Archivio di settembre 2014

I ribelli del vino e l’annata 2014

IMG_6873MONTALCINO – Qualcuno non finge neanche di stupirsi, qualcun altro spera che sia “solo” una frode e non un vero e proprio taroccamento. Montalcino, di nuovo, diventa capitale di scandali enologici. “Credevamo di aver già pagato dazio una volta per tutte durante il Vinitaly 2008”, dicono alcuni produttori. Constatata la frode, la speranza in paese è che almeno stavolta le uve non autorizzate arrivino comunque dalla zona e non da regioni diverse. Nei giorni scorsi sono stati sequestrati 165.467 litri di vino: 220.600 bottiglie, di cui 75.620 litri di Brunello e 89.847 di Rosso di Montalcino. Valore attorno al milione di euro. Protagonista del presunto raggiro non è un enologo, ma un consulente di molte aziende: si impossessava illegalmente della documentazione attestante la Docg e la associava a partite di uva e vino comune, che vendeva alle cantine durante le fasi di vendemmia e invecchiamento. E’ stato denunciato per frode in commercio, accesso abusivo ad un sistema informatico, appropriazione indebita aggravata e continuata e reati di falso.
Sarà una vendemmia difficile, soprattutto nel Centro-Nord. L’annata 2014 avrà gli stessi limiti della 2002, quando non poche aziende blasonate rinunciarono a produrre i vini di punta (ad esempio il Barolo) per le piogge continue. La 2014 sarà addirittura peggiore, perché ha continuato a piovere tutta l’estate. I vini – con ovvie eccezioni – risulteranno scarichi, con basse concentrazioni polifenoliche, meno eleganza e meno gradazione alcolica. A Montalcino la grandinata del 12 giugno ha compromesso parte dei raccolti, tenendo conto che il Sangiovese è relativamente spargolo e dunque più soggetto a muffe. Lo scandalo, per quanto meno grave dei precedenti, è in qualche modo emblematico. La Toscana è ciclicamente epicentro di una propensione al taroccamento, vuoi per assecondare la moda dei vini “morbidoni” (che ha raggiunto il suo apice negli Anni Novanta e inizio Duemila) e vuoi per una tendenza a non accontentarsi mai. Neanche in quelle zone d’Italia in cui la natura sarebbe in grado di fare tutto da sola e basterebbe rispettarla, senza ricorrere a sofisticazioni in cantina e sbornie cafone da barrique. Chi ha buona memoria ricorda la puntata di Report di fine 2004, in cui – complice la meritoria denuncia di Sandro Sangiorgi, uno dei più grandi esperti del settore – si scopriva come di “vero” non ci fosse poi molto nell’enologia italiana. Quella situazione troppo spesso compromessa ha generato una reazione vibrante e per certi versi ugualmente estrema, costituita dal diffondersi dei cosiddetti “vini veri” o “naturali”. Niente più fermentazioni controllate, lieviti selezionati e abracadabra chimici, ma un pauperismo ostentatcolleoni-300x225o che oltrepassava le ambiguità del biologico e inseguiva una naturalità totale. Ora biodinamica e ora no. Il caso di Montalcino è davvero esemplificativo. Sebbene l’ultimo scandalo stia già allontanando qualche cliente, il commercio resta florido. A dominare sono le aziende chic, così perfette da risultare quasi respingenti. Prezzi esosi e una raffinatezza che – alla lunga – stucca. Del resto la regione è quella dei Supertuscans, “vinoni” fatti come se fossimo a Bordeaux o in California, col Sangiovese ritenuto “troppo tannico” e dunque ingentilito dai soliti vitigni internazionali (su tutti Merlot). C’è però chi resiste. Avamposti di resistenza e utopia che si oppongono alle mode, difendendo con le unghie e con le idee (più che con i denti) uno spicchio di terra troppo benedetto per essere involgarito. Basta visitare aziende garbatamente ribelli come Il Paradiso di Manfredi, Campi di Fonterenza o il Podere Sante Marie dei coniugi Colleoni, trasferitisi da Bergamo venti anni fa con il sogno non barattabile di una enologia semplice e sostenibile (anche nel prezzo). Squarci improvvisi di natura salva e vino autentico. L’enologia italiana, da Nord a Sud e ancor più in Toscana, non si divide tanto in “modernisti” e “tradizionalisti” ma in chi rispetta la natura e chi no. Questi ultimi hanno produzioni esigue, bottiglie poco glamour e vini non necessariamente impeccabili. Sono pochi e litigano tra loro come i partitini di sinistra. Non avendo paracadute in cantina, se l’annata è cattiva devono dire addio a metà raccolto o giù di lì: è accaduto ad Angiolino Maule a Gambellara, uno dei pionieri dei “naturalisti”. Eppure resistono. Li trovi a Sarzana, come Stefano Legnani, e nel parmense, come Camillo Donati. A Castiglione Tinella, come Ezio Cerruti, e a Castiglion Fiorentino, come Arnaldo Rossi. Ultimi passeri sul ramo. Uno dei più bravi a fotografarli è stato il cineasta americano Jonathan Nossiter, dieci anni fa in Mondovino e più recentemente nel riuscito Resistenza Naturale. Guarda caso, ha per scenario anzitutto la Toscana. Nossiter li definisce così: “Sono contadini moderni rivoluzionari, in grado di vedere la propria attività agricola in un quadro politico, sociale, ecologico ed economico molto più ampio e complesso di quanto non potessero fare i contadini fino a qualche generazione fa. La loro strenua lotta per la sopravvivenza del gesto artigianale indipendente e autentico, in un mondo post-globalizzato, mi ha emozionato”. Al netto di integralismi e retorica, il percorso di questi contadini illuminati pare in qualche modo necessario. La loro è una strada insidiosa, ancor di più in annate impietose come questa, ma smisuratamente autentica e non di rado commovente. Libera. (Il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2014)

