fabbriche abbandonate, arrugginiscono come fossili, ai lati delle strade (..) L’ampelografia classifica 525 tipologie di vitigni georgiani. In nessun altro luogo del pianeta esiste una tale varietà. Ciò suona in accordo con “l’ipotesi dell’area ancestrale”, utilizzata in linguistica ed in genetica per individuare le traiettorie di propagazione dei dati oggetto di tali discipline. Secondo tale ipotesi il luogo in cui si riscontra la maggiore varietà e complessità delle espressioni genetiche e linguistiche corrisponde all’area ancestrale da cui origina l’emanazione. Man mano che ci allontana da questo centro la complessità diminuisce progressivamente, secondo linee di diffusione individuabili”.

IMG_5278Quindi, e riassumendo: in Georgia forse è nato il vino (o è comunque lì che abbiamo gli esempi più antichi), qui i bianchi sono sempre macerati (ma li chiamano amber wine e non orange wine), hanno una ricchezza ampelografica spaventosa, a fare la differenza sono le anfore di terracotta (chiamate “qvevri”) e l’Unione Sovietica non capiva un cazzo di vino.
I quattro vini che ho provato appartengono a due aziende. Una è Ramaz Nikoladze, nata nel 2007 sulla base di una vecchia cantina storicamente di proprietà della famiglia. Meno di un’ettaro di vigna dal quale produce due varietà autoctone: Tsitska e Tsolikouri. Ho provato entrambe. L’altra è Pheasant’s Tears, letteralmente “Lacrime di fagiano”, nata da un’idea condivisa dal viticoltore Gela Patalishvili e dal pittore John Wurdeman. Anch’essa è piccola e naturale. Il nome deriva da un’antica leggenda, secondo cui solo qualcosa di bellissimo può far piangere un fagiano. Qualcosa di incredibile e clamoroso. Come, per esempio, un vino.
Ho provato tutte annate 2017. Come prezzi in enoteca stiamo tra i 20 e i 30. Leggermente più economici i vini di Pheasant’s Tears.
Sono partito con lo Tsitsa 2017 di Ramaz Nikoladze. E’ un vitigno a maturazione precoce che dona vini tra i più acidi nel panorama georgiano. Il vino fermenta per sette giorni a contatto con le bucce (ma sembrano molti di più), poi affina per 12 mesi in qvevri interrate all’esterno della cantina. Bello sapido e splendidamente fresco, denso e al contempo bevibile. Un amber wine pienamente riuscito e assai emozionante, non per tutti (se cercate il “vino perfettino” virate altrove) ma davvero mirabile.
Poi ho provate gli Tsoulikouri 2017 di Ramaz Nikoladze (che lo chiama “Solikouri”) e Pheasant’s Tears. La differenza è che il primo è con macerazione e il secondo “no skin”, ma in realtà in Georgia la macerazione c’è sempre. Solo che qui è leggera in Nikoladze e ancor più contenuta in Pheasant’s Tears. Lo Tsoulikouri era uno dei vitigni più coltivati al mondo. Amatissimo da Stalin, che ovviamente lo esigeva non macerato (e anche da qui si capisce quanto i dittatori non abbiano pregi neanche a volere), è il più bevibile tra quelli che ho provato. Per certi versi anche il più facile e meno personale. Ho preferito Pheasant’s Tears, che ci ha messo ore ad aprirsi ma che il giorno dopo era bello fresco, minerale e assai tendente alle erbe aromatiche (forse pure troppo).
Quindi il capolavoro – ma non per tutti – Rkatsiteli 2017 di Pheasant’s Tears. Un amber wine spinto ed “estremo”, denso e salino oltremodo, perfetto come “vino da meditazione” e più ancora come “vino da godimento”. Diverso da tutto e uguale solo a se stesso, ti catapulta in un mondo altro. Sia davvero lode.

Che Champagne, ragazzi!

