Archivio di dicembre 2014

Vini ostinati e contrari: Diletto Pomodolce

timorassoIl Timorasso è uno dei bianchi autoctoni italiani più stimolanti. Molti lo paragonano al Riesling, anche per la propensione all’invecchiamento. Trova il suo proscenio ideale nei Colli Tortonesi ed è stato definitivamente lanciato da Walter Massa. Tra i molti meriti di Massa c’è anche quello di avere contribuito a creare una squadra di viticoltori coesa, che non perde tempo a farsi la guerra. Per esempio Mariotto, allievo di Massa. Oppure l’anarchico Daniele Ricci e i suoi notevoli San Leto. Di gran pregio, e dall’ottimo rapporto qualità/prezzo, è anche il Timorasso Diletto dell’azienda Pomodolce. E’ nata nel 2005, 4 ettari e 15mila bottiglie l’anno. Si trova a Montemarzino, 448 metri sul livello del mare e 15 km a sud-est di Tortona. Il Diletto è il Timorasso base (5mila bottiglie). L’azienda produce anche rossi, su tutti Barbera, che sa esaltarsi anche su queste terre marnose ma che è molto meno nota rispetto a quelle di Asti e Alba. Il Diletto – 10 mesi sui lieviti in vasche di acciaio – ha note di mela, susina e bergamotto, accenni di liquirizia e un finale leggermente amaricante. Bella freschezza, ottima sapidità. Pomodolce produce anche un Timorasso cru, il Grue (2mila bottiglie), dalla selezione delle uve migliori dell’azienda: più lungo e strutturato, ma non necessariamente superiore del Diletto. Pomodolce fa parte della Federazione Vignaioli Indipendenti Italiani ed è distribuita da Teatro del Vino. Un’azienda tanto piccola e giovane quanto meritevole di attenzione. (Il Fatto Quotidiano, 29 dicembre 2014. Settimo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Fiero Bianco Cantina Margò

cantinamargoCome spesso capita ai vini ostinati e contrari, il difetto non risiede nella qualità ma nella quantità. Nel senso che, non di rado, le aziende sono così piccole da produrre pochissime bottiglie. Che, fatalmente, finiscono subito. E’ anche il caso di Cantina Margò, nata neanche cinque anni fa alle porte di Perugia. Il giovane produttore, Carlo Tabarrini, ha cominciato a fare vino quasi come se inseguisse una doppia vita: di notte operaio alla Perugina e di giorno a inseguire gusti antichi in cantina. L’inseguimento ha avuto buon esito e oggi (anzitutto) i suoi bianchi sono meravigliosamente gradevoli. Vini glou glou, come si suole chiamare in Rete quelle bottiglie che hanno la loro cifra distintiva nella bevibilità.
Il Fiero Bianco è il vino che racconta meglio il lavoro del vulcanico Tabarrini, oggi membro esuberante di VinNatur. Grechetto in purezza, macerazione di 3 giorni a tino aperto e senza temperatura controllata. Lieviti autoctoni e passaggio in legno usatissimo per il 30% della parte in riduzione. Tremila bottiglie prodotte delle 8mila complessive: pochissime. Cantina Margò (il nome della figlia) vinifica anche Trebbiano e Sangiovese, rosato e spumante sui lieviti, vendemmia tardiva e muffato. “Da bambino aiutavo il nonno e il papà che coltivavano per conto terzi”, racconta Tabarrini. Il suo sogno, fin dal 2000, era avere una vigna tutta sua, per poter realizzare vini così personali da somigliargli. Alla fine, con la sua microcantina, ce l’ha fatta (Il Fatto Quotidiano, 22 dicembre 2014. Sesto numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