Piccoli avamposti di resistenza e utopia

IMG_6875A dispetto dell’aggiornamento sporadico di questo blog, e nonostante i chili persi, trovo ancora il tempo di bere bene. Era anzi da un po’ che non mi ritagliavo così tanto spazio per visitare cantine e provare vini. Due lunedì fa, prima di andare a Milano per la registrazione di un programma tivù, ho allungato la strada e visitato azienda e vigneti di Camillo Donati. Barbiano, due passi da Arola e Langhirano, nel parmense. Camillo non c’era, aveva cominciato la vendemmia proprio quel pomeriggio. Sono stato accolto da sua moglie. L’azienda dei coniugi Donati è ritenuta da molti naturalisti “l’unico” Lambrusco accettabile. O giù di lì. Lo ritengo un errore, sia perché ce ne sono tanti altri – naturali (Vittorio Graziano) e no (Paltrinieri, Bellei, Lombardini, etc) – e sia perché Donati non fa solo Lambrusco, di cui peraltro utilizza il biotipo Maestri in purezza. La sua gamma, tutta di rifermentati in bottiglia, è varia. I miei preferiti, tanto per cambiare, sono i bianchi: Sauvignon Blanc, Trebbiano e Malvasia. Applausi anche per il Lambrusco già citato e la Barbera. Da provare anche la Fortana (ancora più tannica e “brusca” del Maestri: di fatto la azzarda in purezza solo lui o quasi), Ovidio (Croatina) e il Rosso della Bandita. Quest’ultimo, proveniente dallo stesso piccolo vigneto, è l’unico blend dell’azienda: Barbera, Maestri, Fortana e Croatina (la percentuale la conosce solo Donati). Per chi vuole ci sono anche la Malvasia Rosè e due tipologie di vini dolci. Mi è piaciuta la semplicità della cantina, mi è piaciuto il coraggio di provare una strada ostinata e contraria, mi è piaciuto il garbo. E mi è piaciuto il rapporto qualità/prezzo. Donati è la mia bollicina preferita di quelle parti insieme a Massimiliano Croci (più spostato verso Piacenza). Non per tutti i gusti e non sempre perfetta, anzi quasi mai (ed è una fortuna), ma quasi sempre ispirata e di beva mirabile.
Martedì scorso mi sono fermato a Sarzana da Stefano Legnani. Qui ne ho scritto spesso, amo il suo Ponte di Toi e ancor più il suo Le Loup Garou, non solo perché è un tributo al grande Willy DeVille. Purtroppo ne produce poco, pochissimo. E la maggioranza della sua produzione va in Giappone, proprio come capita a Donati. Mi sono autoinvitato quasi senza preavviso e Stefano e sua moglie Monica potevano tranquillamente mandarmi a quel paese. Non l’hanno fatto e, insieme, abbiamo pranzato (ma soprattutto bevuto) fino alle 17. E’ da lui che ho scoperto, tra le altre cose, i vini assai “animali” di Vittorio Graziano. Legnani, ex assicuratore, è un naturalista che sa unire l’approccio eretico a una concretezza che serve anche (e soprattutto) ai sognatori. E’ stato un pranzo splendido, anche per la cultura musicale sciorinata da sua moglie Monica. Finalmente ho trovato una persona che conosce e ama John Hiatt quanto IMG_6873me, forse addirittura di più. Non lo ritenevo possibile. E finalmente ho trovato una persona in grado di consigliarmi dischi di vero blues e countru rock. Davvero un bel pomeriggio. Ci siamo ripromessi di organizzare al più presto una “cena cialtrona“, una di quelle adorabili mattanze alcoliche in cui bevi tanto e bevi bene. I Legnani le organizzano spesso tra amici: ci sarò, se vorranno.
Oggi, infine, sono stato a Montalcino. Per lavoro e per piacere. Mi sono fermato a pranzo dai coniugi Colleoni, pure loro di VinNatur (come Donati, come Legnani). Il loro Podere Sante Marie, che hanno acquistato non senza sacrifici a inizio anni Novanta trasferendosi da Bergamo, è di una bellezza che incanta. E rossi sanno emozionare. Gradevolissimi anche i bianchi (uva Ansonica). Produzione bassa, 10mila bottiglie (quasi tutte in Giappone anche queste), ma come dicono Marino e Luisa: “Bastano e avanzano, perché strafare? Noi viviamo bene così”. Un altro pomeriggio incantevole, immersi in una natura quasi incontaminata e tra cani che scorrazzano liberi.
Questi tre piccoli viaggi mi hanno convinto, una volta di più, che questo paese è molto più bello di come ce lo raccontino. E’ ancora – e nonostante tutto – intriso di anime salve. Lo pensavo già sette anni fa, quando scrissi Elogio dell’invecchiamento, e lo penso ancora di più adesso: il mondo del vino, soprattutto un certo mondo di un certo vino, è a sua volta ancora più ricco di anime salve. Tante piccole oasi felici, ricche di coraggio e di storia. Tanti piccoli avamposti di resistenza e utopia che, chissà come, vanno avanti. Senza smarrirsi.

(La foto ritrae Luna, uno dei cani dei Colleoni, mentre osserva l’orizzonte di Montalcino dal suo balcone preferito. Dal suo avamposto di resistenza e utopia, pure lei).