IMG_5205L’altra sera ho aperto uno Champagne con Lady Mesmerica. L’ho acquistato da Les Caves de Pyrene. L’ho fatto assaggiare al proprietario de L’Antica Fonte di Arezzo, Luca, che lo ha definito entusiasticamente “lo Champagne più buono che abbia mai assaggiato”. E lui ne ha assaggiati tanti. Esagerava? Forse sì e forse no. Di sicuro il vino è il regno del soggettivo. Altrettanto sicuramente, se si prendono Champagne sulla fascia 30-40 euro in enoteca, questo se la gioca sul serio coi migliori.
Sto parlando del “Grains de Celles” di Pierre Gerbais. Un Extra Brut che affina come minimo 30 mesi sui lieviti. Su Tannico lo trovate a 36 euro. 50% Pinot Noir, 25 Chardonnay e 25 Pinot Blanc Vrai (una varietà rara di Pinot Blanc). Cito ancora Tannico: “La maison Gerbais è situata a Celles-sur-Ource, comune della Côte des Bars, nella parte meridionale della Champagne. Vignaioli alla terza generazione, la cantina è oggi gestita da Pascal Gerbais, il quale ha introdotto la conduzione naturale e biologica dei vigneti nel 1996. Gli ettari di proprietà, attualmente circa 14, si distendono nella Vallée de l’Ource, su terreni di natura calcarea e argillosa. Pascal vinifica separatamente le uve delle differenti parcelle, come avviene nella tradizione della Borgogna”.
Il Grains de Celles è forse l’entry level dell’azienda. Brilla in eleganza e garbo. Il Pinot Noir, pur qui maggioritario, dona sì corpo ma non “sporca” quella sensazione di estrema eleganza che vi ricorderà i più riusciti Blanc de Blancs. Perfetto come aperitivo, ma pure a tutto pasto (io l’ho bevuto così). Difetta forse – ma neanche tanto – in carattere e persistenza, ma è davvero suadente e armonioso. Delicatissimo il perlage, avvincenti le note (che ti aspetti) di crosta di pane e frutta tostata. Cremoso e di beva suprema. Solforosa (per fortuna) bassa, come hanno attestato la mattina dopo la testa mia e quella di Lady Mesmerica: stavano benissimo.
Provatelo: non vi deluderà.

Pinot Grigio ramato (due esempi riusciti)

Schermata 2019-06-02 alle 19.04.57Il Pinot Grigio è uno dei vini più bevuti in Italia e non solo in Italia: in Inghilterra, per esempio, lo adorano. Il paradosso che non tutti conoscono è che lo beviamo deliberatamente rinunciando a molto del suo potenziale. Uva non a bacca bianca ma – appunto – rosato-grigia come la buccia di certe cipolle, se non la sottoponi a macerazione anche solo leggera di fatto un po’ la snaturi. Ecco allora il Pinot Grigio “ramato”, che non è altro che un Pinot Grigio – non per nulla parente del Pinot Nero – sottoposto a macerazione. Definirlo orange wine qui è inesatto: va proprio chiamato “ramato”. Il Pinot Grigio, in questa veste, apparirà del tutto diverso e molto più emozionante, sebbene esistano ovviamente dei Pinot Grigio “bianchi” (perdonate il bisticcio cromatico) splendidi.
I Pinot Grigio ramati, oltre al colore caratteristico, hanno alcuni tratti distintivi, per esempio le note agrumate e un’accentuata nota balsamica. Citerò qui due esempi che mi hanno convinto. Il primo viene dall’azienda Flaibani. L’ho scoperto acquistandola dal carnier di Luca Martini. Flaibani è un’azienda di 5 ettari situata a Cividale del Friuli nei Colli Orientali, con vigne terrazzate posizionate su colline molto ripide. E’ in fase di conversione biologica e in vigna utilizza dall’annata 2012 i preparati biodinamici. Sono poche Schermata 2019-06-02 alle 19.05.36le bottiglie prodotte: attorno alle 15mila. Il Ramato che ho provato era il 2016. Ne esistono più o meno 3mila bottiglie. La (crio)macerazione non è eccessiva, mi pare di aver capito attorno alle 6 ore. Che bastano comunque per dargli un carattere spiccato. Bello “denso” con archetti fitti, una spina dorsale acida che inizialmente fa fatica a mostrarsi appieno ma poi arriva, è un vino che migliora coi minuti e anzi con le ore: la sera dopo era ancora più convincente. Non abbiate fretta a berlo. Ci senti tanto il pompelmo e più ancora il melone. Assai agrumato e ancor più balsamico. Bella mineralità, gran persistenza. Finale sapido che asciuga e ripulisce. Mediamente elegante e certo equilibrato. In enoteca lo trovate (a fatica) sui 15/20 euro. Li vale.
Vi consiglio poi il Guastafeste di Villa Job. Pozzuolo del Friuli (Udine). Anche qui le dimensioni sono piccole: sulle 20mila bottiglie annue. Di queste, il Guastafeste ne conta 2500: è il Pinot Grigio ramato. Sempre annata 2016, sempre “vino naturale”, sempre azienda biologica che va verso il biodinamico. Macerazione qui più sostenuta, prezzo più o meno analogo. In questo caso ne ho bevuto solo un bicchiere (alla Formaggeria de’ Redi di Arezzo). Era un aperitivo e non so dirvi se il secondo e terzo bicchiere sarebbero stati migliori al primo: probabile. Vino splendido, “divertente”, di carattere e pienamente riuscito. Consiglio anche questo senza indugio.