Archivio di marzo 2015

Vini ostinati e contrari: Dogliani Pirochetta Cascina Corte

corteChi martedì scorso si è trovato al Vinodromo, ristorante di Milano zona Bocconi con pregevole carta dei vini, ha potuto imbattersi in una persona discreta e garbata. Proponeva i suoi vini quasi scusandosi di essere lì. Si chiama Sandro Barosi e, nel 2001, ha abbandonato il lavoro a Slow Food per ristrutturare una tenuta splendida a Dogliani (oggi anche agriturismo) e valorizzare quelle terre e quelle vigne. Fin dall’inizio è stato affiancato dalla moglie medico, Amalia. L’azienda, a Borgata Valdiberti, si chiama Cascina Corte e produce circa 20mila bottiglie l’anno. I primi anni si facevano aiutare da un enologo, ma da tempo camminano da soli. I vitigni sono Nebbiolo e Barbera ma soprattutto Dolcetto, proposto in versione “base” e con la selezione Pirochetta Dogliani Superiore Vecchie Vigne. Quest’ultima nasce da piante con più di 60 anni di età. Il rapporto qualità/prezzo è lodevole. Cascina Corte è biologica e fa sue alcune pratiche biodinamiche, ma non figura più in associazioni di vini veri o naturali: “Non siamo fondamentalisti”, racconta Sandro, “ma ci siamo orientati da subito sul biologico. Niente concime, per esempio, e meno ancora concime chimico”. Il Pirochetta nasce da terreni calcarei, argillosi e tufacei sulle colline di San Luigi. Vinificazione in acciaio. E’ un vino più complesso del “base”, ma che non dimentica la sua natura quotidiana e (quasi) da tutti i giorni. Tannino abbastanza evidente, buona morbidezza, bella bevibilità. Un vino riuscito. (Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2015. Diciannovesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Sol Ezio Cerruti

IMG_1389E’ raro che un eno-appassionato ami i vini dolci. Li ritiene, un po’ a torto e un po’ no, vini troppo facili. Ammiccanti, piacioni. Ed è difficile, in effetti, imbattersi in vini dolci in grado di piacere senza stuccare. Ecco: il Sol di Ezio Cerruti rappresenta un’eccezione meravigliosa. Di più: il Sol di Ezio Cerruti è il vino dolce perfetto per chi non ama i vini dolci. Cerruti fa parte dell’Associazione Vini Veri ed è un intellettuale prestato all’enologia. Produce a Castiglione Tinella, nel cuore del Moscato. Un vino tanto famoso (male) quanto prodotto (troppo). Cerruti, per complicarsi la vita, ha declinato il Moscato in versione passita. Una stranezza totale, che pratica solo lui o giù di lì. Produce poco, giusto 6mila bottiglie da 37.5 cl, compresa una versione rarissima di muffato (o per meglio dire botritizzato). Cerruti ama la musica – la sua casa è piena di vinili – e non ha la tivù. Legge, viaggia preferibilmente in moto e descrive il suo vino come “concupiscente, perfetto per ammaliare le femmine”. Non mitizza la vicina Langa, perché ne conosce finzioni e storture. Vegetariano convinto, del suo vino – e di vino in generale – parla poco perché è conscio che la bottiglia, nel bene e nel male, parla da sé. Più pavesiano che fenogliano, di recente ha ultimato la sua piccola cantina. Si diverte anche a produrre un Moscato versione secca, chiamato Fol. Il Sol è un nettare dolce ma non stucchevole, fresco e sapido. Di raro equilibrio e ancor più rara eleganza. (Il Fatto Quotidiano, 16 marzo 2015. Diciottesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

 

Vini ostinati e contrari: Quinto Quarto Rebula Terpin

IMG_1268Per nulla distante da vigneti e azienda, anzi giusto a due passi, c’è l’Ossario di Oslavia. Raccoglie le spoglie di 57740 soldati – italiani, tedeschi, austriaci – della Prima Guerra Mondiale, molte delle quali ignote. Franco Terpin è di stanza a San Floriano del Collio (Gorizia). La sua è una delle produzioni più ispirate, e mai deludenti, all’interno della gamma sempre meno ristretta dei vini artigianali: con i suoi bianchi, in particolare, non si sbaglia mai. Fa parte di VinNatur. Ha cominciato a lavorare in vigna da ragazzo, quasi per imposizione del padre, che proprio non voleva saperne di avere un figlio camionista. I bianchi sono macerati, come naturale da quelle parti. E sono parti benedette quanto ispirate: le stesse di Gravner, di Radikon, di Princic, de La Castellada. Terpin è un omone enorme, in apparenza rude e dai modi spicci. I suoi vini gli somigliano. Il suo capolavoro è forse il Pinot Grigio, ma – tra un Friulano (Jakot) e una Ribolla Gialla deluxe – è giusto consigliare anzitutto la fascia “base”. Quella che Terpin, non senza ironia, chiama “Quinto Quarto”. Per esempio la Rebula, meno macerata della versione più ambiziosa di Ribolla Gialla ma anche più bevibile. Tra i molti pregi di Terpin, vignaiolo orgogliosamente senza fronzoli, c’è quello di realizzare bianchi macerati non “eccessivi”, in grado di essere bevuti (quasi) da tutti. Freschi, sapidi, gradevoli. Il rapporto qualità/prezzo è da applausi, come pure la coerenza tra persona e prodotto. (Il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2015. Diciassettesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Brunello di Montalcino Podere Sante Marie

IMG_1156E’ bizzarro ma forse anche emblematico che, per trovare un Brunello come si deve e senza per questo impegnarsi in un mutuo, occorra cercare una piccola azienda gestita non da toscani. Bensì da bergamaschi. I coniugi Marino e Luisa Colleoni. Non senza sacrifici, negli anni Novanta hanno acquistato questo Podere Sante Marie ai piedi di Montalcino. Vigneti di origine vulcanica, altitudine di 477 metri sul livello del mare. La vista, d’incanto, è in grado di dominare tutto. Un tempo questi luoghi erano terrazzamenti difensivi, eletti a baluardo della repubblica senese. Poche le bottiglie prodotte, neanche 10mila l’anno. Quasi tutte all’estero, Giappone anzitutto, e quasi tutte da Sangiovese Grosso. Ultimamente i Colleoni si divertono a produrre anche un bianco, assai piacevole, da uve Ansonica. Marino è uno dei nomi di punta dell’associazione VinNatur e crede in quello che si è soliti definire “vino naturale”, ma che è più esatto ritenere “artigianale” e “genuino”. La filosofia dei Colleoni è chiara: “Il nostro obiettivo prossimo è di non usare assolutamente niente. Vorremmo creare un equilibrio naturale dove i “buoni” e i “cattivi”  se la sbrighino tra loro”. In cantina gli interventi sono pochissimi. Il vino invecchia in grandi botti di rovere, di capacità variabile, solitamente tra i 5 e i 25 mesi. L’azienda ha anche qualche camera per i visitatori e la cucina di Luisa non delude. E’ sempre più raro imbattersi in scorci di Toscana autentica, ma qui la magia c’è ancora. (Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2015. Sedicesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)