Archivio di gennaio 2019

Barbagianna 2017 – Bragagni

IMG_9699Due sere fa sono stato all’Enoteca Naturale a Milano. Sui Navigli. E’ un posto delizioso, nel palazzo di Emergency. Semplice, appassionato e con tanti vini naturali. A un certo punto, nella mia bella progressione, mi sono imbattuto in questo Barbagianna. Azienda agricola Bragagni (Andrea).Vino bianco, annata 2017. In rete si trova a 15 euro o giù di lì.
L’ho trovato meraviglioso.
E’ un uvaggio di Famoso e Trebbiano. Il Famoso vinificato in bianco, il Trebbiano macera sulle bucce per 20 giorni. I due vitigni – leggo dalle poche descrizioni reperibili – “affinano insieme in botti grandi di legno per circa 8 mesi. Ulteriori 6 mesi di affinamento in bottiglia prima della commercializzazione”.
Mi hanno colpito due cose. La prima è il naso, che ha quell’aroma sporco e sgarbato di legno vecchio, sottobosco e un che di feccino. Detta così sembra una cosa brutta, e per qualcuno lo è, ma – forse per un effetto madeleine proustiano – i vini così mi colpiscono quasi sempre in positivo. Ovviamente questo naso deve comunque essere gradevole e non difettato. E quel Barbagianna lì non era certo difettato. La seconda cosa che mi ha colpito è la grande bevibilità, mai scontata in un vino comunque macerato. Qui però avverti la tensione acida, una buona mineralità e una grande personalità.
Ve lo consiglio senza remore alcune.

Durello sui lieviti Sotocà – Cristiana Meggiolaro

IMG_9334Non ricordo chi mi abbia donato questo vino. Credo sia accaduto dopo un mio spettacolo: un regalo di uno spettatore, forse di una spettatrice. Maledetta memoria: solitamente mi sorregge, ma in questo caso no. L’ho bevuto due sere fa.”Igt Veneto”, e in sé la denominazione non giustifica cortei. Durello 85% e Garganega 15%, e già questo è invece ben più curioso. Ancor più considerando che il vino, tipologia “frizzante”, è un rifermentato sui lieviti come certi Prosecco Surlie che piacciono a me. Spippolando in rete ho visto che Cristiana Meggiolaro fa vini naturali. Non ho però capito se faccia anche parte di qualche associazione.
Nel retroetichetta della bottiglia si legge: “Vino bianco frizzante sui lieviti da uve autoctone Durello coltivate a 450 metri di altitudine nel paesino di Brenton Ronca’ (VR). Proveniente da vigne piantate su suoli di origine vulcanica, rifermentato in bottiglia. Non filtrato”. In Rete ho trovato anche questo: “L’azienda si trova nel confine tra la provincia di Verona e Vicenza ed i vigneti di proprietà sono situati sulle pendici del Monte Calvarina che in parte si affaccia nella provincia di Verona nella zona del Soave e del Durello ed una parte nella provincia di Vicenza nella zona del Gambellara. I vitigni coltivati sono solo i bianchi autoctoni: La Garganega e la Durella. Dall’annata 2012 l’azienda ha abbracciato la tecnica agronomica ed enologica promossa dalla Vini di Luce”
Il colore è un giallo paglierino tenue: molto tenue. Non è “sporco” come certi Colfondo. Anche al naso e in bocca si presenta esile. Molto esile. Ma non anonimo. Non può certo avere chissà quale corpo e persistenza: deve essere un vino facile, glou glou, da aperitivo o pasto comunque poco impegnativo. Per quanto i vitigni siano ovviamente diversi, mi ha ricordato non tanto il Prosecco di Casa Belfi, quanto casomai il Garg’n’go dei Maule e più ancora il Prosecco – più educato e precisino – di Ca’ dei Zago, che a volte mi convince e altre meno. Fresco, buona mineralità, gran bevibilità. In rete si trova sui 15 euro, franco cantina immagino poco sotto i 10. Nella sua tipologia, l’ho trovato un vino riuscito.