I vini di D’Alema? Sono come lui

Non pochi personaggi famosi, in Italia e non solo, si red'alema 2inventano produttori di vino. Al Bano, Gad Lerner, Bruno Vespa. E Massimo D’Alema. Uno dei quattro vini che produce, chiamato “NarnOt” come crasi tra Narni e Otricoli (le località in provincia di Terni tra le quali sorge il feudo dalemiano), ha anche vinto i 5 Grappoli 2014. A novembre D’Alema ha presentato i suoi vini al Rome Cavalieri (ex Hilton). Aveva invitato anche i suoi (teorici) colleghi di partito, che però non si son visti.
L’azienda produce 45mila bottiglie. Il nome “La Madeleine”, in quanto poetico e evocativo, ovviamente non è di D’Alema ma di chi ha preceduto lui e la moglie Linda Giuva, che conducono l’azienda a nome dei figli Giulia e Francesco. Quindici ettari, di cui circa 6,5 impegnati a vigneto, acquistati nel 2008. Sia Libero che Intravino hanno raccontato come l’azienda di D’Alema abbia usufruito dei fondi della Comunità Europea: 57500 euro. Gianluigi Nuzzi, ancora su Libero, rivelò nel 2010 che inizialmente D’Alema aveva impiantato anche vitigni alloctoni non autorizzati, Marselan e (per dare colore) Tannat. L’azienda non è visitabile, e forse è un bene perché in questo modo non si rischia di essere morsi (“è un cane buonissimo, ma se percepisce il pericolo…uccide”: parola di D’Alema).
E’ conveniente acquistare i vini tramite il sito aziendale: ordine minimo 250 euro. I prezzi per i privati, comprensivi di Iva, partono dalle 9.50 euro del Cabernet Franc “Sfide” (il nome non è autoironico) alle 17.50 del Nerosè, un Pinot Nero Metodo Classico versione Rosè. I vini più ambiziosi sono il NarnOt (Cabernet Franc, 29 euro) e il Pinot Nero (33.50). Accade spesso che i vini somiglino a chi li fa ed è anche il caso di quelli di D’Alema: algidi, distaccati, assai fighetti e per nulla schietti. Significativa la decisione di farsi affiancare, come consulente, dall’enologo Riccardo Cotarella. L’Huffington Post lo ha definito “il migliore di tutti”, sottolineando la sua nomina a coordinatore del settore vino Italia al prossimo Expo. La realtà è forse diversa. Cotarella, anche direttore dell’azienda di famiglia Falesco, è “il migliore” se si ha un’idea di vino sempre uguale a se stesso: muscolare, rotondo e strutturato (quando non concentrato), con profusione di barrique e un gusto che ammalia al primo sorso ma stanca già al secondo.
Scegliere Cotarella come consulente – la stessa mossa di Vespa, che ha raccontato come D’Alema sia geloso “perché Riccardo segue più me di lui” – vuol dire inseguire un vino modaiolo e americanizzato, con buona pace della valorizzazione di territorio e vitigni autoctoni. Non senza quella furbizia (talora più presunta che effettiva) che lo ha caratterizzato in politica, D’Alema ha dato un contentino ai naturalisti creando il “vino senza solfiti” Sfide, che aderisce al programma Wine Research Team. Un programma non chiarissimo, ideato da Cotarella e – per quanto lodevole – non paragonabile a chi lavora per ottenere davvero un vino tanto “diverso” quanto “naturale” (le associazioni Vini Veri e VinNatur). Sarebbe ingeneroso, nonché ingiusto, asserire che i vini di dalemaD’Alema sono cattivi: molto più semplicemente sono un po’ respingenti e antipatici. Come lui. Impeccabili nella forma ma contraddittori nel contenuto, discutibili nell’impostazione e labili nella passione. Belli senz’anima, a meno che per “anima” si intenda l’effetto-vaniglia da spremuta di Pinocchio (barrique nuove, anzi nuovissime). Anche se i vitigni sono diversi, i rossi (con rispetto parlando) di D’Alema sembrano tanti figli grassottelli e meno ispirati del concentratissimo Kurni. Il più convincente è lo spumante Nerosè, didascalicamente perfetto ma apprezzabile. D’Alema si è poi altezzosamente disinteressato del percorso vitivinicolo dei “colleghi”, che nelle stesse zone stanno riscoprendo vitigni autoctoni (Ciliegiolo). Lui e Cotarella non sono certo banali agricoltori qualsiasi e, poiché nobili, hanno il mito della Francia. Che però è lontana da Narni: il Pinot Nero in Borgogna è un’altra cosa e il Cabernet Franc, vitigno “verde” come pochi, possono permetterselo in pochissimi (Le Macchiole a Bolgheri). Se non altro D’Alema non ha piantato Merlot, il vitigno più paraculeggiante del mondo: chissà, forse lo ritiene renziano. (Il Fatto Quotidiano, 19 dicembre 2014. Extended Version).

