Archivio di gennaio 2015

Vini ostinati e contrari: I Clivi Brazan

cliviCapita di frequente che, di fronte ai vini cosiddetti “naturali”, si abbia diffidenza. Forse perché a volte appaiono strani, vuoi per gli aromi e vuoi per il colore. Stereotipi con un fondo di verità. Per chi intende osare ma non troppo, I Clivi è l’azienda giusta. Ferdinando Zanusso e il figlio Mario, dal loro avamposto di Corno di Rosazzo, producono ogni anno le loro 35mila bottiglie. In larga parte bianche. Sulla scrivania, libri di Enzo Biagi e prime pagine del Manifesto. Vigne vecchie, dai 50-60 anni in su: producono poco, ma producono nettare. I Clivi faceva parte di VinNatur, poi ha corso da sola. Anche per questo è adatta a chi ama i vini friulani ma li ritiene spesso perfettini, e al tempo stesso non vuole imbattersi in bottiglie troppo “azzardate”. I vigneti sorgono a metà tra Colli Orientali del Friuli e Collio Goriziano, null’altro che una mera distinzione amministrativa. Si parla sempre di flysch, cioè di un terreno fatto di marne e arenarie. Accanto a un Verduzzo secco da scoprire e a una Ribolla Gialla sia ferma che spumantizzata, spiccano le tre varianti di Friulano. Il vitigno, di origine francese (Sauvignonasse) e ormai autoctono, un tempo si poteva chiamare Tocai. I Clivi ne forniscono una impostazione scarica di colore e con alcolicità contenuta. Sono vini che puntano tutto su acidità, eleganza e longevità. Spiccano i due cru, il Galea (più “facile”) e il Brazan: austero e verticale, con note speziate e un finale di liquirizia e quasi petrolio. (Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2015. Undicesimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Ponte di Toi Legnani

ponte di toiStefano Legnani ha scoperto tardi la passione per il vino. O forse l’ha avuta da sempre, solo che quando era un assicuratore di successo restava sullo sfondo. Oggi, dal suo avamposto di Sarzana (La Spezia), parla così: “Uno dei segnali è quando mi accorgo che le vespe cominciano a svolazzare con frenesia attorno al vigneto, ascolto i loro chiassosi ronzii; cosi assaggio l’uva, deve piacermi in bocca, insomma se alletta me e le vespe, decido di iniziare la nostra vendemmia”. Produce poche bottiglie, più o meno 5mila l’anno. Un ettaro vitato, prezzi contenuti. Fa parte del gruppo VinNatur ed è suo uno dei migliori Vermentino italiani. Un vitigno che potrebbe dare tantissimo in Sardegna, Liguria e Toscana, ma che spesso si ferma – quando va bene – al rango di piacevole. Il Ponte di Toi e la sua versione evoluta Le Loup Garou (tributo a Willy De Ville, passione sua e della moglie Monica), regalano molto di più. Sottoposti a una non ingombrante ma comunque decisiva macerazione sulle bucce, regalano un Vermentino intrigante e di carattere, salmastro e di grande personalità, mai scontato e dalla beva mirabile. Legnani produce anche il Tafon, un Trebbiano della bassa Padana appartenuto a un amico che non c’è più: la famiglia avrebbe voluto espiantare le vigne, ma lui si è opposto. E ha fatto bene, visti i risultati. Trovare i vini di Legnani è difficilissimo, viste le recensioni molto alte e la produzione molto bassa: meritano, però, di essere cercati e inseguiti. Eccome. (Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2015. Decimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Fiano di Avellino Picariello