Beaujolais Vignes Centenaires Beaujolais-Villages 2016 – Clotaire Michal

IMG_9237Chissà perché non scrivo più di vino, anche se continuo a berlo e a berlo bene. Occorre che, prima o poi, ponga rimedio sul serio. Meno politica, più vino: non solo nel privato, ché quello accade già da sempre, ma pure nel pubblico. Cioè nel lavoro. Cioè anche qui.
Comunque.
Ieri sera son tornato dall’Inghilterra. Ho visto Hinckley, e dunque la Triumph, e poi Cambridge, e quindi anche e soprattutto Syd Barrett. Ero stanco morto, pile finite e la Mesmeric Lady era tornata pure lei alla base dopo i nostri giorni nelle Midlands britanniche. Corro qualche chilometrico, giusto per non sentirmi in colpa dei tre giorni senza jogging nel Regno Unito, e appronto (cazzo di parola è, “appronto”?) una cena frugale. Serve un vino. Mi torna alla mente un rosso anomalo, quindi adatto a uno come me che al 90% beve bianchi. E’ un Beaujolais e dunque un Gamay. Vino e vitigno di cui in Italia si conosce più che altro la versione Nouveau, ovvero – brutalizzando – il “novello”. Ricordo che, una volta, Berlusconi definì il marginalissimo calciatore Ibou Ba come “una bella bottiglia di Beaujolais frizzante“. E già questo basta per tumulare in eterno la versione novello (anche se ne conosco di discrete).
La bottiglia che ho aperto ieri è una mirabile Vignes Centenaires, annata 2016, di Michal Clotaire. L’ho presa un anno fa all’Only Wine di Città di Castello. Di quella giornata ricordo non pochi stivali femminili meravigliosamente ben portati, due dei quali giusto accanto a me, fondamenta fascinose di un’amica non certo meno sensuale. Anche se non sembra, e pur circondato da siffatte esplosioni di femminea bellezza, ricordo bene anche alcuni vini lì scoperti. Tipo questo. Merito di Luca Martini, sommelier aretino di giusta fama mondiale, che al suo banco aveva questi Gamay sublimi e alcuni Riesling della Mosella che saccheggiai con cupidigia. Martini racconta così il suo amico francese: “Dal 2008 al 2012, Clotaire produce St. Joseph da uve Syrah ma non è pienamente soddisfatto della sua terra ,della sua vita. Nel 2013 compra una proprietà a sud di Broilly, precisamente a St Etienne la Varenne, in un posto baciato da dio. Lui lo chiama il suo “diamante grezzo” io ho visto e sentito l’energia che questo fazzoletto di terra di 3,5 ettari può donare. Esposizione a sud, vigne vecchie o meglio… più di un secolo sono la partenza che ha fatto scattare questa nuova avventura. Un’avventura che parla di rispetto, di fermentazioni a grappolo intero ,di solforose bassissime e interazione tra legno (vecchio) ed acciaio di grande lavoro in vigna e rispetto in cantina ..come dice Clotaire il vino lo fa il lavoro in vigna“. Credo costi sui 30 euro, forse meno ma non credo.
E adesso torno alla bottiglia bevuta ieri. Prodigiosa, di quel prodigio verticale che poggia quasi tutto su acidità e sapidità. Alcolicità contenuta (12.5 gradi), elegante e persistente, lampone croccante e spezie garbate, su tutte il pepe. Una nota balsamica e una bevibilità suprema, infatti la bottiglia è quasi finita (che è sempre il segnale più inequivocabile in merito alla bontà o meno di un vino).
Da tutto ciò ne conseguono, a cascata, alcune riflessioni. 1. Durante queste feste, ma più che altro durante questi anni di silenzio, tanti (gran) vini potevo ben recensirli. 2. Luca Martini mi ha dato una bella dritta: thank you, man. 3. Only Wine è una rassegna a cui sono legato e quest’anno ci inventeremo probabilmente un mio intervento ad hoc. 4. Il Gamay, non per nulla ritenuto da alcuni un “piccolo Pinot Noir“, a volte sa essere un vino sexy. Tipo certi Champagne Blanc de Blancs. Quello di ieri lo era. 5. Spero che, da queste parti, ci vedremo più spesso.