Archive del 12 maggio 2014

Il Drugo esiste (e produce Soave)

foto (1)Qualche sera fa, a cena, mio padre – il buono di famiglia – se ne è uscito con una frase vagamente retorica: “E’ incredibile come, in Italia, ci siano ancora realtà così salve e coraggiose“. Eravamo alla Taverna Pane e Vino di Cortona e Arnaldo Rossi aveva appena portato un set assai conturbante di distillati Capovilla (un amico di cui presto vi parlerò). Mio padre era rimasto colpito dalla passione, e dalla eccezionalità, di quei prodotti.
Quelle parole mi sono tornate in mente quando ho visitato, giovedì 8 maggio, Filippo Filippi. Me ne avevano parlato sia Arnaldo che Christian Bucci di Les Caves de Pyrene, che lo distribuisce da neanche un anno. E’ mia ferma convinzione, peraltro più volte ribadita, che il mondo dell’enologia sia uno dei più ricchi di artisti – pardon artigiani – che sanno andare in direzione ostinata e contraria con ispirazione intatta. E’ anche il caso di Filippi. La sua tenuta, che pare fuori dal tempo, sorge sopra Soave a Castelcerino (Verona), 400 metri sul livello del mare. I suoi sono i vigneti più alti di Soave, una zona che produce oltre 5 milioni di bottiglie e che troppo spesso delude. Filippo lavora nel mondo del vino dal 1992, ma è solo dal 2003 che vinifica con un’azienda tutta sua. Prima “conferiva” (i produttori amano questa parola, che credo usino solo loro) le uve alla cooperativa. Per un po’ ha lavorato con il fratello e adesso da solo. Fa parte di VinNatur e dice di dovere molto ad Angiolino Maule, ma non è un estremista: biologico ma non biodinamico, usa solfiti (pochi) e pur affidandosi ai lieviti indigeni non nasconde di avere usato nel recente passato anche quelli selezionati. Costretto a forza, lo farebbe ancora. Temperature di fermentazione non controllate, o controllate poco. La sua cantina è molto piccola ed essenziale, va detto anche un po’ incasinata. Tanti serbatoi di acciaio e niente legno: consiglio caldamente l’assaggio dai serbatoi, perché ogni piccolo appezzamento dona gusti e profumi del tutto particolari.
castelcerino_filippiFisicamente Filippo Filippi è pressoché identico al Drugo del Grande Lebowski, che ricorda anche nel look e nella spiccata indolenza lunare. Di poche parole e molta passione, piacevole e vero come i suoi vini, è uno dei tanti incontri preziosi che il mondo del vino mi ha regalato. Mi sono fermato da lui a pranzo, accettando l’invito della compagna e cuoca provetta Paola Giagulli. C’era anche Angelo Peretti, direttore responsabile di Internet Gourmet, appassionato autentico e persona oltremodo stimolante.
Il mondo di Filippi è qualcosa di fortemente atemporale. La tenuta apparteneva ai nobili fiorentini Alberti, che la edificarono nel Trecento. I vigneti sono nascosti e protetti dai boschi, in un trionfo di specie vegetali. Tre cru: Castelcerino, Monteseroni, Vigna della Brà. I terreni variano di metro in metro: qui origini vulcaniche-argillose, lì calcareo-sabbioso. La zona è appena fuori quella del Soave Classico: non distante è già Valpolicella. Vigne di più di 50 anni, spazi difficilmente raggiungibili se non dai cinghiali (che qualche danno lo fanno). Uno spazio affascinante, incontaminato. Ci sono anche una foresteria e un agricampeggio. Mi sarei fermato di più, se in serata non avessi avuto la data teatrale de Le cattive strade a Oderzo.
L’uva più usata, all’interno di una produzione attorno alle 50mila bottiglie (“Ma potrebbero essere 80mila“), è ovviamente la garganega. Dà vita al base Castelcerino, per me il suo vino migliore (ottima la 2012, da attendere la 2013), e la riserva Vigna delle Brà (di cui consiglio l’annata 2006, ma ne son rimaste poche). Trovate il primo attorno ai 6 euro franco cantina e il secondo sui 10. Nelle annate migliori viene fatto anche il Monteseroni, una Garganega ossidata tipo Jura da un cru che ha lo stesso nome. Altra mia passione è il Turbiana, Trebbiano di Soave in purezza: un Trebbiano diverso da quello iperproduttivo e molto acido che si usa in zona (anche Pieropan), ma più difficile. Il Turbiana ha più o meno lo stesso prezzo del Vigna della Brà. I vini di Filippi hanno come cifra la sapidità. Ciò che più ti colpisce è la mineralità, che tampona l’acidità – alta ma non altissima, soprattutto in certe annate – e che dona una bevibilità adorabile. Non è un paradosso che le annate insolitamente più rotonde, magari con un microresiduo zuccherino, vincano premi in Canada e Norvegia ma siano meno amate dal Drugo Filippi, maggiormente attratto da bianchi più schietti che non devono avanzare in bottiglia.
Il Castelcerino è uno dei migliori Soave, ancor più considerando il rapporto qualità/prezzo, minerale e con il giusto finale lievemente amaricante. E il Turbiana, sapido e complesso, sa ammaliare come pochi altri Trebbiano. Diamine: speravo che il Drugo esistesse, ma non sapevo che oltre a bere White Russian fosse pure bravo a fare vini.