Vini ostinati e contrari: Vigna Vecchia Collecapretta

IMG_8386Lontana dai sentieri pienamente turistici sorge Terzo La Pieve, frazione poco fuori Spoleto. E’ lo scenario di una piccola azienda a gestione familiare e naturale, Collecapretta. Un progetto di Anna e Vittorio Mattioli, agricoltori da tre generazioni. Vigneti a 5-600 metri sul livello del mare e una produzione esigua (13-14mila bottiglie annue) che finisce subito. Soprattutto i bianchi. Ed è un peccato, perché – soprattutto i bianchi – sono alcuni tra i vini più schietti e preziosi d’Italia. E’ consigliata la visita in cantina, sia perché è spesso l’unico modo per provarli e sia perché Anna cucina splendidamente e il suo concetto di “piccolo spuntino” saprebbe sfamare un reggimento. La bottiglia che si lascia preferire è il Vigna Vecchia, Trebbiano Spoletino in purezza fresco e minerale, di grande beva e bella persistenza. Chi ama gli orange wines, cioè i bianchi macerati, può provare il Terra dei Preti (Trebbiano Spoletino). Riuscito anche il Pigro delle Sorbe (Greco) e la variegata pattuglia di rossi, dal Sangiovese (Le Cese) al Ciliegiolo (Lautizio) passando dalla Barbera (Il Galantuomo). La figlia Annalisa segue il percorso dei genitori e la si può trovare ad aprile, con lo stand di famiglia, alla rassegna annuale Vini Veri di Cerea (Verona). La piccola e corsara Collecapretta valorizza non solo il territorio, quanto la tradizione. Senza compiacere le mode e lasciando che vitigni autoctoni, su tutti il sorprendente Trebbiano Spoletino, diano il meglio di sé. (Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2014. Quinto numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Lambrusco Donati

lambruscodonatiNessun vino è sottovalutato come il Lambrusco. Sottovalutato e poco conosciuto: le due cose, del resto, vanno spesso di pari passo. In realtà è un mondo meraviglioso. Grande bevibilità, ottimo rapporto qualità/prezzo e tanta varietà: l’eleganza e il colore scarico del Sorbara, il rosso scuro del Reggiano. E poi c’è il Lambrusco Maestri, biotipo spigoloso tipico del parmense. Uno dei pochi a crederci, da sempre e anche in purezza, è Camillo Donati. Personaggio rigoroso, enologicamente lo si ama o lo si odia. Ma odiarlo non ha senso, è un preconcetto e più che altro una follia. Donati produce tante tipologie e poche bottiglie: tutti vini frizzanti, dalla Malvasia al Trebbiano, dalla Barbera all’uva Fortana. Fino all’Ovidio, dedicato a un amico andatosene quattro anni fa: si chiamava Ovidio e sognava proprio quel vino lì (Croatina). Prezzi bassi, tra i 5 e i 7 euro in cantina. Lui e la moglie, che hanno abbandonato tutto per credere nei loro vini, sono di stanza tra Arola e Barbiano, provincia di Parma. Il suo Lambrusco ha bollicine non troppo accennate e molto carattere. Profumi un po’ scorbutici, di bosco e terra bagnata. Grande freschezza, personalità spiccata. Va giù quasi senza accorgersene, che per certi vini quotidiani è un pregio. Donati dice che va bevuto a temperatura ambiente, come un rosso importante. Chiede che si faccia lo stesso anche coi suoi bianchi. E’ lecito non essere d’accordo: freddi (non ghiacciati) convincono ancora di più. (Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2014. Quarto numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola)

Vini ostinati e contrari: Casa Coste Piane (Prosecco Brichet)

IMG_8210Difficile, e non poco, trovare Prosecco capaci di emozionarti. O anche solo di lasciarsi bere con piacere. Vino iperprodotto, più abusato che usato, può perfino permettersi di essere cattivo: tanto al bar lo bevono tutti, quasi mai senza riprese. E poi c’è sempre la variante Spritz, che maschera i difetti. Qualcuno, però, resiste e produce – da decenni – il Prosecco come si deve e anzi dovrebbe. Per esempio Loris Follador, che dal suo avamposto di Valdobbiadene crea 50-60mila bottiglie l’anno usando il cosiddetto medico “sur lie” o “colfondo” (sì, tutto attaccato). La definizione più adatta, in realtà, è la più antica: metodo rurale. Metodo ancestrale. La rifermentazione non in autoclave, ma in bottiglia sui lieviti. Ne nasce un Prosecco (da uve Glera in purezza o quasi) di pronta beva e senza pretese, con bollicine esili ma vive, ottimo rapporto qualità/prezzo e una piacevolezza tanto all’aperitivo quanto a pranzo e cena. L’azienda si chiama Casa Coste Piane e fa parte dell’associazione Vini Veri. Consigliabili tanto il Prosecco “base” quanto il Brichet, quest’ultimo da un vigneto particolarmente vocato. Le bottiglie esistono sia con tappo da spumante che a corona. Uomo senza fronzoli e di cultura poliedrica, Follador si definisce “anarchico” e ironizza sulla presunta infallibilità del governatore Zaia: “Andrebbe chiamato ‘Profeta Zaia’, visto che lui non sbaglia mai. O così lui crede”. Un vignaiolo imperdibile per chi insegue Prosecco per nulla finti. Felicemente semplici. (Il Fatto Quotidiano, 1 dicembre 2014. Terzo numero della rubrica “Vini ostinati e contrari”. Ogni lunedì in edicola).