FullSizeRenderIl Fiano di Avellino è uno dei vitigni bianchi autoctoni più nobili di Italia. Dotato di potenzialità rare, è particolarmente adatto all’invecchiamento. Tra i produttori più ispirati spicca Ciro Picariello. Ha cominciato la sua esperienza vitivinicola nel 2004, aiutato dalla moglie Rita e dai figli Bruno ed Emma. Sette ettari vitati di produzione (5 di Fiano e i restanti 2 a bacca rossa: Aglianico, Piedirosso, Sciascinoso), 4 in conduzione ad Altavilla (coltivati a Greco). Tra le 45mila e le 50mila bottiglie annue. Il Fiano, sia in versione base (Igt Irpinia) che come Docg, è il vanto di Picariello. La sede è a Summonte località Acqua della Festa, i vigneti di proprietà a Summonte e Montefredane, 450-650 metri sul livello del mare. Picariello usa lieviti autoctoni e cura meticolosamente vigne e terreni vulcanici, ricchi di potassio, calcio, quarzo e ferro. Metà produzione resta in Italia e l’altra va all’estero. Del piacevole Fiano Igt (10 euro nelle enoteche con ricarichi giusti) vengono prodotte 10mila bottiglie, del Fiano di Avellino Docg – l’apice aziendale – 22mila. Vinificazione solo in acciaio, niente legno. Il Fiano di Picariello è fresco, fruttato, floreale. Stupisce per la evidente mineralità e per una sapidità ancora più spiccata. L’effetto “salato”, unito a una nota leggermente affumicata, lo rendono ancora più elegante, in grado di reggere – e a volte dominare – qualsiasi abbinamento o quasi. Un bianco semplicemente prodigioso. (Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2015. Nono numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini delle feste

IMG_0276Provando a fare un rapido inventario, ora da solo e ora in piacevolissima compagnia, ho bevuto tra la vigilia di Natale e l’Epifania: Cavalleri Franciacorta Collezioni Grandi Cru 2007 (magnum), Faccoli Franciacorta Extra Brut, Prosecco Coste Piane, Pecorino Ausonia, Cantina Margò opera omnia o quasi (Fiero Bianco, Regio Bianco, Rosato, Spumante Surlì annate 2012/13), Ponte di Toi 2013 Stefano Legnani, Panevino opera omnia o quasi (Bianco, Rosato, Pikadè, Su chi no’nau annate 2013), Sella dell’Acuto 2013 Taverna Pane e Vino, Camillo Donati opera omnia o quasi (Barbera, Lambrusco, Trebbiano, Malvasia, Sauvignon), Champagne Moet et Chandon Brut (regalo), Champagne Terre de Vertus Larmandier Bernier Millesimo 2008, Champagne Benoit Lahaye Millesimo 2007, Chablis Premier Cru Monts Mains Domaine Raveneau 2006, Fiano di Avellino Cirò Picariello 2010, Riesling Trocken Nik Weis St.Urbans-Hof 2012, Gli Eremi 2012 La Distesa. Il tutto irrorato, principalmente, da grappe Barile e Gualco (entrambe a Silvano d’Orba), distillati Capovilla (pesche, mele, pere, albicocche), Ardbeg Corryvreckan, Bruichladdich 12 anni High Spirit’s Collection e un pazzesco Caol Ila 15 anni del 1998 Collezione Samaroli.
Che dire? Sono state belle feste.

Vini ostinati e contrari: Barbaresco Cascina Roccalini

FullSizeRenderSi ritiene il Barbaresco, generalizzando, una sorta di “Barolo femmina”, perché più elegante e meno corposo. E’ però appunto una generalizzazione. Due dei Barbaresco migliori sono il Montestefano di Teobaldo Rivella e il Cascina Roccalini di Paolo Veglio. Quest’ultimo ha 37 anni e fa l’agricoltore da quando ne aveva 14. Dal 1993 le uve di famiglia venivano conferite a Bruno Giacosa, che agli amici ammetteva come proprio da quegli appezzamenti provenissero le uve migliori. I vigneti della famiglia Veglio sono adiacenti all’iperblasonato Sorì Tildin di Angelo Gaja. La cantina si trova lungo i tornanti che da Alba portano a Tre Stelle (nel navigatore non c’è: digitate “Località Pertinace”). Davanti alla casa di Paolo sono state girate le scene iniziali del film Il partigiano Johnny. Il padre Paolo, ex assessore alla Cultura di Alba, è uno dei curatori dei percorsi fenogliani. Dal 2004 Veglio e la mamma – cuoca eccelsa – Luciana ballano da soli. Cinquemila bottiglie tra Dolcetto e Barbera e 7mila (presto 12mila grazie a nuovi vigneti) di Barbaresco. Attenzione: nei supermercati si trova un “Barbaresco Roccalini” a meno di 8 euro, ma non c’entra nulla. I vini di Veglio, che fino al 2014 faceva parte dell’associazione Vini Veri, sono distribuiti da Le Caves de Pyrene. Il Barbaresco di Veglio, che migliora a ogni annata, spicca per eleganza, freschezza, bevibilità e longevità. Il prezzo, in relazione alla tipologia, è decisamente onesto. Uno dei rossi migliori d’Italia. (Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2015. Ottavo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)